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Editoriale

La nostra Africa

La risoluzione del Consiglio di sicurezza a cui si aggrapparono Francia e Inghilterra, trascinandosi dietro la Nato e altri volenterosi, per montare la loro operazione militare contro la Libia raccomandava in linea di principio di «proteggere i civili». Come si sa, gli occidentali volevano disfarsi di Gheddafi e si curarono solo di aiutare i ribelli a rovesciare il regime.
L’Africa come campo di battaglia. Ci si sarebbe aspettato che i paesi europei distaccassero almeno alcune navi al largo della Libia per raccogliere i profughi.
Con l’aumento delle bombe, delle distruzioni e delle vendette dei ribelli contro i neri, ritenuti, tutti, indistintamente, «legionari» di Gheddafi, ci si sarebbe infatti aspettato che i paesi europei distaccassero alcune navi al largo della Libia per raccogliere i profughi. Quando di fronte a una tragedia nel Terzo mondo la stampa e la politica da noi incominciano a chiedersi con finta compunzione «cosa fare?», nessuno ammette che più di altri atti di guerra potrebbero venire utili dei soccorsi per le vittime della guerra o, andando veramente alle cause, un cambio di politica al centro.
Invece, al culmine dei combattimenti e della confusione, nell’Europa meridionale l’allarme per l’invasione dalla Libia e dal Nord Africa raggiunse l’apice. L’Africa come fonte inesauribile di emigranti clandestini. Con tante difficoltà e l’ombra dei «respingimenti», l’esodo si ridusse a uno stillicidio senza conseguenze visibili per italiani ed europei , anche se i francesi in campagna elettorale furono lì lì per rimettere le sbarre alla frontiera fra Ventimiglia e Mentone. Paradossalmente, invece, la valvola di sfogo dei perseguitati in Libia si è aperta a sud con effetti destabilizzanti per la regione sahelo-sahariana. Donde la necessità a breve di un’altra guerra di cui si incaricò in proprio la Francia perché il Mali le appartiene di diritto. L’Africa come retroterra coloniale.
I vecchi clichés sull’Africa sofferente hanno perso un po’ del loro impatto. I bambini e la fame sono usciti dalla scena se non fosse per certi documentari che passano in tv nelle ore notturne. L’Africa è un partner a cui la stessa Italia guarda in funzione della propria crescita. Invece dei leones delle vecchie carte geografiche oggi sono di moda i lions, i paesi del continente nero che contendono alle tigri asiatiche i primi posti nell’aumento mondiale del Pil. Quasi senza eccezioni, anche gli stati in boom riproducono però il modello d’origine coloniale di economie che esportano beni primari verso il Nord e dipendono dal Nord per capitali, tecnologia e sbocchi commerciali.
Se gli istituti di ricerca finanziari fanno circolare rapporti che sottolineano i progressi dell’Africa, i think tank che interagiscono con l’intelligence militare delle grandi potenze forniscono le mappe dell’Africa con le «minacce» e le basi ritagliate al servizio della war on terror. È questa l’altra faccia della «dipendenza» dell’Africa: uno stato di belligeranza diffusa che erode la capacità degli stati nei compiti primari per la politica e l’economia.
È il caso, fra gli altri, del Corno, teatro di tante guerre incrociate. Il Corno sembra essere l’area di partenza – non necessariamente recente, perché molti impiegano anni per arrivare a destinazione – di molti dei rifugiati che si dirigono verso l’Italia (quasi tutti con l’intenzione di raggiungere il Nord Europa o il Canada). Per fortuna, vien voglia di dire, il Congo è abbastanza lontano dal Mediterraneo perché i suoi travagli, fomentati da paesi che godono di una specie di impunità a livello mondiale, riguardano milioni di disgraziati. Per come viene gestita a livello internazionale la politica africana, gli interventi volti formalmente a risolvere le crisi di stati fragili si preoccupano soprattutto della «sicurezza» dell’Occidente.
Il confine fra l’Africa come soggetto e l’Africa come oggetto è labile e uno dei risultati è appunto il movimento ininterrotto di uomini, donne e bambini alla ricerca di un rifugio. Come è apparso nel caso recente del Sud Sudan, i «poteri forti» non si pongono seriamente il problema di quale sia il tasso di «sovranibilità» e quasi di «esistibilità» dei governi che appoggiano o dei quasi-stati che vengono alla luce. Il sistema globale non vuole in periferia stati stabili ma stati succubi. Evidentemente si confida nell’azione di strutture che rispondono a logiche extra-istituzionali. La democrazia è ridotta alla convocazione di elezioni solo se e quando l’esito dello scrutinio è scontato. La governance scade a una docile subalternità rispetto alle condizionalità del mercato e degli organismi finanziari internazionali. Nel caso peggiore le mafie, come quelle che operano nel Sinai, nel Sahara o nelle reti della pirateria nell’Oceano Indiano o nel Golfo di Guinea, hanno una libertà di manovra e persino una protezione maggiore degli stati.

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