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Editoriale

La Lombardia ha perso il treno europeo

Lombardia. Gli investimenti non sono il motore, piuttosto un vincolo. Da occasione di crescita, sono diventati un ostacolo allo sviluppo

La Lombardia è una regione europea? È una domanda che nessuno ha più il coraggio di fare e di farsi. Paura? Smemoratezza? Inadeguatezza? Da una parte si continua a fotografare la Lombardia come un motore dell’Europa, dall’altra si racconta un disagio sociale, più o meno manifesto, che comprometterebbe l’uscita dalla crisi. Alla fine il dibattito diventa dicotomico: sostenere l’eccellenza lombarda, oppure sostenere le persone che temporaneamente vivono la crisi. Ricordare la «politica economica e sociale» di William Beveridge è un azzardo, ma prima o poi questo azzardo dovrà essere intrapreso. Si tratta di coniugare lo sradicamento della povertà e la libertà dal bisogno, un tratto costitutivo delle economie industrializzate, senza dimenticare che l’infrastruttura dello stato sociale risiede proprio nella piena occupazione.

Su questo ultimo punto abbiamo le consumate proposte: più investimenti, formazione, ricerca e sviluppo e ammortizzatori sociali. Al massimo è richiesto un intervento pubblico teso a sostenere l’iniziativa privata, il più delle volte condividendo la necessità di ridurre le tasse e la burocrazia. Se il sistema economico della Lombardia è una eccellenza, occorre rivitalizzarlo conservando quel tanto di buono che lo stato sociale deve è può fare. In altre parole la crisi è una crisi ciclica (lunga), ma se lavoriamo assieme usciremo tutti più forti, ricchi e competitivi. A queste condizioni la più grave crisi politica del centro destra della Lombardia non poteva avere uno sbocco a sinistra. Se la crisi è una crisi congiunturale conviene affidarsi al centro destra. Perché scegliere diversamente? Infatti, le elezioni sono state vinte da Maroni. La sinistra, tutta la sinistra, non aveva e non ha un progetto di trasformazione. Perché affidargli il cambiamento? Meglio le consumate prassi. Non risolvono i problemi, ma sono rassicuranti.

Ritorniamo alla domanda iniziale: la Lombardia è una regione europea?

Se la crisi intervenuta nel 2007, non ancora conclusa, ha un merito, non desiderato, è quella di avere messo a nudo la necessità di fare politica economica, la quale altro non è che la soluzione dei problemi. Qual è il problema di struttura della Lombardia? La Lombardia non attraversa una crisi congiunturale, piuttosto un progressivo allontanamento dall’Europa, con delle implicazioni sociali, industriali e di bilancio pubblico che potrebbero aggravare la situazione. Come possiamo definire crisi di struttura? Nel modo più semplice: se una regione, un paese, opera per anticipare il benessere e la struttura produttiva e occupazionale di domani, pensiamo a William Beveridge, sarà possibile progettare il futuro; se una regione riproduce se stessa il futuro diventa un azzardo (morale).

È noto che la crescita del Pil della Lombardia tra il 2000 e il 2012 è stata più bassa di 17 punti rispetto all’Europa. Un fatto che dovrebbe far riflettere in sé. Ma non è questo l’aspetto più grave e drammatico. Il nodo di struttura è un altro: gli investimenti della Lombardia sono uguali a quelli medi dell’Europa (19,4%), ma ciò non ha permesso al Pil di crescere come e quanto quello medio europeo. Gli investimenti non sono il motore della Lombardia, piuttosto un vincolo. Come è stato possibile che gli investimenti della Lombardia da opportunità di crescita, nuove imprese e lavoro, siano diventati una palla al piede? Difficile da credere, ma nella catena del valore integrato, valore aggiunto da e per l’estero, gli investimenti regionali sono diventati reddito per altre regioni e per altri paesi. In altre parole gli investimenti incorporano sapere prodotto da altri paesi. Se incorporiamo sapere da altri paesi, il Pil della Lombardia non poteva che avere le tendenze mostrate. Il meno 17% di crescita è esattamente pari alla produzione-lavoro buono consegnato all’estero. Se non produciamo i beni strumentali che le imprese a valle domandano, perdiamo lavoro e produzione industriale. Solo in questo modo possiamo spiegare l’impoverimento di struttura della Lombardia.

Alla fine la formazione dei ragazzi maturata nelle nostre università è troppo alta per le imprese lombarde. È un modo per spiegare che i luoghi comuni, più investimenti, formazione, ricerca e sviluppo e ammortizzatori sociali, sono lo specchio fedele del livello del dibattito politico, sociale e datoriale.

Gli effetti (flusso) sono drammatici. La velocità di crescita della disoccupazione reale e della povertà non hanno pari tra le regioni italiane e ancor meno tra le regioni europee. La disoccupazione è cresciuta del 71%, mentre la povertà del 50%.

Nell’arco di pochissimo tempo la Lombardia è scivolata al 128° nello score delle regioni europee, al 139° nella ricerca e sviluppo. Sulla ricerca e sviluppo siamo stati superati da Emilia e Piemonte. In altre parole la struttura dell’economia lombarda è assente dalla catena del valore europeo. Diversamente è inspiegabile la quota di reddito da lavoro sul totale rispetto a tutte le altre regioni del Paese. Il lavoro non è da tempo la matrice dello sviluppo. Mentre in Europa il reddito da lavoro si avvicina al 50% e in Italia al 41%, che già da conto della crisi, in Lombardia il reddito da lavoro sfiora di poco il 35%. Come è possibile che una regione industrializzata come la Lombardia abbia una quota da reddito da lavoro così bassa? Quindici anni di Formigoni non sono passati invano; rimane un lascito da cui è difficile affrancarsi. Maroni è diverso ma per molti, troppi, aspetti è molto peggio. Se Formigoni implementava la sussidiarietà come policy, quindi deflusso di potere decisionale, Maroni riflette la despecializzazione della Lombardia, assicurandogli una soluzione territoriale. Immaginate la soluzione della più grave crisi di struttura via territorio. Mentre l’Europa lavora per industrializzare la ricerca, la Lombardia dovrebbe industrializzare il territorio.

*ricercatore della Cgil Lombardia