closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

La lista Tsipras e le anime belle della sinistra

Lista Tsipras. Come ubbidire a principi irrinunciabili e metterci d’accordo con la pratica politica nella più opaca delle realtà. L’ambizione, alla prova europea della Lista Tsipras, sta nel superare gli ostacoli di una nostra, permanente minorità

Ora che la zuffa nella litigiosa famiglia sorta a sostegno de l’Altra Europa con Tsipras pare sopita, si può dire pacatamente qualcosa. Si può intervenire senza timore di gettare altro veleno nei pozzi già inquinati. Anche se non amo dare troppo rilievo alle singole persone ( né, tanto meno, metterle sotto accusa) è inevitabile partire dal singolo caso per svolgere poi delle considerazioni generali. Dunque, Antonia Battaglia ha abbandonato la lista Tsipras per incompatibilità con altri esponenti, provenienti dalla Sel pugliese.

Ci si può interrogare un istante sull’arroganza settaria e l’irresponsabilità politica di tale gesto? Si può abbandonare un campo di impegno, costruito su difficili equilibri, ma importantissimo per tentare una svolta di possibile salvezza per il nostro paese, perché alcuni membri del collettivo non hanno il sangue perfettamente blu? Si va via perché tra i candidati nella lista ci sono degli appestati? Eppure i compagni di cui si chiedeva l’ostracismo non provenivano dalle truppe berlusconiane o dall’eterno ceto politico trasformista e nemmeno dal Pd. Sono esponenti di Sel, un partito che , insieme a Rifondazione comunista, ha rinunciato al proprio simbolo e ha dato un contributo forse decisivo alla riuscita di tutta l’operazione. Se Sel non avesse appoggiato, al suo congresso nazionale la candidatura Tsipras, l’Altra Europa sarebbe partita come un’anatra zoppa.

Si giustifica il gesto del gran rifiuto da parte della Battaglia con l’argomentazione della cattiva condotta politica di Sel nei confronti della Ilva di Taranto. Ora, non è certo questa la sede per discutere una questione così gigantesca come il disastro ambientale dell’Italsider. Ma si può fare di Sel – pur non sottovalutando errori, ritardi, sottovalutazioni, incidenti imbarazzanti di Vendola, ecc – il capro espiatorio di tutta quella vicenda? Con quanta superficialità si dimentica che per decenni nessuna attenzione è stata prestata al mostro siderurgico da parte dei governi nazionali, dal ceto politico – di tutti gli schieramenti – storicamente sordo in Italia a ogni problema ambientale? E che dire del sindacato, vale a dire dell’ istituzione più vicina alla condizione quotidiana di inquinamento dei lavoratori, costretti a esporre i propri corpi a veleni di ogni tipo?

Neppure la magistratura, nei passati decenni, è stata cosi vigile come oggi appare. Ed essa, anzi, continua a dormire in troppi angoli devastati del nostro paese. E’ evidente che gravano sull’intera vicenda responsabilità multiple e collettive che non possono essere sottaciute. Ma quello che assai gravemente si dimentica, esemplificando con superficialità il complesso nodo dei problemi, è che Taranto non incarna solo un acutissimo problema di ambiente e di salute pubblica, ma anche una drammatica questione sociale. E’ noto a chi sa vedere.

La degradazione ambientale prodotta dall’Ilva è arrivata a un punto tale da mettere in forse l’occupazione della gran parte degli operai, il reddito di migliaia di famiglie. Una minaccia di disoccupazione di massa in una città del Sud che ha fondato tutto sull’industria e in una fase storica in cui il nostro Mezzogiorno ha conosciuto arretramenti economici gravissimi Il tutto dentro una crisi di cui non si vede la fine. Come si fa a dimenticare il ricatto cui i Riva sottoponevano le masse operaie, l’intera città? Non a caso la popolazione di Taranto si è divisa in due schieramenti contrapposti. Poteva un partito come Sel disinteressarsi di una questione occupazionale di così vasta portata? Non ci si rende conto che astrarre da tale condizione dilemmatica il comportamento di quel partito si compie un’operazione di esemplificazione concettuale che porta al cortocircuito settario? Su questa strada si compie anche una operazione politica ingiusta e auto-distruttiva. Messi su tale china, Vendola e Sel diventano i complici dei Riva, si trasformano nei nemici da cui allontanarsi. Ma davvero non ci si accorge dell’ingiustizia enorme che si compie nei confronti delle persone e del loro passato? Non si capisce che gettiamo nell’inferno una parte importante della nostra storia? La nostra stessa storia: e io non ho in tasca tessere di partito.

La scelta di Antonia Battaglia, com’è noto, ha investito anche il comitato dei garanti. Paolo Flores D’Arcais e Andrea Camilleri – di cui non cesso di ammirare la disponibilità con cui presta la sua operosa vecchiaia e il suo illustre nome a tante buone cause civili e politiche – hanno abbandonato il Comitato dei garanti. Ovviamente, non entro nel merito dei torti e delle ragioni. Nulla mi autorizza a improvvisarmi moralistico Catone. Ma una riflessione politica si rende necessaria.

Possibile che l’offesa alla dignità dei due autorevoli membri del Comitato fosse così grave e irreparabile da non consentire un chiarimento e un aggiustamento informale? Possibile che le questioni di principio siano state ritenute più rilevanti del danno politico generale che verosimilmente si sarebbe prodotto, in termini di immagine, a tutta l’operazione ancora in fieri? Possibile che la fierezza personale venga prima di ogni altra cosa e sia comunque ritenuta più rilevante, nelle proprie scelte, dello scoramento, della sfiducia, della disillusione che esse vengono a creare in migliaia e migliaia di militanti, di cittadini, gettati nella più grave crisi e perdita di orizzonti politici degli ultimi 6o anni? Ci possiamo chiedere che come sarebbe andata la campagna contro la privatizzazione dell’acqua, senza il vincolo unitario che l’ha sorretto?

Hegel ha elaborato una figura filosofica per rappresentare questo tipo di umana soggettività innamorata della propria purezza e coerenza: la figura dell'”anima bella”. La sinistra conta non poche anime belle al proprio interno, che rifuggono dall’aspra contraddittorietà del reale, e anelano a conservare l’incorruttibilità adamantina della propria coscienza.

Certo, fare politica, nel campo della sinistra è un’arte dannatamente più difficile che negli altri schieramenti. Per la destra e per gran parte del ceto politico di tutti gli schieramenti il compito è molto più agevole. Si tratta di aderire alle pieghe e alle gerarchie dei poteri dominanti, guidati dall’infallibile fiuto dell’interesse personale, e il successo diventa abbastanza agevole, pur se in mezzo a una feroce competizione. La sinistra si pone il problema gigantesco di cambiare il mondo, o quanto meno di rovesciare le intollerabili ingiustizie che lo lacerano. Deve perseguire un grande obiettivo, ubbidire a principi irrinunciabili, mettere d’accordo analisi radicale e pratica politica nella più opaca delle realtà quotidiane. E oggi, nella devastazione morale prodotta dal neoliberismo berlusconiano, la navigazione somiglia alla barchetta di Caronte che affronta i marosi di una fetida cloaca.

E tuttavia non si possono concludere queste osservazioni senza mettere tutta, indistintamente, la costellazione della sinistra radicale e popolare di fronte a questa evidente ed esplosiva contraddizione. Noi siamo i portatori di una analisi senza misericordia delle condizioni del capitalismo mondiale e andiamo smascherando da anni il carattere pubblicitario e ingannevole delle promesse “uscite dal tunnel” dei nostri governanti. Noi sappiamo che i pannicelli caldi delle solite “riforme” non porteranno l’Italia da nessuna parte e che anzi, senza una radicale messa in discussione dei trattati dell’Unione, l’abisso si spalancherà davanti alle nostre porte. Ma proprio l’enormità del compito che consegue alle nostre terribili e fondatissime analisi dovrebbe indurci a comportamenti personali coerenti con una prospettiva così drammaticamente impegnativa.

Se il compito che abbiamo davanti è così arduo, il nostro primo istinto dovrebbe essere quello di accostarci personalmente sempre di più, rinserrare le fila, serrare i ranghi, smussare le differenze, sanare le divisioni, fare della ricerca dell’unità della nostra parte la condizione fondativa della lotta

Ma questo richiede la dismissione degli abiti settari, del camice bianco da gabinetto scientifico e la capacità di guardare anche il mondo imperfetto che sta intorno a noi, mettere in uso le vecchie armi della tattica, con cui accompagnare l’astrazione, spesso troppo pura, della strategia.

Se non si incomincia a guardare dentro la soggettività di tutti noi, a vedere che in essa c’è anche la radice della divisione e frantumazione del nostro campo, della nostra permanente minorità, con ogni probabilità, nei prossimi anni la sinistra radicale potrà solo contemplare, Cassandra inascoltata e impotente, l’avverarsi dei propri funesti vaticini.