«Un caso da manuale di pulizia etnica», Non usa giri di parole Zeid Ra’ad al Hussein, massima autorità delle Nazioni unite in tema di diritti umani, sulla natura ultima delle «operazioni brutali» lanciate dall’esercito del Myanmar contro la popolazione Rohingya nelle ultime settimane.

All’indomani dell’attacco del 25 agosto scorso in cui hanno perso la vita 12 appartenenti alle forze di sicurezza nel nord dello stato di Rakhine, le “normali” persecuzioni di cui è oggetto questa minoranza musulmana, storicamente discriminata nel paese a maggioranza buddista , si sono trasformate in caccia aperta. Uno scenario fatto di «villaggi dati alle fiamme, uccisioni extragiudiziali, civili in fuga presi a bersaglio dai soldati», come ha denunciato ieri l’alto commissario Onu, che ha avuto accesso a rapporti e immagini satellitari che proverebbero i crimini commessi «dall’esercito e dalle milizie locali» in modo inequivocabile. Una reazione «chiaramente sproporzionata», ha insistito al Hussein, all’attacco del 25 agosto.

Sono già 300 mila i Rohingya che nelle ultime settimane hanno trovato rifugio nel vicino Bangladesh e che da lì provano a raccontare l’orrore dal quale sono fuggiti. Lunedì il ministro degli esteri di Dacca AH Mahmood Ali non ha esitato a definire «genocidio» quello in atto nella ex Birmania. Ai Rohingya – diventati famosi loro malgrado – anche il papa ha rivolto il suo pensiero già il 27 agosto, dopo i primi report sulla rappreseglia militare. In quell’occasione Bergoglio ha confermato che intende visitare proprio Myanmar e Bangladesh nel corso del suo viaggio pastorale in Asia, previsto per fine novembre.

Ieri anche la Lega musulmana mondiale (Mwl) ha condannato duramente l’escalation di sangue, definendola «una vergogna per l’umanità». In un comunicato l’organizzazione sostiene che «lo spargimento di sangue in Myanmar non è meno criminale del terrorismo dello Stato islamico e di al Qaeda», sottolineando come sia in gioco «la credibilità della comunità internazionale se non si riuscirà a fermare tale terrorismo in tutte le sue forme».

A chiedere l’intervento internazionale sono anche i 57 membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic) riunitisi lo scorso fine settimana ad Astana, proprio mentre il governo birmano lasciava cadere nel vuoto l’annuncio di una tregua da parte dell’Esercito per la salvezza dei Rohingya dell’Arakan.