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Editoriale

La piccola Italia e il gigante nero

Jihad e affari petroliferi. Le difficoltà del presidente Buhari e il viaggio d'affari di Renzi in Nigeria

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Verosimilmente Buhari aveva sopravvalutato i successi delle operazioni di sicurezza. Forse non ha ben considerato che i movimenti insurrezionali praticano una guerra asimmetrica non solo per i mezzi impiegati ma anche per la cadenza delle imprese.

Non è necessario scendere sempre in campo: più dei singoli attentati contano gli effetti psicologici di medio o lungo periodo. A Maiduguri, la “capitale” di Boko Haram fin dalla sua fondazione, è stato riaperto l’aeroporto ma molti profughi si tengono ancora lontani dalla città perché la paura non è finita. È questa la differenza fra i due livelli. Ed è stato proprio in un villaggio nei pressi di Maiduguri che Boko Haram ha compiuto il 1° febbraio un’altra strage.

È difficile pensare che la tempistica sia stata adattata alla visita imminente del premier italiano ma di sicuro questa coincidenza non è piaciuta né a Buhari né a Renzi.

Muhammadu Buhari è stato eletto alla presidenza della Nigeria poco meno di un anno fa. Con la sua elezione, si è compiuta la prevista alternanza alla massima carica del più popoloso Stato africano fra un cristiano e un musulmano.

Era praticamente dal ritorno a un sistema costituzionale con un parlamento e libere elezioni, nel 1999, che mancava un vero presidente musulmano. Il solo che sia stato eletto prima di Buhari è rimasto in carica per circa metà mandato, malato, curato all’estero e morto prima di aver concluso i suoi quattro anni di presidenza. Con Buhari si è ristabilita la normalità e soprattutto è stato eletto per la prima volta il candidato dell’opposizione. C’erano tutte le premesse di una svolta e Buhari si è impegnato a fondo.

Il suo programma si basava su due obiettivi solo formalmente distinti: lotta contro l’insorgenza islamista e lotta contro la corruzione degli apparati pubblici. Non è solo la povertà del Nord ad alimentare quel poco o tanto di consenso che permette a Boko Haram di mantenersi attivo e reclutare combattenti. Conta molto di più la sensazione di un’ingiustizia sociale diffusa e tollerata che specula anche sulla violenza altrui. Polizia ed esercito sono i primi imputati. La riapertura del fronte del terrore ha ricordato a tutti che il secondo impegno di Buhari è ben lungi dall’essere stato adempiuto.

Per Boko Haram l’ascesa al vertice di un musulmano poteva rappresentare uno svantaggio. Non può più prendere di mira la classe dirigente sudista, cristiana, inserita nella cultura e nel discorso istituzionale che risale al colonialismo, ritenuta responsabile delle condizioni di abbandono in cui sono lasciate le province settentrionali, appunto a maggioranza islamica. Buhari appartiene all’aristocrazia musulmana del Nord che allunga le sue ascendenze fino ai promotori del jihad che all’inizio dell’Ottocento ha creato lo stato nigeriano su cui si estenderà circa un secolo dopo il potere dell’Inghilterra vittoriana.

Nella Nigeria del Nord ha operato Lord Lugard, il teorico dell’amministrazione indiretta, che prevedeva di utilizzare in funzione gregaria le élites che saranno poi dette per approssimazione tribali ma che almeno in Nigeria sono il prodotto di una storia che era sul punto di dar vita a un’entità politica con i crismi di uno stato nazionale. Secondo J. F. Ade Ajayi, uno dei più eminenti storici dell’Africa contemporanea, senza l’interferenza dell’Europa la Nigeria e la regione saheliana in generale avrebbero potuto portare a termine un’esperienza di modernizzazione in proprio ispirata ai valori e ai principi istituzionali dell’islam.

Da musulmano con musulmani, Buhari non poteva transigere sulle infrazioni alla legge e alla convivenza, e in ultima analisi sui crimini di massa commessi da Boko Haram, ormai formalmente infeudato nello Stato islamico di al-Baghdadi. Poteva identificarsi in certe frustrazioni che si sono accumulate nelle vicende tormentate della Nigeria indipendente. Ma sarebbe stato tremendo se il suo mandato avesse lasciato trapelare una qualche forma di complicità. E così è stato, se non fosse che in Nigeria, come altrove in Africa, il richiamo all’islam di battaglia, tanto più se accoppiato a una condizione di reale inferiorità di intere popolazioni, non si esaurisce tanto presto.

Matteo Renzi è al suo terzo viaggio in Africa. Dopo la Nigeria visiterà il Ghana e il Senegal. Sia pure attraverso un escamotage contabile, di recente l’economia della Nigeria ha superato quella del Sud Africa assicurando al “gigante nero” anche questo primato. L’Italia è presente in Nigeria soprattutto con l’Eni. E l’Eni è sicuramente un atout su cui Renzi conta, sapendo tuttavia che l’Eni non ha un grande effetto aggregante per il cosiddetto «sistema Italia». Comunque la Nigeria è meno importante oggi per l’Eni rispetto al passato per i problemi di sicurezza che rendono accidentata e costosa l’attività di estrazione e trasporto.

L’Eni, come molte altre compagnie petrolifere internazionali, sta concentrando la sua attività nell’off-shore abbandonando i pozzi e la ricerca sul continente. La Cina è andata contro corrente investendo in un grande giacimento sulla terraferma.

Petrolio a parte, le posizioni italiane non sono all’altezza dell’importanza della Nigeria, che pure è il nostro primo partner africano. La Nigeria ha risorse, potenzialità e numeri che promettono ben di più. L’insicurezza ha pesato e pesa. Influisce anche sulle richieste che la Nigeria avanza in cambio dei suoi prodotti e dei suoi spazi, fin troppo condizionate dalle incombenze della repressione del terrorismo.