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La rivoluzione vivrà se sarà anti-sistema

Algeria. A un anno dall'inizio della mobilitazione contro il governo, il movimento di protesta si trova di fronte tre ostacoli: l’apparato statale uscito indenne fa da argine repressivo, il movimento operaio è incapace di strategia offensiva e una forte sinistra rivoluzionaria non è emersa. Per sopravvivere l'Hirak deve giungere a una svolta

La protesta di Algeri

La protesta di Algeri

La rivoluzione compie un anno. Sono trascorsi 365 giorni da quella prima, improvvisa fiammata rivoluzionaria quando, rispondendo a svariati appelli circolati sui social network nei giorni precedenti, decine di migliaia di algerini decisero di scendere in strada.

Nell’immediato, le proteste erano una risposta al tentativo di un presidente malato e costretto perennemente su una sedia a rotelle a presentarsi come candidato e vincitore annunciato per un quinto mandato consecutivo. Nei fatti, la decisione di Abdelaziz Bouteflika ha semplicemente fornito il pretesto per l’esplosione di una società che ribolliva da tempo, come testimoniato dalla lunghissima ondata di scioperi degli anni precedenti.

Poco più di un mese di oceaniche proteste dell’Hirak (movimento), rafforzate a partire dal 10 marzo dal poderoso intervento del movimento operaio con uno sciopero generale di cinque giorni, sono state sufficienti per costringere Bouteflika alle dimissioni, dimostrando ancora una volta come l’ingresso delle masse sulla scena politica possa riscattare decenni di abusi e sfruttamento in poche settimane.

L’uscita di scena del presidente Bouteflika il 2 aprile non ha però segnato la fine dell’intero regime, ma un mero cambio al vertice. Come sottolineato dal commentatore e attivista Hamza Hamouchene, questo ha rappresentato il momento in cui «un regime militare dal volto civile è diventato un regime militare tout court».

Proprio le forze armate, con il preciso intento di proteggere i propri interessi e il sistema nel suo complesso, hanno assunto la guida della transizione nel post-Bouteflika.

La strategia dell’esercito, sotto la regia del capo delle forze armate e vice-ministro della difesa Ahmed Gaïd Salah (poi deceduto nel dicembre 2019), si fondava su tre assunti: guadagnare tempo, nella speranza che le alte temperature estive limitassero la capacità di mobilitazione dell’Hirak; cooptare le parti più moderate del movimento di protesta attraverso alcuni arresti eccellenti tra le alte sfere del regime; e indire rapidamente elezioni presidenziali che avrebbero dovuto rappresentare la fine della transizione.

Un simile piano non aveva però fatto i conti con la vitalità del movimento studentesco, in piazza per 52 martedì consecutivi, e dell’Hirak, capace di mobilitare oltre un milione di dimostranti ogni venerdì. La profonda consapevolezza che Bouteflika fosse solamente la punta dell’iceberg di un sistema corrotto e mafioso, spesso indicato semplicemente come le pouvoir (il potere) e la contemporanea assenza di alcun cambiamento al vertice ha spinto il movimento di protesta a mantenere alto il livello di mobilitazione.

L’Hirak, anche in assenza di una strutturazione interna e di leader riconoscibili, è riuscito a formulare tre richieste esplicite: varo di una nuova repubblica civile in cui il potere dei militari fosse fortemente limitato; immediata liberazione di tutti i prigionieri politici; approvazione di una nuova costituzione prima dello svolgimento di elezioni politiche.

Proprio le forti resistenze dal basso hanno costretto il regime a posticipare le presidenziali, inizialmente previste per il 4 luglio 2019, al 12 dicembre. Pur di fronte al boicottaggio di tutte le opposizioni politiche e con una partecipazione decisamente bassa (in Cabilia, la principale regione berbera del paese, il voto è stato rigettato in massa), il regime è riuscito a far eleggere presidente con circa il 58% delle preferenze Abdelmadjid Tebboune, ex primo ministro per un breve periodo e prima scelta dei militari. Nel miglior esempio di un gattopardo non italico, sembra proprio che tutto sia cambiato perché nulla cambi veramente in Algeria.

L’insediamento di Tebboune non ha però soffocato la forza dei movimenti di protesta, che rimangono vitali e presenti nelle strade. A questo punto però, è anche emerso chiaramente come le cicliche manifestazioni di martedì e venerdì corrano più il rischio di diventare uno stanco rituale settimanale piuttosto che un reale strumento di pressione sul regime.

Per evitare che la rivoluzione algerina si accodi agli insuccessi riportati altrove nella regione dai movimenti rivoluzionari ed entri a far parte di quella tipologia che il sociologo Asef Bayat indicherebbe come «movimento rivoluzionario con traiettoria riformista», le proteste devono riprendere nel breve periodo un carattere realmente anti-sistema. Al momento ci sono tre ostacoli in tale direzione.

Per prima cosa, l’apparato statale è uscito interamente indenne dalla sollevazione contro Bouteflika, potendo così agire da argine repressivo contro i settori più avanzati del movimento. In secondo luogo, il movimento operaio è stato incapace di mettere in campo una strategia offensiva, non riuscendo a creare le forme politiche della propria emancipazione sociale.

Infine va menzionata l’assenza di una forte sinistra rivoluzionaria con solidi legami con il movimento dei lavoratori. Alcuni di questi problemi non sono una specificità algerina, ma riguardano molti paesi.

In Algeria, tuttavia, una rivoluzione è in corso. E per giungere a successo, deve presto superare questi ostacoli. Altrimenti un nuovo regime militare, magari con un presidente civile, rimane l’esito più probabile.