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Editoriale

La nostra origine nell’area ingraiana del Pci, mentre i tank entravano a Praga

Il manifesto ha 50 anni. Nessuno di noi voleva «uscire» dal Pci, volevamo, anzi, affermare il diritto di illustrare i nostri contenuti all’interno

Praga, 1968

Praga, 1968

Come è noto il primo nucleo del Manifesto veniva dalla cosidetta area ingraiana. Ho detto area, non corrente, perché a quei tempi, anche per noi, quella era una parola brutta e mai avremmo voluto vedercela attribuita. Non lo eravamo neppure nei fatti: eravamo semplicemente d’accordo con la tesi di Petro Ingrao, secondo cui in Italia le vecchie contraddizioni dell’arretratezza si intrecciavano ormai con quelle del capitalismo maturo. Sicché la strategia non poteva essere quella intesa a rendere il paese più simile agli altri europei, ma di contestare direttamente la modernità capitalista entro il cui orizzonte l’ineguaglianza era destinata ad accrescersi. Perciò la grande fabbrica come contesto determinante, e dunque gli operai – e però anche gli studenti proletarizzati – come soggetti principali.

Ci incontravamo fra noi a cena e talvolta con Pietro, per ragionare assieme, ma tutto qui. Ciononostante dopo l’XI congresso, nel ‘66 – il primo senza Togliatti – quello in cui Ingrao aveva reso esplicito il suo dissenso, tutti coloro che ne condividevano le idee furono allontanati dai posti che occupavano (Ingrao stesso divenne Presidente del gruppo parlamentare, non più nella assai più importante Segreteria nazionale del partito. Alcuni, Eliseo Milani e Ninetta Zandigiacomi, furono esclusi dal Cc. Ma ci fu, sopratutto, un ostinato impegno ad allontanarci da Botteghe Oscure: Rossana fu eletta deputato, e dovette abbandonare la responsabilità della Commissione cultura ( toccò l’esilio a Napoli anche a un suo giovane collaboratore, Filippo Maone); Luigi Pintor fu mandato come vice segretario regionale in Sardegna; a me capitò una Nilde Iotti, con cui lavoravo, molto arrabbiata perché non l’avevano neppure informata di avermi già destinato un ritorno a Paese sera.

Allora scovò un posto, geograficamente lontano dalle Botteghe e però prestigioso: membro della Presidenza Udi. Diversi i casi di Aldo Natoli, il più importante fra noi, perché già esente da incarichi nel palazzo; e di Lucio Magri, al quale il compagno Amendola, nella cui commissione lavorava, ritenne troppo pericoloso consentirgli di ricoprire la carica di vice segretario della Federazione di Rovigo. Reichlin fu lasciato segretario della Puglia, luogo dove era già stato inviato dopo averlo allontanato dalla direzione de l’Unità; Trentin e Garavini, perché alti dirigenti di un organismo su cui i Pci non aveva giurisdizione, la Cgil; Marcello Cini perché solo professore universitario. E Occhetto e la Fgci avevano provveduto a smorzare alla vigilia del congresso le loro simpatie ingraiane.

Seguirono – tutti un po’ dispersi – due anni di incerta incubazione de il manifesto, nome che era ben lungi dall’esser stato evocato. Ma gli eventi che intanto si susseguirono accelerarono via via l’urgenza di un chiarimento. Fra questi, innanzi tutto Praga. Ricordo che nei momenti più drammatici, quando, in un afoso agosto, si aspettava il parere di Longo, anche lui come molti altri in ferie ma lui, per di più, proprio in Urss, ci ritrovammo in parecchi nei corridoi di Botteghe Oscure, i membri presenti della direzione chiusi nella stanza delle loro riunioni, noi fuori in attesa. Tutti col cuore in subbuglio: quell’invasione di carri armati sovietici mandati a soffocare il Partito comunista cecoslovacco, era troppo per tutti.

Per primo arrivò il comunicato del Psiup: una critica più che blanda. Corsi un po’ sbalordita a mostrarla ad Ingrao che era uscito per un momento dalla stanza della direzione, ma lui – siccome si radunava un capannello e preferiva non socializzare la notizia – mi dette un calcetto al piede per ammonimento, requisendo il foglietto col comunicato dei «carristi» (così fu denominata la leadership molto pro-sovietica del Psiup ) e rientrò mettendoselo in tasca. Temeva potesse influenzare negativamente la direzione comunista.( Forse fu questo il solo atto frazionistico dell’ingraismo.) La dichiarazione del Pci, che parlava di «errore» sovietico anziché come noi avremmo voluto di «consumata irreversibilità» del processo involutivo del paese, fu comunque la migliore presa di posizione fra quelle di tutti i partiti comunisti (forse meglio quella del Pc australiano, tanto è vero che, scherzando, inalberammo lo slogan «falce martello e canguro» ).Oltre Praga ci furono, in quei mesi, questa volta eventi in positivo, i primi passi di quello che fu poi chiamato l’autunno caldo e il consolidarsi in Italia del ’68 studentesco, due insorgenze per molti versi affini alla nostra.

Non decidemmo tuttavia di radicalizzare la polemica, sperando in un’ulteriore chiarimento. Ma nel frattempo, quasi peggio dei carri armati, si sviluppò una lenta normalizzazione. Fu quindi alcuni mesi dopo, in occasione del XII congresso, nel febbraio ’69 a Bologna, che ebbe il suo sbocco la lunga incubazione di quello che fu poi chiamato il «gruppo del Manifesto», dal nome della rivista che decidemmo di pubblicare, e infatti venne alla luce nel giugno seguente. A Bologna potevamo contare solo su tre interventi congressuali: Rossana, Luigi e Aldo avevano infatti diritto di parola in quanto membri del Cc. Come è noto furono fatti parlare alle 8,30 in punto, quando gli ancora ignari delegati non erano arrivati, ma invece sì tutti i più avvertiti giornalisti. Si può così dire che quella fu la nostra prima uscita pubblica.

Intanto l’area ingraiana si era dissolta: non solo Pietro, del tutto contrario a correre il rischio di una radiazione, così come molti altri più vicini a lui; e così sindacalisti, e si capisce, perché avrebbero dovuto pagare il prezzo di una perdita della loro leadership sindacale in un momento decisivo della lotta.

È durante il XII congresso che il nucleo ristretto si incontrò nella casa bolognese della ex moglie di Eliseo Milani, e poi, per prendere la decisione di fare la rivista, in una riunione più ufficiale nella minuscola sala della prima colazione dell’hotel dell’Orologio (fino a non molto tempo fa il direttore se ne vantava coi clienti). Il dado era tratto, il nome inventato qualche tempo dopo, quando in mezzo a mille astruse ipotesi, Luigi, Lucio e io , seduti su un muretto a via San Valentino, sotto casa di Rossana, cui andammo a sottoporre subito l’idea, finimmo per dirci: «E perché non il manifesto?». Era piuttosto ambizioso, anzi quasi spudorato; ma la modestia non è stata mai il nostro forte. Così fu. Non avevamo una lira e parecchi di noi nemmeno un introito. Vivemmo a lungo, infatti, col danaro dei nostri 5 deputati: gli onorevoli Rossanda, Natoli, Pintor, Caprara e Bronzuto, quest’ultimo della bellissima Ercolano.

La radiazione non avvenne subito: i primi furono, già negli ultimi mesi del ’69, i membri del Cc più Lucio, in quanto condirettore, con Rossana, della rivista. Poi quelli che mano mano vi scrivevano, per decisione dei rispettivi Comitati delle Federazioni di appartenenza. Nessuno di noi voleva «uscire» dal Pci, volevamo, anzi, affermare il diritto di illustrare il dissenso all’interno. Ricordo Trivelli, segretario di Roma, che cercò invano di convincere me e Valentino a non rinnovare la tessera, per non dover ricorrere alla cacciata. Rifiutammo testardamente; la mia sezione , la storica Ponte Milvio, rifiutò addirittura il verdetto della Commissione di controllo romano, cui fini per ubbidire solo nel secondo round, con il concorso del voto di un giovane Giuliano Ferrara.