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Editoriale

La piazza dei nostri laburisti

Oggi in piazza San Giovanni ci saranno i dimenticati in carne e ossa, italiani e immigrati, lavoratori condannati alla precarietà, disoccupati, giovani che un lavoro non lo hanno mai visto. Sono una parte del nostro mondo, le loro battaglie fanno parte delle nostre radici.

Nello sfascio generale dei partiti, la Cgil resta un’organizzazione con una storia, un seguito di massa e un programma alternativo disegnato con il nuovo statuto dei diritti dei lavori insieme alle proposte di un’altra politica economica contro la crisi. Ieri impegnata nel referendum in difesa della Costituzione, oggi la Cgil è all’attacco sull’ultima vergogna del governo Renzi-Gentiloni che prima ha gambizzato il referendum contro i voucher, poi ha inserito la nuova normativa nel pacchetto della manovrina economica imposta con la novantreesima fiducia.

Se quel referendum fosse stato celebrato, gli italiani non si sarebbero astenuti e sarebbe stato un voto sulle condizioni sociali del lavoro, un voto tutto politico.

Susanna Camusso e Maurizio Landini, i leader sindacali di piazza San Giovanni, potrebbero ben essere i volti del partito laburista italiano.

I due sindacalisti hanno nulla da invidiare ai Corbyn, ai Sanders, agli Igliesias, agli Tsipras. Sarebbero le persone giuste al posto giusto per un partito con la testa a una nuova programmazione economica europea e con il cuore tra le periferie sociali che nessuno ascolta più, salvo mettersi sui giornali a interpretarle dopo i risultati elettorali.

Piazze come quella di oggi riassumono le idee, nonostante la crisi abbia coinvolto tutti, Cgil compresa, di una forza di lotta e di governo, come tutta la variopinta galassia che si muove a sinistra del Pd ripete ogni giorno di voler diventare.

E, a proposito del Pd, non sarà secondario osservare che il suo segretario, con il jobs act e i voucher, a piazza San Giovanni non sarebbe bene accolto. Lui sta su un altro pianeta, esprime una cultura del lavoro e dell’impresa che con la sinistra non si intende.

La piazza e la leadership piddina rappresentano due mondi diversi.

E non è ben chiaro come potrebbero, questi due mondi, ritrovarsi domani alleati in un centrosinistra di governo. Prima di arrampicarsi sugli specchi delle future alleanze, bisognerebbe rispondere a questa semplice domanda: che partito di sinistra è quello che vedrebbe oggi espulso dalla piazza del lavoro il suo leader?

Un’altra visione del lavoro e in sostanza dell’identità politica di un partito che vive di illusioni ottiche.

Andrebbe smontata, per esempio, quella che mostra in bella evidenza le battaglie per i diritti civili come il necessario e sufficiente marchio di fabbrica di una moderna sinistra doc. Necessario non c’è dubbio, ma non sufficiente.

Si può essere liberali, di destra e a favore dei diritti civili, viceversa non si può essere liberali o di destra e battersi per i diritti che i lavoratori portano oggi in piazza.

A cominciare dal ripristino dell’articolo 18, sostituito con il marketing politico del contratto a tutele crescenti. Quanti sinceri liberal democratici di destra sono per l’articolo 18? E quanti sono contro la vergogna dei voucher e di tutti gli altri strumenti di flessibilità che schiacciano il lavoratore al rango di merce sul mercato?

Destra e sinistra esistono ancora, basta volerle vedere.

Per questo oggi il Pd di Renzi, paladino dei diritti civili (ma sempre con moderazione: unioni civili sì ma stepchild-adoption no; ius soli sì ma temperato…) e inflessibile avversario dei diritti del lavoro, è un partito che ha cambiato la sua natura.

Per questo sembra fantascienza solo immaginare la sua presenza tra i lavoratori di piazza San Giovanni.

Paradossale ma non troppo, la storica piazza romana, viceversa, accoglierebbe benvolentieri papa Francesco, specialmente dopo il suo discorso all’Ilva di Genova. Dove il papa ha espresso un pensiero avanzato sul lavoro ma non solo. Il suo giudizio sulla bandiera renziana del “merito” è una lucida analisi sulla mistificazione di chi la sventola come principio di uguaglianza quando è vero che il “merito”, al contrario, esclude i più svantaggiati, colpevolizza chi viene respinto perché emarginato da ogni competizione che non ristabilisca l’uguaglianza dei punti di partenza.

In una società diseguale come la nostra, un pensiero di sinistra, una forza di sinistra non può che lottare contro una politica che regala diseguaglianze (mai viste così profonde nel secolo scorso nei paesi europei), come fossero eventi naturali e non frutti avvelenati di un’economia capitalistica globale, brutale e arida che desertifica le nostre società come la siccità che sta desertificando il pianeta.

  • Albin Planinc

    promuovere Susanna Camusso, responsabile di una conduzione “moderata” della CGIL per anni (come i suoi predecessori…) al ruolo equivalente di un Corbyn o di un Sanders , mi sembra eccessivamente laudativo. HANNO LASCIATO PASSARE DI TUTTO !
    Ci si dimentica, per favorire una ritrovata unità contro il “nemico” (Renzi ed i poteri dietro di lui) di quanto fossero divergenti le visioni della CGIL di Camusso e della Fiom di Landini? E’ vero però che ultimamente Landini ha ritrovato una sintonia con Susanna…ma su quali posizioni?
    Troppi alti, medi e “piccoli”dirigenti della CGIL hanno ancora la tessera del PD, e questa è una ambiguità che andrebbe sciolta. Altrimenti ci costringono ancora a pensare che siamo al classico gioco delle parti…

  • Giacomo Casarino

    Un articolo, un editoriale!, fuori dal tempo e dallo spazio. Come si fa a innalzare peana a favore di un sindacato generalmente connivente con le scelte governative (salvo promuovere qualche referendum come surrogato di lotte che non si sono promosse: occorre pur sempre salvare la faccia!) e colluso spesso con le imprese. Ultimo episodio, ma forse il Manifesto non se nìè accorto: non dice nulla il fatto che tre dirigenti della FIOM triestina usciti dalla CGIL sono stati dalla loro azienda catapultati a Taranto!!! E come la mettiamo con il nuovo contratto dei metalmeccanici che avalla la politica aziendalistica, implicitamente rinunciando a battersi per il welfare universalistico?

  • Federico_79

    Scusate, prendo posizione per dire che questo articolo mi é piaciuto, e non condivido il tono indignato dei commenti sottostanti. Posso capire che la CGIL non é un alleato credibile sulla strada della rivoluzione comunista; é peró una forza grande e democratica, schierata come attrice principale in difesa dei lavoratori e in particolare contro i voucher. Come si fa a trattarla da nemica?

  • Giacomo Casarino

    Cito da contropiano.org: “La manifestazione a Roma deve cercare di riempire il vuoto socialmente e politicamente doloroso accumulatosi dalla lettera di Draghi e Trichet dell’agosto 2011. Le tre ore di sciopero sulla infame Legge Fornero, la bassa intensità contro il Jobs Act, l’irricevibile contratto dei metalmeccanici, gli accordi-tagliola su Almaviva e Alitalia sono lì a rammentarci che questa è la Cgil realmente esistente. E intorno ad essa si agita, scompone, ricompone una sinistra che vota in tre modi diversi sui voucher in Parlamento, che vuole essere stampella del Pd di Renzi e che pensa che l’Unione Europea e l’euro siano luoghi di libertà invece che gabbie per le condizioni di vita concrete di lavoratori, disoccupati, pensionati […]

  • Walter Fidel Dos Cava

    “La” CGIL. La moderazione “della CGIL”. I dirigenti usciti “dalla CGIL” per andare col padrone.
    È evidente: chi ragiona così non è mai entrato “nella CGIL”. Avrebbe scoperto come, e perché, nonostante dirigenti renziani, dirigenti tiepidi sulle lotte sindacali, perfino dirigenti razzisti, “la” CGIL è ciò che la direttrice Rangeri illustra. Chi vede che “la CGIL” ha “lasciato passare di tutto”, che è “connivente con le scelte governative”, forse non è mai stato davanti ai cancelli di qualche fabbrica, o ufficio, con la bandiera della propria organizzazione, e dei propri rappresentati, in mano. Forse immagina “il sindacato” come un’istituzione monolitica, militaresca, tutti uniti per sconfiggere il nemico, a testa bassa senza tentennamenti… Ma “il sindacato” è fatto di esseri umani, ciascuno con le proprie caratteristiche positive e negative, che nella maggioranza dei casi vivono continuamente alle prese con problemi e tensioni, di solito senza manco un rimborso di spese… Quello che bisogna vedere, del sindacato, della CGIL, è la sua capacità, non solo a livello apicale, di stare tra le persone e di rappresentarle… Prima di dire che un’organizzazione “fa passare tutto” parlate per ore con i lavoratori, capite cosa vogliono, poi sedetevi di fronte al datore di lavoro e trattate. Poi vediamo cosa viene fuori, dalla sintesi tra “cosa vuole il lavoratore” e “cosa è disposto a dare il padrone”.
    Mi scuso per il tono del mio contributo, ma non me ne viene un altro.

  • Albin Planinc

    senza acredine: purtroppo sono stato attivo nella CGIL negli anni settanta ed ottanta, e vedo sconsolato oggi “quantum mutata ab illa”. (un solo esempio: l’età media nelle riunioni, di basso-medio livello, era di 20/40 anni. Ora si avvcina, l’età media, all’età pensionabile….dove sono i giovani?)

  • Walter Fidel Dos Cava

    Un’organizzazione strutturata, che affonda le radici nella società, muta in misura proporzionale alle mutazioni di questa. non bisogna “sconsolarsi” per questo. Purtroppo anche le istanze che vivevano negli anni da lei citati sono mutate: non di rado oggi cozzano prepotentemente perfino contro i principi dello Statuto della CGIL (che vale più di certe carte costituzionali), per cui il sindacalista di base – l’unico livello che conosco – si trova finanche disorientato nel “rappresentarle”…
    Dove siano i giovani, dentro e fuori della CGIL, non so bene: non appartengo più alla categoria; l’impressione forte è che, ovunque siano, abbiano in mano uno smartphone :-) Ma non penso sia un problema solo della CGIL, quanto di tutte le organizzazioni ispirate a principi ideali.
    In definitiva, penso che un’Italia senza CGIL sarebbe (e sarebbe stata) molto peggiore di com’è già; per questo sono intervenuto nel dibattito.
    Cordialmente.