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Editoriale

La Rai delle figurine

Figurine sorridenti, famose per festeggiare compleanni e matrimoni con il Cavaliere ospite d’onore, resti archeologici dell’avellinese, folte schiere di rimossi e promossi nelle ambite sedi estere, vecchi e nuovi beniamini del Pd, il partito che ha appena infornato decine di suoi ammiratori da annoverare tra i nuovi milionari del piccolo schermo. L’effetto-figurine dei volti Rai è la deprimente fotografia del malcostume politico che accompagna la vita del paese, non solo quello televisivo.

Quei giornalisti promossi alla direzione di telegiornali e programmi accanto ai disoccupati di lusso, legati da contratti faraonici che li accompagneranno a un’altrettanto dorata pensione, sono pagati da tutti noi. Avrebbero la nobile missione di informare e intrattenere i telecittadini, come si richiede alla nostra più grande azienda editoriale. Nella realtà sono lo specchio di un rapporto malsano tra politica, canone e pubblicità.

Quale informazione abbiamo avuto (e abbiamo) da questi dirigenti pagati a peso d’oro non è un segreto. E’ difficile trovarne qualcuno da ricordare per qualche inchiesta, è più facile rivedere molti intrattenitori della notizia, un piccolo esercito che ha fortemente contribuito ad omologare il servizio pubblico alla tv commerciale.

Scarsi meriti e molti soldi, con la benedizione del rottamatore, l’uomo del jobs act che ha tolto l’articolo 18 per i lavoratori senza diritti e lancia moniti contro il posto fisso degli statali. Renzi si sta comportando come i suoi predecessori, anzi un po’ peggio perché, come per la riforma istituzionale, anche per la riforma della Rai si è preoccupato di stringere il controllo dell’esecutivo sull’azienda pubblica, con un direttore generale a 650mila euro l’anno.

A chi dice che «questo è il mercato bellezza», come ripeteva l’altra sera, naturalmente in tv, una grande firma della carta stampata, bisognerebbe replicare che, semmai, si tratta di un mercatino, un indecoroso mercatino.

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