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Editoriale

La partita al ribasso non è la nostra

Lista Tsipras. Se la sfida è quella non solo di un’altra idea di Europa ma insieme del suo governo, il nodo del rapporto con il Pse va affrontato in pieno e alla radice

Alle elezioni si partecipa per vincere. Servono idee, programmi, candidature adeguate. Ma poi tutto questo deve prendere la strada dello spirito giusto, quello appunto di voler vincere. Può apparire una considerazione ovvia, ma la storia politica italiana della sinistra ci fa dire che non c’è niente di scontato. La lista Tsipras ha in sé forti potenzialità. La credibilità del suo leader, conquistata combattendo contro le politiche economiche e sociali che una delle peggiori classi dirigenti europee ha imposto alla Grecia. Alexis Tsipras contempera in sé tanto il valore simbolico del tentativo di ricostruire sulle macerie delle politiche di austerity là dove esse sono risultate più cruente, quanto il bisogno di dare al cambiamento e all’alternativa necessaria una prospettiva che altro non può essere se non di governo.

La sfida è il governo dell’Europa, non la pur nobile testimonianza di una sinistra che vorrebbe ma non può. Sfida e ricambio: delle classi dirigenti, delle politiche di rigore, delle decisioni assunte (vedi il fiscal compact). E’ su questo snodo che si viene a collocare la novità della lista L’altra Europa con Tsipras. Essa tuttavia, per risultare credibile agli elettori, deve dare soluzione a due problemi politici. Il primo riguarda l’appartenenza europea subito dopo il voto. Non è una questione di puro posizionamento, ma di qualità della politica che si intende praticare. Se la sfida è quella non solo di un’altra idea di Europa ma insieme del suo governo, il nodo del rapporto con il Pse va affrontato in pieno e alla radice. E altro non può essere che un rapporto insieme conflittuale e convergente. Conflittuale sul merito delle politiche delle larghe intese in Europa. Convergente nella costruzione di un’alternativa qui e ora.

Il secondo problema riguarda il modo di comporre la compagine della lista. Un modo che ha risentito di tante, troppe decisioni e regole precostituite imposte, più che proposte, dal comitato promotore italiano. Figure autorevoli, portatrici di un’idea sociale e civile, culturale e democratica di Europa in forte sintonia con quella maturata dentro l’esperienza di Sel. Ma figure che più che porsi in una posizione di confronto, certo complesso, con la politica hanno pensato di poterla assorbire sino al punto di scolorirla, di renderla residuale. Così facendo si è finito per compiere qualche ritorno indietro rispetto a quello spirito che serve per vincere un’elezione. Ritorno indietro nell’acconsentire a un azzeramento di storie e biografie politiche che potevano essere messe in campo con autorevolezza e credibilità. Ritorno indietro nell’offrire proprio per questa via lo spazio a un movimentismo minoritarista che pratica la politica della parte per il tutto, scavando attorno a sé solchi di divisione anziché costruire una forte unità.

La vicenda dell’Ilva di Taranto è in sé drammatica e paradigmatica e non può essere semplificata nella dicotomia lavoro e salute. E’ una lettura perdente, subalterna. Lavoro e salute, nella concezione propria della sinistra, stanno insieme dentro la medesima virtuosità. Che va creata, costruita, con le lotte e con le leggi, rimuovendo ritardi, silenzi, omertà. E’ quello che ha iniziato a fare Vendola in Puglia. Il lavoro e la salute vengono contrapposti solo per essere insieme assoggettati al profitto puro dell’impresa. Non vedere questo e puntare sulla colpa, fino alla denigrazione, di una forza politica e del suo leader nell’azione del governo regionale come se la storia di quella fabbrica, di quel territorio, di quelle distorsioni aziendali e delle connivenze dei governi cominciassero con la presidenza Vendola, la prima e l’unica a scoperchiare i fili del grande intreccio tra Stato, territorio e impresa, significa piegare e falsare la realtà dei fatti alla propria posizione di parte. Legittimo pensarlo, liberi di sbagliare. Ma quando posizioni del genere si ritrovano dentro una lista per le europee bisognosa di un amalgama tra le tante e ricche differenze in nome di un’idea comune e nuova di Europa, allora si dà un colpo non a questa o a quella parte ma all’insieme del progetto. La nostra decisione, su cui abbiamo speso un congresso, non è in discussione. Il nostro impegno per convincere e per vincere nemmeno ma non vogliamo, né possiamo, giocare la partita al ribasso. Sarebbe, questo sì, il modo sicuro per partecipare alle elezioni con la sconfitta già in tasca. Noi vogliamo partecipare per vincere.

*deputato di Sel