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Editoriale

La memoria corta

Il discorso di Obama. Quegli applausi al presidente nero

La commemorazione di Mandela da parte del Presidente Usa, Obama

Nelson Mandela è «un gigante del XX secolo», che «mi ha reso un uomo migliore», anche se «la tentazione è di ricordarlo come una icona, ma Madiba ha resistito a questo quadro privo di vita»: l’atteso discorso elogio-funebre del presidente americano Barack Obama non è stato inferiore alle aspettative. L’approvazione grande, piovevano gli applausi dei sudafricani riuniti a Soweto, presi dalle parole dell’altro presidente nero della storia. Soprattutto quando ha parlato dell’uomo «in carne ed ossa», che ammetteva le sue imperfezioni, una ragione in più per «amarlo così tanto» perché «condivideva con noi i suoi dubbi, le sue paure, i suoi calcoli sbagliati, insieme alle sue vittorie. Diceva: non sono un santo». E poi, l’accusa: «Troppi leader che celebrano oggi Mandela, in realtà non tollerano il dissenso dei loro popoli». E, subito dopo, il gesto storico: la stretta di mano con il presidente cubano Raul Castro, tra gli interlocutori dell’invettiva appena pronunciata.
L’autorevole discorso di Obama a Johannesburg, a largo spettro rivolto ad alcuni leader internazionali del cosiddetto Terzo Mondo, quasi come portavoce dell’Occidente, rischia però di seppellire la verità e di essere alla fine l’ennesima sua imbalsamazione, soprattutto perché appare largamente smemorato.
Il presidente americano dimentica di ricordare, in primo luogo a se stesso, che gli Stati uniti fino al 1988, hanno sostenuto e difeso per lunghi decenni il regime dell’apartheid. Con la motivazione – degli Stati uniti, della Gran Bretagna, della Francia (fino all’81) e d’Israele – che bisognava fermare il pericolo comunista. E se si ricorda che era l’epoca della Guerra fredda, questa non può essere presentata da Washington certo come giustificazione dei crimini che ha perpetrato e ha contribuito a perpetrare in nome della democrazia.
Nello scontro tra la maggioranza nera e la minoranza bianca, Washington aveva sostenuto Pretoria in Angola (e poi in Mozambico) nel 1975, dove l’esercito sudafricano tentava di instaurare il proprio predominio militare e la sua egemonia razziale. E non esitò ad aggirare l’embargo sulle armi e a collaborare strettamente con l’intelligence bianca sudafricana, rifiutando ogni misura coercitiva o sanzionatoria contro il regime dell’apartheid, mentre per la Casa bianca la maggioranza nera doveva «dare prova di moderazione». Ha ricordato Alain Gresh su Le Monde Diplomatique che Chester Crocker, l’uomo chiave della politica dell’”impegno costruttivo” del presidente Ronald Reagan in Africa australe negli anni Ottanta, scriveva su Foreign Affairs nell’inverno 1980-81: «Per la sua natura e la sua storia, l’Africa del Sud fa parte dell’esperienza occidentale ed è parte integrante dell’economia occidentale». Il 22 giugno del 1988 – siamo a soli diciotto mesi dalla liberazione di Mandela e dalla legalizzazione dell’Anc – John C. Whitehead, sottosegretario al Dipartimento di Stato, spiegava ad una commissione del Senato Usa: «Dobbiamo riconoscere che la transizione verso una democrazia non razzista in Africa del Sud richiederà inevitabilmente più tempo di quanto speriamo», insistendo sul fatto che le sanzioni, richieste in sede Onu dai leader sudafricani della lotta anti-apartheid e dall’allora “campo socialista” rischiavano un «effetto demoralizzante sulle élite bianche» penalizzando invece in primo luogo la popolazione nera.
Ronald Reagan concludendo il suo mandato, tentò con ogni mezzo, ma per fortuna senza successo, di impedire che il Congresso punisse il regime dell’apartheid. Ancora duravano i tempi in cui alla Casa bianca si celebravano i Contras nicaraguesi, i combattenti per la libertà afghana, e si stendeva il tappeto rosso per le milizie della controrivoluzione armata angolana e mozambicana, mentre si denunciava il “terrorismo” dell’Anc e dell’Olp palestinese.
Quanto alla Gran Bretagna, il governo Thatcher rifiutò ogni incontro con l’Anc fino al febbraio 1990, quando Mandela fu liberato, e si oppose in ogni occasione – famoso il vertice del Commonwelt di Vancouver del 1987 – all’adozione di sanzioni anti-apartheid. Era l’epoca in cui il primo ministro Cameron – solo tre anni fa ha chiesto scusa – andò in visita nel 1989 in Sudafrica invitato da una lobby filo-apartheid.
Ad esser schierati con l’Anc erano i paesi “socialisti”, l’Urss, il Vietnam – dove si addestrarono molti quadri. E Cuba. L’intervento militare dell’esercito cubano nel 1975, a fianco del fragile esercito della da poco liberata colonia portoghese dell’Angola, fu decisivo con la battaglia di Quito Canavale del 1988. Fu «una svolta nella liberazione del nostro Continente e del mio popolo», ha sempre sostenuto lo stesso Mandela. Il quale, non smemorato, invitò Fidel Castro alla sua proclamazione a presidente della repubblica sudafricana nel 1994. Di che dovrebbero vergognarsi dunque, su questo, i fratelli Castro?
Il fatto è che quando si nomina Mandela non si parla solo di Guerra fredda e del fatto che, caduto il Muro di Berlino, non poteva più restare in piedi il Muro dell’apartheid. Parlano, anzi gridano ancora tutti i nodi rimasti aperti nel “secolo breve”. Certo, l’apartheid razziale è stato risolto grazie alla saggezza e, insieme, radicalità di Madiba, ma resta il grande apartheid economico e sociale, quello sudafricano (paese Brics) e quello mondiale. E sarà un caso se, mentre Obama parlava a Soweto, veniva confermato da Washington che il campo di concentramento di Guantanamo non chiuderà, come promesso?