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Internazionale

La missione impossibile: evitare contagi in Yemen

Golfo. A cinque anni esatti dall'inizio della guerra guidata dall'Arabia saudita, il sistema sanitario del paese è del tutto impreparato ad affrontare l'epidemia, già debilitato da colera e malnutrizione e con metà degli ospedali fuori uso

Yemeniti in fila per gli aiuti alimentari

Yemeniti in fila per gli aiuti alimentari

Cinque anni fa, il 25 marzo 2015, una coalizione di paesi sunniti a guida saudita lanciava l’operazione “Tempesta decisiva” contro il movimento Houthi in Yemen.

Iniziava una delle guerre più brutali del millennio, capace di devastare il paese più povero del Golfo, la sua struttura sociale, le infrastrutture, i sistemi sanitario e scolastico. Sono di questi giorni i dati dell’esercito Houthi: sarebbero oltre 257mila i raid compiuti dalla coalizione in Yemen dal marzo 2015.

Numeri li dà anche Oxfam: negli ultimi cinque anni, ogni tre ore e mezza, un civile è morto di guerra. E ogni ora 90 persone sono diventate sfollate, 50 si sono ammalate di colera e oltre cento sono entrate nel girone infernale della malnutrizione. Ogni ora dal 2015.

E la guerra continua. Ad aggravarla sarà l’arrivo del coronavirus, che si affiancherà a colera, dengue, fame. Entrambe le autorità yemenite – Houthi a nord, governo ufficiale alleato di Riyadh a sud – prendono le prime misure: voli sospesi da e per Sana’a per due settimane e scuole chiuse.

Misure che farebbero sorridere se non si trattasse di un conflitto che ha ucciso quasi 100mila persone, di fame, malattia o bombardamenti: le scuole come gli ospedali sono target sistematici della coalizione e il blocco aereo e navale imposto da Riyadh di fatto tiene già chiuso il paese verso l’esterno da anni.

A sud, nella capitale provvisoria Aden, il governo filo-saudita sta richiamando i medici dalle regioni limitrofe per addestrarli ad affrontare l’epidemia di coronavirus, in attesa del paziente zero.

Ancora non ci sono casi ufficiali, ma è possibile che manchino per l’impossibilità di individuarli. L’incapacità della sanità di far fronte a una nuova epidemia è lapalissiana: non ci sono abbastanza ospedali, distrutti o svuotati, non ci sono equipaggiamenti sufficienti né staff medico e 17 milioni di persone su 22 totali non hanno accesso continuo all’acqua potabile.

Lo sa bene l’Organizzazione mondiale della Sanità che ha avviato la distribuzione di kit: «Il sistema sanitario funziona al 50% della sua capacità in Yemen – ha detto il rappresentante dell’Oms nel paese, Altaf Musani – La malattia qui travolgerà gli ospedali e allontanerà i medici dai malati gravi».

L’Oms sta cooperando con le due parti del conflitto ma la missione pare impossibile: al momento, ha aggiunto Musani, sono stati inviati 200 tamponi a Sana’a e 300 ad Aden, una goccia nel mare. E sul tavolo ci sono i soldi della Banca mondiale, 26,7 milioni di dollari per il solo governo di Aden.