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Editoriale

La rottamazione universale

Post-democrazia. Contro l’inedito polo unico di Renzi la sinistra dov’è? Solo un anno fa, con Bersani e l’alleanza con Sel, si ragionava di un centro-sinistra. Oggi siamo di fronte a un partito plebiscitario che si riflette nel modello autoritario di riforma costituzionale. Ma in Italia manca l’opposizione

Vorrei cominciare questa volta da lontano. All’inizio, più o meno del 2013, nell’imminenza delle elezioni politiche nazionali, presi l’iniziativa di stendere un appello a favore del voto al Pd e lo feci rapidamente circolare (anche il testo di quell’appello sarebbe forse da rileggere, per capire di cosa allora si ragionava). Nello spazio di una decina di giorni, lo “ritirai”, per così dire, e lo ritrovai firmato, oltre che da me, ovviamente, dalle seguenti personalità intellettuali: Guido Rossi, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Claudio Magris, Barbara Spinelli, Tullio De Mauro, Vittorio Gregotti, Andrea Camilleri, Natalia Aspesi, Umberto Eco, Luigi Ferrajoli, Piero Bevilacqua, Alberto Melloni, Giorgio Parisi, Filippo Gentiloni, Nadia Urbinati.

Sorprende, no? L’incredibile vastità e varietà dello schieramento intellettuale qui rappresentato stava a significare, mi pare, due cose: l’insopportabilità del protrarsi del lercio dominio berlusconiano e la fiducia, evidente, anche se in taluni intimamente condizionata, nell’esperimento bersaniano. Cos’era l’esperimento bersaniano? Era il tentativo di creare in Italia un governo di autentico centro-sinistra, non eversivo né antagonistico (figuriamoci), ma al tempo stesso non soggetto al predominio straripante del grande capitalismo finanziario e dell’Europa bruxellensis, che in sostanza con esso coincideva.
Di quel complesso di fattori, politici e intellettuali, ma anche psicologici ed emotivi, che aveva spinto quel gruppo di personalità a prendere siffatta posizione, ora, dopo appena un anno e mezzo, non resta nulla.

Non resta la coesione, sia pure provvisoria, certo, ma proprio perciò ancora più significativa, che le aveva spinte a stare insieme per conseguire il medesimo obiettivo. Non resta neanche la minima traccia dell’obiettivo per il quale avevano ritenuto in quel momento di esporsi. Perché sia accaduto questo, bisogna che in questo anno e mezzo sia precipitato sull’Italia un diluvio, cui bisogna ora porre un argine, e ancor più un rimedio.
Già allora osservai che impedire all’inequivocabile vincitore delle elezioni, Pierluigi Bersani, di esperire in Parlamento, cioè nella sede propria, la ricerca della propria maggioranza, avrebbe posto le premesse di uno svolgimento anomalo del gioco politico in Italia. Siamo infatti passati da allora, e in misura crescente, da un’anomalia all’altra, senza che, a un certo punto, qualcuno dicesse: basta, così non si può andare avanti. L’esito finale di questo cumulo di anomalie è ciò che ci sta davanti e nel quale noi viviamo (o, per meglio dire, corriamo il rischio di annegare).

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Matteo Renzi è il frutto di questo cumulo di anomalie, di cui più che essere il politico che ne ha approfittato abilmente, rappresenta una manifestazione esemplare, il personaggio tipico e tipizzante più significativo.

Mi limiterò a indicare quelli che per me sono i quattro blocchi di problemi, con i quali ci si misura ogni qualvolta s’intraprende una disanima delle sue personalità e delle sue azioni.

  1. Renzi è un politico plebiscitario. E’, di conseguenza, un tipico politico post-democratico, se la post-democrazia, come sempre più spesso si sente ripetere, consiste nell’appello diretto al “popolo” e nella svalutazione degli strumenti tradizionali del voto e della rappresentanza. Tutto quello che propone o dispone – la riforma del Senato, la legge elettorale detta Italicum, l’aumento straordinario delle firme necessarie per la presentazione dei referendum, ecc, ecc, – procede in questa direzione. Questa vera e propria rimodellazione delle strutture istituzionali esistenti, contempla però un altro aspetto forse più importante del primo: e cioè il tentativo di ridurre anche le forme più rilevanti del “pubblico” (e cioè strutture e prerogative dello stato, autonomie istituzionali e funzionali dei diversi settori) dentro questo quadro. La struttura dello Stato, rifondata faticosamente (e non senza, a dir la verità, aporie e insufficienze) dopo la parentesi autoritaria del fascismo, allo scopo, fondamentalmente, d’impedire che la politica se ne impadronisse e la governasse senza resistenze ai propri fini, viene attaccata quotidianamente e prospetticamente da tutte le parti.
  2. Se questa è la direzione di marcia, ne consegue che la politica formal-istituzionale di Renzi non ha più nulla del tradizionale “animus” di centro-sinistra, che ha caratterizzato la nostra esperienza democratica nel corso degli ultimi settant’anni. Non è, a dir la verità, neanche una politica di centro-destra intesa anch’essa in senso tradizionale. E’ un tentativo, di tipo nuovo, di mettere l’intero sistema al servizio di una prospettiva di pseudo-razionalizzazione e pseudo-finzionamento del meccanismo statuale e istituzionale, che elimini quanto più possibile gli inconvenienti della discussione, della trattativa parlamentare e, Dio mio che noia!, del conflitto. Ripeto: del conflitto in tutte le sue forme. I corpi separati (e in qualche modo autonomi) dello Stato, le rappresentanze sindacali, la pretesa delle forze politiche (del resto, quali, ormai?) di rappresentare interessi fuori della norma, ecc. ecc., costituiscono in questa visione altrettante anomalie, che ostacolano l’illuminata attività del Sovrano, che dispone invece, come dicevo, di tutte le funzioni preliminarmente considerate e razionalizzate.
  3. Siccome non esistono più interessi da rappresentare né “valori” da preservare, allora si può, cammin facendo, fare accordi con i più sudici degli interlocutori, sempre in nome della razionalizzazione del sistema (e questo, poi, è solo quanto emerge alla superficie: che dire, o, meglio, cosa immaginare di cosa ci può essere sotto banco?). Questo vuol dire, mi pare, almeno una cosa. La politica non si misura più, bene o male, con l’ethos.
  4. Quali differenze sostanziali, di comportamento e di obiettivi, passano ormai fra il cosiddetto centro-sinistra (Pd?) e il cosiddetto centro-destra? La verità è che si sta formando in Italia, sulla base delle procedure di razionalizzazione e centralizzazione perseguite da Matteo Renzi, un polo brutalmente unificante, totalmente inedito, e orientato costituzionalmente a portare, come dicevo, alla cancellazione del conflitto e a un governo saggio, unitario, benevolente, ormai fuori dal gioco delle azioni e reazioni che una volta si dicevano “democratiche”. Non più il modello europeo dell’alternanza (per quanto anche l’ì…): è il modello italiano, che introietta la possibile alternanza dentro la pacificata sintesi degli (pretesi, certo, ormai solo pretesi) opposti. Per conseguirne senza il pericolo di ritorni di fiamma la definitiva leadership, Matteo Renzi ha bisogno di dimostrare presto, molto presto, di esserne capace. Per questo si è inventato due o tre riforme istituzionali della cui esigenza e coerenza è lecito fortemente dubitare, per poter andare subito al sodo. Il resto verrà più avanti: per ora lascia che i suoi fedelissimi comincino a parlare (in perfetta sintonia con il “vecchio” centro-destra) dell’abolizione dell’articolo 18, del presidenzialismo… .

Se le cose stanno così, ne discendono alcune conseguenze.

La prima è che la versione corretta della proposta renziana di rottamazione è quella di portata universale, che investe e travolge alle radici l’intero sistema. Questa è anche – penso non contraddittoriamente – la sua versione più nobile. Renzi vuole rottamare l’intero sistema democratico italiano. E’ un’idea inaccettabile, ma è un’idea. Chi non è d’accordo deve decidere subito di battere un’altra strada.

Per trovare, rapidamente ed efficacemente, un’altra strada (o “ritrovarla”, come scrive Rangeri), bisogna presto concludere che il Pd a questo fine è perduto. Il Pd non è recuperabile, l’esperienza plebiscitaria di Renzi ne ha cambiato la natura. Siccome l’Uomo è uno che non fa né superstiti né prigionieri, la situazione non può che peggiorare. Dunque, non è da lì dentro che può venire anche solo un primo abbozzo di risposta.

E da dove, allora? Ho già scritto che nulla, in questa fase politica (forse sempre) è possibile senza un partito. Un partito può essere, sulla base di esperienze nel merito ormai secolari, anche cose molto diverse l’una dall’altra. Sulle forme, dunque, si potrebbero fare, soprattutto oggi, ragionamenti diversificati, anche se, alla fine, per tenerli insieme, complementari. Ma una è irrinunciabile. Bisogna essere d’accordo sugli elementi fondamentali di una strategia: obiettivi positivi e obiettivi negativi. Se ne potrebbe discutere per un po’, serenamente.

Ma uno di questi – prevalentemente negativo, ahimé, ma solo per ora – è chiarissimo (e non è poco): sbarrare la strada all’esperimento renziano. A questo fine – come dire – bisognerebbe rinunciare da subito, e se possibile per sempre, a quella caratteristica permanente della sinistra insofferenza, che è la puzza sotto il naso.

E cioè. Se si parte dalle cronache politiche di tutti i giorni, direi che esiste una vasta zona, che va da forze di sinistra ancora presenti nel Pd al nucleo più resistente di Sel a settori consistenti dell’opinione pubblica e intellettuale, in cui si pensano cose analoghe, se non addirittura coincidenti. E come mai? ma perché, secondo me, esiste oggi un enorme spazio in cui un antagonismo di sistema finisce per coincidere con un riformismo radicale enormemente ricco di contenuti e di potenziali trasformazioni (mi chiedo se, alla prova dei fatti non vi siamo comprese anche organizzazioni che si richiamano ancora all’idea comunista).

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E Tsipras? Ho un enorme rispetto per l’esperimento, ma non credo che da solo sia destinato a crescere fino a rappresentare un ostacolo serio, in Italia e in Europa, ai rischi incombenti. Del resto, anche da questo punto di vista, molti intrecci e convergenze sono ipotizzabili. Se infatti nel conflitto sono attualmente in gioco forme diverse della democrazia o della post-democrazia, il nostro punto di riferimento è indubbiamente quello di una democrazia partecipativa, che nasce dal basso e si diffonde a rete sull’intera società. Perché allora non tentare di sperimentare questa linea non in separata sede, bensì all’interno di una situazione organizzativa di più vaste dimensioni e di comprovata esperienza, che lo inglobi e ne faccia il perno di tutta l’azione di opposizione?

Appunto: opposizione. C’è un’opposizione in Italia? Se c’è, con i miei modesti strumenti di osservazione, non riesco ad accorgermene. Del resto, è logico. Se non c’è sinistra, come può esserci opposizione? Allora si capisce perché l’atto politico destinato a innescare un processo di questa natura sarebbe di per sé di enorme importanza. In Italia, ripeto, non esiste per ora una sinistra organizzata in grado di rappresentarsi in tutte le situazioni, istituzionali e sociali, come elemento decisivo del confronto e del conflitto. Se proveremo a crearla, imboccheremo la nuova strada. Se no, no. E saranno dolori.

  • Federico_79

    Non sono molto d’ accordo con questa analisi. Il PD non ha cambiato natura con Renzi: gia’ sotto Fassino, Bersani e Letta aveva abdicato ad una vera politica di sinistra. Rifondazione se ne e’ accorta da tempo, direi dal governo Prodi, in modo piu’ lucido di SEL o di Asor Rosa.

  • http://Antonellonebbia.it Antoine Reboul

    E’ fondamentale adesso allertare l’opinione pubblica dell’attentato alla democrazia in atto con la riforma della costituzione di cui quella del senato è solo il primo passo. Alle ultime elezioni europee ha votato solo il 45,4 per cento degli italiani, il primo partito in Italia è quello dei cittadini che non ha più fiducia nelle istituzioni e l’effetto degli 80 euro in busta paga che ha gonfiato il risultato di Renzi vera vanificato quando gli italiani si accorgeranno che è stato finanziato dall’aumento delle tasse, la TASI al posto dell’ICI in particolare che ormai deve essere pagata anche da chi sta in affitto. Il 15 luglio il movimento 5 stelle aveva organizzato un sit-in in
    difesa della costituzione vicino al senato, lo stesso giorno i sindacati uniti della scuola erano anche loro presenti per protestare contro “Il blocco delle anzianità” che riduce drasticamente il redito, già il più basso in Europa. La polizia in mezzo separava i due cortei. Ala fine però i manifestanti si sono uniti e anche i poliziotti si sono mesi a dialogare con i manifestanti come lo dimostra questo video http://www.youtube.com/watch?v=3iKtq2tlYvk. Non si vedono i poliziotti solo perché la legge vieta di riprenderli.

  • Michelinux

    Sono d’accordo con l’analisi del Prof. Asor Rosa sul «renzismo». Relativamente alla ricostruzione della sinistra italiana, a mio avviso si tratta fondamentalmente d’un problema di carattere culturale. La sinistra in Italia si è andata via via dissolvendo per sempre più manifesta subalternità culturale al modello sociale propagandato dall’economia di mercato, dal liberismo, e da ultimo dal berlusconismo/renzismo. Se vogliamo rifondare un partito di massa di sinistra, è necessaria – urgente – la condivisione di un nuovo progetto di società e di rinnovata partecipazione del popolo alla vita istituzionale del paese, che aggreghi attorno a sé quanti tuttora in Italia si sentano ancora intimamente orientati a sinistra, e in quanto tali significativamente distanti dal pensiero e dall’agire politico renziano.

    Ci sono tutti gli elementi storici necessari (ma non sufficienti) alla nascita d’un nuovo soggetto politico: nell’ultimo ventennio, ne ho visto fare man bassa a pseudo-partiti che, sbandierando una qualche istanza identitaria (la Padania per la Lega, il web per il Movimento 5 Stelle), hanno raccolto il malcontento e l’urgenza della necessità di un vero cambiamento nella vita politica e istituzionale di questo paese. Il loro risultato è stato fallimentare perché alla base delle loro fondazioni era assente una visione politica concreta e ideale di un nuovo modello di società; assenza tanto più evidente, quanto diminuivano le connotazioni di protesta e tali pseudo-partiti si radicavano nelle istituzioni (basti pensare alla parabola della Lega, che ha iniziato il suo cursus politico invocando la separazione della Padania dall’Italia meridionale in nome dell’Europa, di cui avrebbe dovuto costituire lo stato più meridionale, ed è finita coll’individuare, proprio in quell’Europa che ai tempi delle sue origini era un modello ideale da seguire, la causa principe di tutti i mali italiani).

    Purtroppo assieme al secolo breve sono finiti i partiti di massa e gli ideologismi; col pretesto delle nefandezze causate dalle ideologie ci si è disfatti anche di quest’ultime, invece di cercare di comprendere dove s’era sbagliato e cosa invece aveva valore e andava recuperato o salvaguardato.

    Pure abbiamo assistito ad esperienze di coalizioni variegate ed eterogenee per arginare ora questo, ora quell’altro obbrobrio politico: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Gli obbrobri hanno comunque avuto il loro corso, e noi ci siamo ritrovati con una società nella quale regnano sovrani l’individualismo, il consumismo e la rivendicazione dei propri interessi personali, anche se a danno dell’intera collettività. Renzi, Berlusconi, e in maniera meno esplicita anche Grillo, incarnano questi valori, e per questo godono del consenso populistico delle masse.

    Vogliamo rifondare un partito popolare di sinistra? Allora facciamolo. Ma non sia l’ennesima coalizione che abbracci tutto e il contrario di tutto in nome della lotta contro l’avversario politico comune del momento. Enucleiamo quali siano i valori in cui ci identifichiamo, mettiamoci d’accordo su quale sia il modello di società che auspichiamo per questo paese e cerchiamo di diffondere, propagandare questi valori. Il resto, vista la voragine spaventosa che si è aperta nella sinistra politica italiana, e vista l’urgenza che hanno i cittadini di sentirsi rappresentati, dovrebbe venire da sè.

    Ma che sia un vero soggetto politico, e non la solita accozzaglia di irriducibili in cerca soltanto di un nuovo contesto nel quale portare avanti le proprie esperienze politiche personali, o di intellettuali desiderosi di dare un po’ di sale alla propria esistenza con l’impegno politico.
    Non vogliamo persone, vogliamo idee e valori condivisi in cui credere e per cui combattere.

  • Giacomo Casarino

    Asor Rosa, la solita “articolessa”, avrebbe detto Pintor. Intanto va rilevato un errato giudizio storico, e cioè il fatto che si possa parlare di una continuità, di un settantennio di centro sinistra, quasi che le RIFORME del primo cs. (anni ’60, ad esempio la nazionalizzazione dell’energia elettrica), fossero assimilabili, mutatis mutandis, alle CONTRORIFORME del secondo cs. (ad esempio, privatizzazioni e legge Treu tra anni ’90 e 2008): non solo la semantica ha cambiato segno, ma anche la fattualità.
    Quanto agli intellettuali succitati (da Guido Rossi a Nadia Urbinati passando per Barbara Spinelli), c’è da chiedersi: ma come? Non si erano accorti che un processo di americanizzazione della società e della politica era già in atto da tempo in Italia (le primarie come demiurgo, capriccioso e imprevedibile, peraltro!) e che, dunque, Renzi non sarebbe comparso sulla scena come un mostro uscito all’improvviso dagli inferi, ma come l’estremo esito della parabola politica del PD?

    Non era difficile agli inizi del 2013, per chi capiva qualcosa di politica, rendersi conto che l’ambiguità, l’inconsistenza del “ma anche” di Bersani (rigore nei conti ma anche “un po’ di lavoro”) si sarebbe sciolto, non poteva non sciogliersi se non nella riaffermazione di mere politiche neoliberiste, condite di populismo in ragione, anche, della legittimazione ex-primarie e dell’anti-politica dilagante. E, infine, quale razionalizzazione? Non sapevo che essa comportasse una svolta autoritaria, quasi che tra i due termini vi fosse una relazione necessitata.

  • franco r.

    Sì, Federico, ma mentre Rifondazione testimoniava nella consueta splendida solitudine la propria immacolata Purezza & Durezza, Sel. ha smascherato la congiura dei 101 Quisling del PD che hanno affondato la candidatura Prodi alle presidenziali (nota bene: nonostante la loro vittoria su tutti i fronti, non uno di loro è uscito allo scoperto con nome e cognome, bella prova di buona coscienza..). Pur non essendo un fan di Bersani, tra lui è Renzi corre un abisso (Fassino non lo considero nemmeno nella sua totale irrilevanza). Una sola critica muovo ad Asor Rosa : lucidissima l ‘analisi del colpo di mano autoritario, ma manca un invece cognome :-)

  • mario

    Analisi storicamente carente. Primo problema della sinistra italiana: la sinistra italiana, quella che contava, era filosovietica, da Togliatti a D’Alema senza eccezioni. Crollata l’URSS non c’era nessuna possibilità di riciclare il ceto politico di quella provenienza; che se ne sia accorto Grillo invece che Asor Rosa dispiace, ma così è. Sarebbe stato meglio arrivare al 1989 con una sinistra dominata da un ceto politico erede dell’anti-URSS di sinistra: da Saragat all’ultimo bordighista, dagli anarchici alla Masini al modernismo volgare alla Craxi? Si, sembra proprio di si. Secondo più recente scelta: si è o non si è bipolaristi; si crede o non si crede che un qualcosa del tipo Bush vs. Obama è in Italia sia 1) possibile sia 2) meglio del ritorno della centralità della DC? Se si, bisogna(va) tutelare chi cercava di fare il Bush d’Italia; se no, bisogna spiegare come e perchè (e in modo talmente convincente da convincere che non si tratta di nostalgie neo-togliattismo). Renzi sta – con metodo – compiendo l’OPA boyscout sulle strutture del vecchio PCI, il governo a cui aspira è questo qui: cattolici di dx con cattolici di sx; e la sua vera parte politica ha abbastanza fili per gestire la magistratura inquisitoriale per utilizzare le inchieste come strumento di lotta politica quotidiana. Alla fine grazierà B. e apparirà perfino più garantista del Il Manifesto. aaaccchhh!

  • mario

    storia storia storia: Togliatti vero stalinista, Pecchioli che fa arrestare Negri per eviatre i contraccolpi della pessima gestione del rapimento Moro, Falcone lasciato solo perchè socialista, Craxi fatto arrestare perchè la fine dell’URSS non travolgesse la carriere dei FGCiotti anni ’80, ecc, ecc.

  • Michelinux

    La sinistra italiana filosovietica da Togliatti a D’Alema?! Tanto per ricordare qualche evento storico: e lo strappo di Berlinguer a Mosca? La Nato? L’eurocomunismo? L’appoggio a Solidarnosc? La condanna dell’invasione russa in Afghanistan? Occhetto che condanna pure il comunismo cinese di Tienanmen? D’Alema che – fresco di presidenza del consiglio – la prima cosa che fa è recarsi alla city di Londra? La storia della sinistra italiana non si riassume nella figura di Cossutta. Analisi storica carente.

  • mario

    grazie risposta. No, ti sbagli. Occhetto è stato un incidente, subito fatto fuori, e comunque l’episodio che citi è fuori tempo massimo; la questione Berlinguer è molto più complicata. Per capire il livello di stalinismo del gruppo drigente storico PCI, vedi e leggi con attenzione la discussione al CC del 1961, quello in cui Robotti rivela (ma senza i particolari veramente scottanti) del suo arresto a Mosca nel 1938. Le trascrizioni (riservate per molti anni) sono edite dallo storico Martinelli, volume del 2007 per Editori Riuniti, e comprendo il CD con gli interventi audio di quel CC (anche commovente sentire le voci di Secchia e altri). Tieni conto che quell’assise lancia anche la carriera di Berlinguer, i cui meriti principali erano a quel punto le qualità di leader internazionale dei giovani comunisti (da cui l’ ‘amicizia’ apparentemente mai venuta meno con Honecker). Quello che si può discutere è quanto e come il PCI sapesse (ma già era chiaro a Togliatti nel 1943) che l’Armata Rossa non sarebbe mai arrivata, e quindi come abbia pensato di gestire il suo legame con l’URSS in un paese sconfitto nota e di qua dalla cortina di ferro. Per tornare a Berlinguer, si tende a dimenticare che la sua ipotesi principale – il governo con la DC a fine anni ’70 – fu pensato in concomitanza con la crisi Watergate/Nixon, e puzza lontano un miglio di tentativo di sfruttare il momento di debolezza della sicurezza USA. Sarebbe stato meglio, allora, se la Sx italiana fosse stata egemonizzata da correnti culturali di sinistra ma anti-sovietiche? (o pensi che l’antistalinismo fosse comunque di Dx?) Avremmo avuto meno guai, e più governo di Sx? Sarebbe stato possibile indirizzare l’energia diffusa del ’68 italiano in un governo delle sinistre, di stile laburista, e mandare la Dc all’opposizione? Insomma con il senno di oggi (ma allora complimenti e rispetto per chi già allora lo diceva), meglio Saragat che Berlinguer?

    nota la questione che l’Italia sia paese sconfitto ha una sua rilevanza, perchè implica che l’URSS (paese attaccato dall’Italia, e tenuta fuori da gli altri alleati dalla campagna d’Italia) aveva però titolo per estendere in qualche modo la sua area di influenza sull’Italia, da qui la plausibilità dell’ipotesi che il PCI sia stato visto da >tutte< le nazioni vincitrici come la DDR d'Italia e rispettato come tale. Nota anche che durante la stagione delle pressioni violente (strategia della tensione, terrorismo) gli attacchi diretti alle strutture riservate del PCI sono stati nulli.

  • Michelinux

    Ciao Mario.
    Enrico Berlinguer: “Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico… Mi sento piu’
    sicuro stando di qua” (1976)
    Alessandro Natta: “…Nessuno deve
    insegnarci l’esigenza di criticare a fondo l’ammministrazione Reagan e
    il coacervo di interessi che essa esprime” (1986, al Congresso di Firenze, rivolto alla base di sinistra che contestava alla dirigenza una posizione troppo morbida nei confronti dell’amministrazione americana)
    Giorgio Napolitano, all’epoca “ministro degli
    Esteri” del PCI: “Oggi non solo noi non mettiamo in
    discussione l’appartenenza dell’Italia alla Nato, ma concepiamo in
    termini di iniziativa e di impegno attivo la presenza del nostro Paese
    in questa Alleanza”. (1986)
    Tre anni prima che cadesse il muro, faccio notare.
    Quando il muro cadde, la «filosovieticità» era rimasta appannaggio di una parte minoritaria della sinistra, non di tutta la sinistra italiana, per cui – a mio avviso – con il crollo dell’URSS una nuova stagione politica di innovazione sarebbe pure potuta rinascere. Il problema fu proprio il crollo del blocco sovietico: dopo anni di mercato, liberismo, consumismo, televisione nazionalpopolare e dall’altra parte il modello di economia di stato sovietica che era fallito, quale rotta avrebbe dovuto indicare la sinistra italiana? L’incapacità della sinistra di elaborare una nuova originale visione della società e di un modello economico-produttivo che non fosse quello che già da decenni imperversava pressoché incontrastato, la sua subalternità culturale a quel mondo che già conteneva in nuce tutti i germi del berlusconismo, la rinuncia ad una volontà reale di cambiamento profondo, furono gli inizi di quella voragine, che ha trovato oggi in Renzi (tragicamente) il suo epilogo.
    Indipendentemente dalle questioni di geopolitica e dalla storia del PCI, io credo che ora sia giunto il tempo di riguardarsi tutti noi in faccia, per capire chi siamo, cosa siamo diventati, e quale sia il futuro che vogliamo costruire per il nostro paese e per i nostri figli. Capisco l’urgenza del prof. Asor Rosa di arginare la voragine renziana, però sarei molto più contento se tale arginamento coincidesse con la rinascita di un nuovo soggetto politico di sinistra, e non della solita mega-coalizione tenuta insieme solo dalla storia remota comune e dal condiviso sentimento anti-Renzi.

  • mario

    Ciao Michele+Linus+Unix
    Insisto, per il piacere della conversazione, sperando di non sembrare maleducato.
    Cerchiamo di circoscrivere il dissenso tra di noi. Quale delle seguenti affermazioni condividi SI e quali NO?
    1) il gruppo dirigente del PCI degli anni 50 (Togliatti, Longo, Di Vittorio, Amendola, e molti delle seconde linee) si era costituito negli anni ’30 del secolo scorso a Mosca e a Parigi, aderendo alla presa di potere di Stalin e alle grandi purghe staliniane, e questa matrice costituisce la vera caratterizzazione politica di quel gruppo;
    2) la svolta di Salerno fu concordata con Stalin e Molotov, e fu
    motivata anche sopratutto(?) dall’interesse sovietico che il PCI rispettasse gli accordi di Yalta;
    3) chiedere e ottenere le dimissioni di Saragat dalla Costituente, fu un errore;
    4) se le truppe sovietiche nel 43 avessero sfondato a NordEst, e il triveneto fosse diventato davvero la DDR d’Italia a guida PCI, quel gruppo avrebbe gestito le cose in modo del tutto similare a quelle delle altre democrazie dell’est, e non tra le meno peggio (Togliatti aveva un record peggiore di Gomulka)
    5) l’esclusione di Secchia, a seguire la morte di Stalin, dalla dirigenza PCI fu motivata sopratutto per il timore che Secchia potesse cogliere l’occasione per giocare una carta anti-stalinista, ridimensionando i dirigenti con formazione moscovita, a favore probabilmente di quelli formatisi nelle galere fasciste (come Secchia stesso) e nella Resistenza armata (questa la ricostruzione di Mirian Mafai nel suo libro dedicato a Secchia)
    6) l’ostracismo verso i vecchi esponenti della Sinistra Comunista, sopratutto Bordiga, continuato fino alla loro morte negli anni ’70, non aveva motivi politici, teorici o tantomeno morali, ma fu dovuta sola alla consegna di non riaprire la questione delle complicità con le calunnie criminali del periodo delle grandi epurazioni staliniane;
    7) il gruppo dirigente del PCI, primi anni ’60, fu sostanzialmente anti-Krusciov, e più a suo agio con Breznev;
    8) negli anni ’70 il PCI fu sostanzialmente ostile ai movimenti dei dissidenti dell’Est, e nel caso della biennale del dissenso organizzata da Ripa de Meana (e Craxi ) del 77, si oppose seguendo le indicazioni della dirigenza del PCUS;
    9) pensare di avvicinarsi alla stanza dei bottoni nel 1977-78, senza aver rotto il legame con il PCUS, denunciato lo stalinismo di Togliatti, accettato di confluire nella socialdemocrazia, riconoscendo le ragioni del socialismo anticomunista (alla Saragat), mise l’Italia in una situazione di pericolo e di incomprensione internazionale, le cui vittime furono Moro, la generazione del ’77, e il rinnovamento politico in Italia;
    10) la fermezza nel caso Moro del PCI fu una copertura politica per evitare di ammettere il fallimento del compromesso storico, e tutelare la segreteria Berlinguer (dopo la morte di Moro, di Berlinguer, invece che di Leone, si sarebbero dovuto chiedere le dimissioni)
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/doc/19221/noi-allunit-nella-bufera-della-bolognina.htm; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta
    all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario

  • mario

    ?? non sembra sia più possibile risponderti, improvvisamente vedo una blocco del moderatore: “Tieni duro, questo commento deve ancora essere approvato da il manifesto.”. Io tengo duro, ma forse una risposta troppo lunga, o considerata inopportuna? Mah! Questo commento al mancato commento, invece sembra passare. Chiarimenti?

  • mario

    Ciao Michele+Linus+Unix
    Insisto, per il piacere della conversazione, sperando di non sembrare maleducato.
    Cerchiamo di circoscrivere il dissenso tra di noi. Quale delle seguenti affermazioni condividi SI e quali NO?
    1) il gruppo dirigente del PCI degli anni 50 (Togliatti, Longo, Di Vittorio, Amendola, e molti delle seconde linee) si era costituito negli anni ’30 del secolo scorso a Mosca e a Parigi, aderendo alla presa di potere di Stalin e alle grandi purghe staliniane, e questa matrice costituisce la vera caratterizzazione politica di quel gruppo;
    2) la svolta di Salerno fu concordata con Stalin e Molotov, e fu
    motivata anche sopratutto(?) dall’interesse sovietico che il PCI rispettasse gli accordi di Yalta;
    3) chiedere e ottenere le dimissioni di Saragat dalla Costituente, fu un errore;
    4) se le truppe sovietiche nel 43 avessero sfondato a NordEst, e il triveneto fosse diventato davvero la DDR d’Italia a guida PCI, quel gruppo avrebbe gestito le cose in modo del tutto similare a quelle delle altre democrazie dell’est, e non tra le meno peggio (Togliatti aveva un record peggiore di Gomulka)
    5) l’esclusione di Secchia, a seguire la morte di Stalin, dalla dirigenza PCI fu motivata sopratutto per il timore che Secchia potesse cogliere l’occasione per giocare una carta anti-stalinista, ridimensionando i dirigenti con formazione moscovita, a favore probabilmente di quelli formatisi nelle galere fasciste (come Secchia stesso) e nella Resistenza armata (questa la ricostruzione di Mirian Mafai nel suo libro dedicato a Secchia)
    6) l’ostracismo verso i vecchi esponenti della Sinistra Comunista, sopratutto Bordiga, continuato fino alla loro morte negli anni ’70, non aveva motivi politici, teorici o tantomeno morali, ma fu dovuta sola alla consegna di non riaprire la questione delle complicità con le calunnie criminali del periodo delle grandi epurazioni staliniane;
    7) il gruppo dirigente del PCI, primi anni ’60, fu sostanzialmente anti-Krusciov, e più a suo agio con Breznev;
    8) negli anni ’70 il PCI fu sostanzialmente ostile ai movimenti dei dissidenti dell’Est, e nel caso della biennale del dissenso organizzata da Ripa de Meana (e Craxi ) del 77, si oppose seguendo le indicazioni della dirigenza del PCUS;
    9) pensare di avvicinarsi alla stanza dei bottoni nel 1977-78, senza aver rotto il legame con il PCUS, denunciato lo stalinismo di Togliatti, accettato di confluire nella socialdemocrazia, riconoscendo le ragioni del socialismo anticomunista (alla Saragat), mise l’Italia in una situazione di pericolo e di incomprensione internazionale, le cui vittime furono Moro, la generazione del ’77, e il rinnovamento politico in Italia;
    10) la fermezza nel caso Moro del PCI fu una copertura politica per evitare di ammettere il fallimento del compromesso storico, e tutelare la segreteria Berlinguer (dopo la morte di Moro, di Berlinguer, invece che di Leone, si sarebbero dovuto chiedere le dimissioni)
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/do… per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta
    all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario

  • mario

    prova con una risposta più breve:

    Ciao Michele+Linus+Unix
    Insisto, per il piacere della conversazione, sperando di non sembrare maleducato.
    Cerchiamo di circoscrivere il dissenso tra di noi. Quale delle seguenti affermazioni condividi SI e quali NO?
    1) il gruppo dirigente del PCI degli anni 50 (Togliatti, Longo, Di Vittorio, Amendola, e molti delle seconde linee) si era costituito negli anni ’30 del secolo scorso a Mosca e a Parigi, aderendo alla presa di potere di Stalin e alle grandi purghe staliniane, e questa matrice costituisce la vera caratterizzazione politica di quel gruppo;
    2) la svolta di Salerno fu concordata con Stalin e Molotov, e fu
    motivata anche sopratutto(?) dall’interesse sovietico che il PCI rispettasse gli accordi di Yalta;
    3) chiedere e ottenere le dimissioni di Saragat dalla Costituente, fu un errore;
    4) se le truppe sovietiche nel 43 avessero sfondato a NordEst, e il triveneto fosse diventato davvero la DDR d’Italia a guida PCI, quel gruppo avrebbe gestito le cose in modo del tutto similare a quelle delle altre democrazie dell’est, e non tra le meno peggio (Togliatti aveva un record peggiore di Gomulka)
    5) l’esclusione di Secchia, a seguire la morte di Stalin, dalla dirigenza PCI fu motivata sopratutto per il timore che Secchia potesse cogliere l’occasione per giocare una carta anti-stalinista, ridimensionando i dirigenti con formazione moscovita, a favore probabilmente di quelli formatisi nelle galere fasciste (come Secchia stesso) e nella Resistenza armata (questa la ricostruzione di Mirian Mafai nel suo libro dedicato a Secchia)
    6) l’ostracismo verso i vecchi esponenti della Sinistra Comunista, sopratutto Bordiga, continuato fino alla loro morte negli anni ’70, non aveva motivi politici, teorici o tantomeno morali, ma fu dovuta sola alla consegna di non riaprire la questione delle complicità con le calunnie criminali del periodo delle grandi epurazioni staliniane; cont….

  • mario

    seconda parte

    7) il gruppo dirigente del PCI, primi anni ’60, fu sostanzialmente anti-Krusciov, e più a suo agio con Breznev;
    8) negli anni ’70 il PCI fu sostanzialmente ostile ai movimenti dei dissidenti dell’Est, e nel caso della biennale del dissenso organizzata da Ripa de Meana (e Craxi ) del 77, si oppose seguendo le indicazioni della dirigenza del PCUS;
    9) pensare di avvicinarsi alla stanza dei bottoni nel 1977-78, senza aver rotto il legame con il PCUS, denunciato lo stalinismo di Togliatti, accettato di confluire nella socialdemocrazia, riconoscendo le ragioni del socialismo anticomunista (alla Saragat), mise l’Italia in una situazione di pericolo e di incomprensione internazionale, le cui vittime furono Moro, la generazione del ’77, e il rinnovamento politico in Italia;
    10) la fermezza nel caso Moro del PCI fu una copertura politica per evitare di ammettere il fallimento del compromesso storico, e tutelare la segreteria Berlinguer (dopo la morte di Moro, di Berlinguer, invece che di Leone, si sarebbero dovuto chiedere le dimissioni)
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/do… per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta
    all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario

  • mario

    prova con una risposta più breve:

    Ciao Michele+Linus+Unix
    Insisto, per il piacere della conversazione, sperando di non sembrare maleducato.
    Cerchiamo di circoscrivere il dissenso tra di noi. Quale delle seguenti affermazioni condividi SI e quali NO?
    1) il gruppo dirigente del PCI degli anni 50 (Togliatti, Longo, Di Vittorio, Amendola, e molti delle seconde linee) si era costituito negli
    anni ’30 del secolo scorso a Mosca e a Parigi, aderendo alla presa di potere di Stalin e alle grandi purghe staliniane, e questa matrice costituisce la vera caratterizzazione politica di quel gruppo;
    2) la svolta di Salerno fu concordata con Stalin e Molotov, e fu motivata anche sopratutto(?) dall’interesse sovietico che il PCI rispettasse gli accordi di Yalta;
    3) chiedere e ottenere le dimissioni di Saragat dalla Costituente, fu un errore;
    4) se le truppe sovietiche nel 43-45 avessero sfondato a NordEst, e il triveneto fosse diventato davvero la DDR d’Italia a guida PCI, quel gruppo avrebbe gestito le cose in modo del tutto similare a quelle delle altre democrazie dell’est, e non tra le meno peggio (Togliatti aveva un record peggiore di Gomulka)
    5) l’esclusione di Secchia, a seguire la morte di Stalin, dalla dirigenza PCI fu motivata sopratutto per il timore che Secchia potesse cogliere l’occasione per giocare una carta anti-stalinista, ridimensionando i dirigenti con formazione moscovita, a favore probabilmente di quelli formatisi nelle galere fasciste (come Secchia stesso) e nella Resistenza armata (questa la ricostruzione di
    Mirian Mafai nel suo libro dedicato a Secchia)
    6) l’ostracismo verso i vecchi esponenti della Sinistra Comunista, sopratutto Bordiga, continuato fino alla loro morte negli anni ’70, non aveva motivi politici, teorici o tantomeno morali, ma fu dovuta sola alla consegna di non riaprire la questione delle complicità con le calunnie criminali del periodo delle grandi epurazioni staliniane; cont….

  • mario

    seconda parte

    7) il gruppo dirigente del PCI, primi anni ’60, fu sostanzialmente anti-Krusciov, e più a suo agio con Breznev;
    8) negli anni ’70 il PCI fu sostanzialmente ostile ai movimenti dei dissidenti dell’Est, e nel caso della biennale del dissenso organizzata da Ripa de Meana (e Craxi ) del 77, si oppose seguendo le indicazioni della dirigenza del PCUS;
    9) pensare di avvicinarsi alla stanza dei bottoni nel 1977-78, senza aver rotto il legame con il PCUS, denunciato lo stalinismo di Togliatti, accettato di confluire nella socialdemocrazia, riconoscendo le ragioni del socialismo anticomunista (alla Saragat), mise l’Italia in una situazione di pericolo e di incomprensione internazionale, le cui vittime furono Moro, la generazione del ’77, e il rinnovamento politico in Italia;
    10) la fermezza nel caso Moro del PCI fu una copertura politica per evitare di ammettere il fallimento del compromesso storico, e tutelare la segreteria Berlinguer (dopo la morte di Moro, di Berlinguer, invece che di Leone, si sarebbero dovuto chiedere le dimissioni)

  • mario

    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/doc/19221/noi-allunit-nella-bufera-della-bolognina.htm ; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)

  • mario

    ?? non sembra sia più possibile risponderti, improvvisamente vedo una
    blocco del moderatore: “Tieni duro, questo commento deve ancora essere
    approvato da il manifesto.”. Io tengo duro, ma forse una risposta troppo
    lunga, o considerata inopportuna? Mah! Questo commento al mancato
    commento, invece sembra passare. Chiarimenti?
    update: ho provato dividendo la risposta in tre parti, me ne passa due, e blocca la terza. Mah!
    e se copio le ultime righe qui? no, non funziona.

  • mario

    terza parte
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/doc/19221/noi-allunit-nella-bufera-della-bolognina.htm ; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario

  • mario

    quarta parte
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta
    all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario

  • mario

    terza parte
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer
    che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia
    internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha
    indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo
    sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/do… ; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)

  • mario

    terza parte
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia
    internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana

  • mario

    su 11) vedi vedi il passaggio chiarissimo
    sul “rovello” in http://www.massimodalema.it/do… ; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.

  • mario

    uhm uhm, forse il problema è l’inserimento di un link esterno quello che volevo segnalare è un passo di una intervista a D’Alema
    vedi al suo sito, www massimodalema it — sezione interviste
    intervista: Noi all’Unità nella bufera della Bolognina
    vedi passo sul “rovello”, a commento di 11)

  • mario

    Ciao Michele+Linus+Unix
    Insisto, per il piacere della conversazione, sperando di non sembrare maleducato.
    Cerchiamo di circoscrivere il dissenso tra di noi. Quale delle seguenti affermazioni condividi SI e quali NO?
    1) il gruppo dirigente del PCI degli anni 50 (Togliatti, Longo, Di Vittorio, Amendola, e molti delle seconde linee) si era costituito negli anni ’30 del secolo scorso a Mosca e a Parigi, aderendo alla presa di potere di Stalin e alle grandi purghe staliniane, e questa matrice costituisce la vera caratterizzazione politica di quel gruppo;
    2) la svolta di Salerno fu concordata con Stalin e Molotov, e fu
    motivata anche sopratutto(?) dall’interesse sovietico che il PCI rispettasse gli accordi di Yalta;
    3) chiedere e ottenere le dimissioni di Saragat dalla Costituente, fu un errore;
    4) se le truppe sovietiche nel 43 avessero sfondato a NordEst, e il triveneto fosse diventato davvero la DDR d’Italia a guida PCI, quel gruppo avrebbe gestito le cose in modo del tutto similare a quelle delle altre democrazie dell’est, e non tra le meno peggio (Togliatti aveva un record peggiore di Gomulka)
    5) l’esclusione di Secchia, a seguire la morte di Stalin, dalla dirigenza PCI fu motivata sopratutto per il timore che Secchia potesse cogliere l’occasione per giocare una carta anti-stalinista, ridimensionando i dirigenti con formazione moscovita, a favore probabilmente di quelli formatisi nelle galere fasciste (come Secchia stesso) e nella Resistenza armata (questa la ricostruzione di Mirian Mafai nel suo libro dedicato a Secchia)
    6) l’ostracismo verso i vecchi esponenti della Sinistra Comunista, sopratutto Bordiga, continuato fino alla loro morte negli anni ’70, non aveva motivi politici, teorici o tantomeno morali, ma fu dovuta sola alla consegna di non riaprire la questione delle complicità con le calunnie criminali del periodo delle grandi epurazioni staliniane;
    7) il gruppo dirigente del PCI, primi anni ’60, fu sostanzialmente anti-Krusciov, e più a suo agio con Breznev;
    8) negli anni ’70 il PCI fu sostanzialmente ostile ai movimenti dei dissidenti dell’Est, e nel caso della biennale del dissenso organizzata da Ripa de Meana (e Craxi ) del 77, si oppose seguendo le indicazioni della dirigenza del PCUS;
    9) pensare di avvicinarsi alla stanza dei bottoni nel 1977-78, senza aver rotto il legame con il PCUS, denunciato lo stalinismo di Togliatti, accettato di confluire nella socialdemocrazia, riconoscendo le ragioni del socialismo anticomunista (alla Saragat), mise l’Italia in una situazione di pericolo e di incomprensione internazionale, le cui vittime furono Moro, la generazione del ’77, e il rinnovamento politico in Italia;
    10) la fermezza nel caso Moro del PCI fu una copertura politica per evitare di ammettere il fallimento del compromesso storico, e tutelare la segreteria Berlinguer (dopo la morte di Moro, di Berlinguer, invece che di Leone, si sarebbero dovuto chiedere le dimissioni)
    11) la preoccupazione della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la lora adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le forche caudine del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in …. ; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta
    all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario

  • Riccardo

    BRAVO MICHELINUX! Finalmente una voce critica sul PCI post-1975, sulle sue scelte atlantiche, sulla sua maggioranza che non è più filosovietica, fino all’ignobile Occhetto che condanna Tienanmen. Occorre rielaborare una “nuova originale visone della società”. La Lista Tsipras, ad esempio, in Italia si conferma erede della subalternità culturale citata. Non rappresenta per nulla il comunismo, anzi, mutua dal lessico del capitalismo finanziario tutti i termini del suo linguaggio. E i suoi “punti” di programma (perché non ha un programma, né un’idea) vanno in parallelo con i discorsi comuni che si sentono tanto da dx che da sx: fine dell’austerità, ripresa economica, ecc. Non è una voce fuori dal coro, ma perfettamente introdotta, facente parte, aderente al coro. E su questo c’è da lavorare parecchio. Frequentando le sedi non dico SEL, che là di comunismo neanche se ne parla, ma anche fra i compagni di Rifondazione, il linguaggio dei compagni è quello trasmesso dai mass media, il refrain martellante di termini e luoghi comuni imposti dalla dittatura capitalista.

  • Riccardo

    La frana è cominciata con Berlinguer. Ma non c’era quasi più nulla da fare in Italia, già dopo la firma di quella Costituzione che prevede il libero mercato e la proprietà privata, e non il comunismo. La Costituzione è stato un contentino dato alla parte politica che aveva fatto la resistenza, per non correre il rischio che continuasse la rivoluzione. Stalin voleva l’Italia, giustamente. Roosvelt, cui l’Italia era stata affidata, voleva riportare la monarchia.
    La battaglia in Italia il comunismo l’ha persa quando Stalin non è riuscito ad avere l’italia.
    Tutto il resto è compromesso con il potere, nelle solide mani della destra-centro.
    Fino alla ovvia, e non poteva essere altrimenti, dissoluzione della sinistra in Italia.
    Riprendere il discorso comunista sarà difficile, visti gli antecedenti. Ma non impossibile.
    Ci sono altri scenari, e uscire dalla NATO e dall’euro si può. Non certo con Tsipras.

  • lorenzo

    Mi piace e condivido molto in questo commento. Se posso aggiungere
    qualcosa direi che le difficolta’ organizzative sono figlie della
    frantumazione sociale che rende difficile farsi partito in quanto parte
    rappresentante di una larga ma precisa ed omogenea fetta della
    popolazione. Credo che la battaglia sia inanzitutto culturale nel
    convincere che il modello che ha portato ad una distribuzione di
    ricchezze e condizioni cosi’ disomogenee e’ fonte di ingiustizie e
    sofferenze che coinvolgono i piu’. Credo che un nuovo modello di
    societa’ abbia purtroppo bisogno di tempi lunghi per farsi strada.
    Cambiare l’orizzonte dei valori dal possesso e al potere a valori piu’
    solidali e umani e collettivi; far comprendere che progresso e’
    possibile anche senza competizione sfrenata sono credo battaglie epocali
    e in qualche modo inedite anche perche’ probabilmente adesso vanno
    fatte su scala mondiale per riuscire.