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Cultura

La ragazza che vive in un solo emisfero

Neuroscienza. Ha diciotto anni, C1 ed è nata con metà cervello. Ma il suo sviluppo cognitivo è normale: la sua storia è raccontata sulla rivista «New Scientist» dalla psichiatra che l'ha seguita nella crescita, Salomi Asaridou

«C1» non è il suo vero nome, ma il codice con cui la identificano nelle loro relazioni i medici che la seguono da quando, pochi mesi dopo la nascita, le fu diagnosticata una emi-idranencefalia: una patologia molto rara che si caratterizza per la mancanza totale o parziale di una delle due metà del cervello. Nella letteratura scientifica sono stati riportati solo 9 casi.
Ha diciotto anni, C1, ed è nata appunto con metà cervello. Al posto dell’emisfero sinistro ha una sacca di liquido spinale, il fluido che normalmente circonda il cervello e agisce da cuscinetto protettivo. L’emisfero destro, invece, si è sviluppato in modo corretto. Tuttavia, C1 possiede abilità intellettive superiori a quelle dei suoi coetanei. La sua storia è stata raccontata alla rivista New Scientist dalla psichiatra che ne ha seguito lo sviluppo, Salomi Asaridou, una psichiatra greca che oggi lavora all’università di Oxford. Dopo la diagnosi, C1 è stata inserita in un programma di ricerca dell’università di Chicago che ne ha monitorato lo sviluppo mentale con test effettuati ogni quattro mesi fino all’età adulta.

I RISULTATI DEI TEST sono stati piuttosto sorprendenti, secondo Asaridou. Nei primissimi anni di vita, infatti, C1 ha mostrato gravi ritardi nello sviluppo del linguaggio, oltre alla difficoltà nel muovere la parte destra del corpo (ciascun emisfero cerebrali controlla il lato del corpo opposto). Ma per quanto riguarda l’attività cognitiva, già all’età di quattro anni e mezzo, C1 aveva recuperato abilità orali pari a quelle medie dei bambini della sua età. «Nello svolgimento di molte funzioni, all’inizio della scuola elementare C1 rientrava nella fascia media della sua età», ha spiegato Asaridou al New Scientist. I suoi miglioramenti, grazie alle terapie riabilitative, già all’età di sette anni l’hanno portata a sviluppare capacità al di sopra della media nella traduzione in parole dei suoni. Oggi C1 ha un quoziente intellettivo nella fascia medio alta, ha abilità spaziali normali, e ha una particolare versatilità nella memoria a breve termine, ad esempio nel ricordare sequenze numeriche.
Per spiegare questo sviluppo, dall’età di 14 anni C1 è stata monitorata anche con la risonanza magnetica funzionale, una tecnica che permette di diagnosticare l’attivazione delle diverse regioni del cervello in corrispondenza con il compimento di determinate azioni. «L’attività che si osservava era quella che comunemente avviene nell’emisfero sinistro di un bambino con lo sviluppo normale», ha riferito Asaridou al New Scientist, solo che quell’attività si svolgeva nell’emisfero destro di C1.
Questo, secondo gli scienziati, dimostra che il cervello è in grado di ri-organizzare le sue connessioni in modo da sostituire la funzionalità di una parte danneggiata, o mancante come nel caso di C1, con quella di un altro gruppo di neuroni.

«C1» OGGI continua ad avere difficoltà nei movimenti di un lato del corpo, ma riesce a condurre una vita normale e ha potuto superare gli esami di maturità come i suoi coetanei. I medici che la seguono stanno cercando di capire quanto il suo caso sia stato influenzato dall’ambiente (una famiglia che ha potuto garantirle terapie di alto livello durante tutta la crescita) e dalla genetica, visto che pure il fratello minore di C1, nato senza patologie, mostra abilità linguistiche al di sopra della media. «Ma per il momento si tratta solo di speculazioni», dice Asaridou, «è un caso complicato a cui contribuiscono diversi fattori».
Il racconto del New Scientist non è una ricerca pubblicata su una rivista specializzata, ma solo una storia aneddotica raccolto da un giornalista, che non permette grandi conclusioni sul piano scientifico sullo sviluppo del cervello. Eppure, nonostante l’apparenza, la vicenda di C1 non è così sorprendente. Anche gli altri casi noti in letteratura hanno spesso mostrato uno sviluppo cognitivo normale o quasi, nonostante l’assenza di una metà del cervello.

NEL 2013, dei ricercatori italiani dell’università di Catania che avevano seguito un caso analogo a quello di C1, avevano cercato informazioni su tutti e 9 i casi riportati in letteratura con simili patologie. Risalendo fino agli anni ’50, il neuropsichiatra Piero Pavone e la sua équipe all’università di Catania hanno raccolto i dati in un saggio pubblicato nel 2013 sulla rivista Italian Journal of Pediatrics. Tutti i casi elencano difficoltà motorie di varia gravità. Ma almeno due dei nove presi in considerazione hanno sviluppato abilità linguistiche nella norma. Secondo i ricercatori, la causa più comune dell’emi-idranencefalia è l’occlusione parziale durante la fase dello sviluppo del feto dell’arteria carotide che porta il sangue al cervello. A dimostrazione della sua plasticità, non è molto importante se a mancare sia l’emisfero destro o quello sinistro. «Indipendentemente dall’emisfero interessato – scrivono gli scienziati – non ci sono differenze nei sintomi clinici e nello sviluppo».

ANCHE GLI STUDI sui bambini epilettici sottoposti all’asportazione parziale o totale di un emisfero dimostrano che in molti casi lo sviluppo mentale può proseguire senza particolari differenze rispetto alla media.
Nei casi studiati da Pavone e colleghi, non sempre la malattia è stata diagnosticata nei primi mesi di vita proprio per la capacità del cervello di mitigare i sintomi della malattia. In uno dei pazienti la diagnosi cerebrale è arrivata solo all’età di 36 anni, quando ormai la metà funzionante del cervello aveva imparato a sostituire in toto le facoltà linguistiche e intellettive dell’altra. «È lecito pensare che la riorganizzazione della corteccia sia possibile quando il danno avviene in uno stadio precoce», spiegano i ricercatori. Tuttavia, «quando e come entri in funzione la plasticità non si sa».

NOTIZIARIO SCIENTIFICO

Il metano nell’atmosfera è tutto umano

Il metano è uno dei gas serra più potenti, circa trenta volte di più dell’anidride carbonica che rappresenta quello di riferimento. Uno studio pubblicato sulla rivista «Nature» ha misurato la quantità di metano di derivazione naturale (principalmente dalla biomasse) da quello di derivazione antropogenica, soprattutto dalle attività di estrazione di petrolio e gas naturale. Secondo gli scienziati, le stime ufficiali fornite dalle industrie relative alle emissioni di metano di derivazione antropogenica sono più basse rispetto al valore reale 25-40%. Per stabilirlo, i ricercatori guidati da Benjamin Hmiel dell’Università di Rochester (Usa) hanno esaminato delle «carote» di ghiaccio prelevate dalla Groenlandia che permettono di indagare la composizione chimica dell’atmosfera dal 1750 al XX secolo. (a. ca)

Intelligenza artificiale batte farmacoresistenze

I ricercatori del Mit di Boston hanno identificato un possibile antibiotico utilizzando solo l’intelligenza artificiale. Il team guidato da Jim Collins ha prima allenato una rete neurale ad associare molecole di antibiotici noti con i batteri contro cui sono efficaci. In un secondo tempo, gli scienziati hanno usato la rete neurale per riconoscere tra altre molecole (non utilizzate come antibiotico) quelle attive contro i batteri. Il computer ha selezionato una molecola, chiamata dagli scienziati halicina – da Hal, il computer di «Odissea nello spazio» – finora studiata come farmaco anti-diabete. Sperimentata nei topi, la molecola si è dimostrata efficace contro il batterio E. coli usato come test. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista «Cell» e potrebbe aiutare a sconfiggere il problema dei batteri resistenti agli antibiotici. (a. ca.)

Mazzi di fiori sulle tombe dei Neanderthal

Uno scheletro ritrovato nella grotta di Shanidar nel Kurdistan iracheno suggerisce che 70mila anni fa i Neanderthal seppellivano i loro morti. La grotta è nota dagli anni ’50 come antichissimo luogo di sepoltura. Ma ciò che ha sorpreso maggiormente i paleontologi è la presenza di polline nelle vicinanze della sepoltura. Questo farebbe pensare che nei rituali mortuari dei Neanderthal venivano già usati i fiori. La scoperta è stata pubblicata dai ricercatori dell’Università di Cambridge guidati dalla paleoantropologa Emma Pomeroy sull’ultimo numero della rivista «Antiquity». Se davvero i Neanderthal avevano sviluppato rituali funerari complessi, il loro livello di sofisticazione culturale e cognitiva non doveva essere molto lontano da quella di Homo sapiens, la specie che li sostituì nei territori in cui si erano diffusi. (a. ca.)


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