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Editoriale

La lunga regia

Prodi, D’Alema, Bertinotti, Diliberto, Boselli, Di Pietro, Pecoraro, Mastella. Non uno dei capi partito della coalizione che nove anni fa decise l’elezione di Giorgio Napolitano è oggi in servizio attivo alla politica. Il solo Prodi può in queste ore moderatamente sperare di essere richiamato. Nove anni fa centrosinistra e centrodestra coprivano l’intero quadro politico, rappresentando il 99,5% dei voti; nel parlamento attuale – «nominato» con la stessa legge elettorale – non arrivano al 60%. Nove anni fa Grillo, da comico, invitava a votare «destra o sinistra, non il centro» e aggiungeva: «Ho paura del voto elettronico».
Molto è cambiato, ed è cambiato anche il modo di interpretare il mandato presidenziale, tanto che adesso si discute se dopo Napolitano il nuovo presidente della Repubblica potrà effettivamente recuperare un ruolo meno da primo attore politico; il capo del governo se lo augura.

Ma anche la vicenda di Napolitano al Quirinale non è stata univoca e può essere divisa in due parti più o meno uguali. Fino all’autunno del 2010 – la metà del suo novennato – il presidente ha ratificato i risultati elettorali, preso atto della crisi del centrosinistra, tentato un breve e più che istituzionale incarico esplorativo al presidente del senato, firmato silenziosamente anche le leggi ad personam più controverse. Poi, dalla crisi del centrodestra (la rottura di Fini) in avanti si è seduto alla regia della Repubblica, concedendo a Berlusconi tutto il tempo necessario per organizzarsi contro una sfiducia certa (con quali mezzi il cavaliere lo abbia fatto si è sospettato subito e indagato dopo). Poi Napolitano ha inventato la soluzione Monti, immaginando di affidare al professore anche la sua eredità ma finendo deluso. E con dosi crescenti di interventismo ha teorizzato la stabilità, praticato il continuismo e alla fine contribuito a quel «boom» di Grillo che si è rifiutato di riconoscere. Ha negato a Bersani quello che ha concesso ad altri aspiranti presidenti del Consiglio prima e dopo di lui, ha coltivato Letta e ha mollato Letta per Renzi. Le riforme costituzionali sono state il suo assillo costante, ma nel corso degli anni ha rovesciato impostazione e priorità. Dalla difesa del parlamento e della separazione dei poteri è passato alla necessità urgente di rafforzare il governo e solo recentemente ha scoperto nel bicameralismo «un errore dei costituenti». C’è il suo esempio degli ultimi anni nel mettere avanti gli obiettivi alle procedure, c’è il suo benevolente sguardo distratto davanti agli eccessi dell’esecutivo dietro la valanga di decreti legge e le illimitate questioni di fiducia, nonché ovviamente dietro la revisione costituzionale e la riforma della legge elettorale diventate affari di governo da imporre a furia di strappi ai regolamenti.

Ma un mandato presidenziale non si esaurisce nel rapporto con palazzo Chigi, anche se è quella la cornice che meglio inquadra Napolitano al Quirinale. Guardando all’indietro si scorgono alti e bassi. Il punto più basso è probabilmente la concessione della grazia al colonnello americano Joseph Romano, faticosamente riconosciuto colpevole dalla Corte d’appello di Milano per il rapimento e sequestro dell’imam di Milano Abu Omar da parte della Cia. Una grazia del tutto fuori dai limiti fissati dalla Corte costituzionale al potere presidenziale, concessa in assenza di esigenze umanitarie e contro il parere della procura milanese, motivata con ragioni politiche e diplomatiche. Se Napolitano non fosse stato rieletto nell’aprile 2013 sarebbe stato il suo ultimo atto al Quirinale, firmato al ritorno dalla visita di stato a Washington.
Il punto più alto è stato invece il messaggio alle camere sulle carceri dell’ottobre 2013. Perfetto per il metodo, l’uso corretto di un trascurato strumento costituzionale, e per il merito, visto che il presidente sollecitava l’amnistia e l’indulto al parlamento non solo per «l’imperativo morale» ma per la precisa «violazione giuridica e costituzionale» rappresentata dalle carceri indegnamente sovraffollate. Messaggio eccellente, quello, messaggio ignorato.

  • Massimo D’Agostino

    Siamo già in una repubblica presidenziale? Perché vedo, sia a Porta a Porta, sia qui, una gran fretta di correre al Quirinale. Ho sempre considerato il Presidente della Repubblica una figura carismatica, importante esempio di politica costituzionale, ma simbolica. Leggo inoltre nel libro: “La legge è con noi” scritto dai magistrati di Milano, che la sua più importante prerogativa è quella della “irresponsabilità”, “per cui non può essere considerato personalmente responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”. “Dei suoi atti risponderà, invece, il Ministro che ha collaborato con lui nell’emanazione dell’atto. Infatti, la Costituzione stabilisce che, per essere validi, tutti gli atti del Capo dello Stato devono recare la sua firma e quella di almeno un Ministro (la cosiddetta controfirma).