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Editoriale

La libertà delle donne cuore dello scontro

È senza fine, lo strazio della violenza contro le donne. Ieri Lucio Marzo, 17 anni, ha confessato di avere ucciso Noemi Durini, 16 anni, scomparsa dal 3 settembre. E ha portato i carabinieri nel luogo dove ne aveva nascosto il corpo, sotto alcuni massi. Sempre ieri, è stato denunciato un tentativo di stupro sulle scale del Campidoglio, a Roma. L’aggressore sarebbe un israeliano. La notte precedente ancora a Roma lo stupro di una ragazza finlandese, da un ragazzo del Bangladesh.

Di qualche giorno fa la denuncia delle ragazze americane a Firenze, appena prima la giovane donna polacca stuprata a Rimini. Lo strazio è infinito, mille connessioni che si allargano come onde, dal punto in cui è stata esercitata la violenza. Avranno conseguenze nelle vite di tutte le persone coinvolte. Penso ai genitori di Noemi, alla madre, che non è riuscita a convincerla che quel ragazzo era violento. Non è servita neanche la denuncia che aveva presentato per ottenere l’allontanamento di quel ragazzo dalla figlia, non era stato preso nessun provvedimento.

Le adolescenti sfidano i genitori, la madre in special modo, come fare a proteggerle senza renderle prigioniere? È una domanda che non ha facili risposte. O meglio. Non le ha oggi. Oggi che le ragazze sono libere, nei paesi come nelle metropoli. Oggi che i divieti e le proibizioni non sono più la regola condivisa.

E la libertà – delle donne, delle ragazze – è il punto geometrico del conflitto. La solidarietà, perfino il dolore, sono pieni di ombre, di dubbi. Perché quelle ragazze sono in giro di notte? Perché si fidano di chiunque? Perché si permettono di andare in giro come se fossero dei ragazzi, dei maschi? Si ipotizza che Noemi sia stata uccisa al culmine di una lite.

Sulla sua pagina facebook l’ultimo post fa pensare. L’immagine è il viso di una donna malmenata, a cui qualcuno tappa la bocca. Il testo comincia cosi: «non è amore se ti fa male». Su instagram il profilo è più esplicito: «Il giorno che alzerai le mani ad una donna, quello sarà il giorno in cui ufficialmente non sarai più un uomo». Aveva capito? È stata punita perché voleva la libertà? Un’azione diretta, un atto di guerriglia individuale, lo definisco. Come lo stupro, le aggressioni sessuali. Tentativi di sottomissione, per mantenere l’ordine patriarcale. Contro tutte queste donne che si permettono di aggirarsi libere per il mondo. E per questo è così difficile ascoltarne la voce, a parte la retorica della vittima, che si rivela sempre più finta. Non è solo l’antico gioco delle donne perbene messe contro quelle per male. Il conflitto è a tutto campo, nelle vite private come nello spazio pubblico, nelle forme inedite della vendetta. Anche nella scena mediatica. Che non vuole lasciare la parola alle donne, alla loro visione.

Quel grande interprete del sentimento medio che è Bruno Vespa l’ha detto senza esitazione a Porta a Porta: «La prima vittima è l’Arma». Il corpo delle donne rimane un pretesto. Usato contro i migranti, per legittimare il razzismo. Occultato di fronte alla “grande onta” della perdita di onore maschile. Eppure le femministe lo dicono da sempre. La violenza, lo stupro sono compiuti da uomini. Giovanissimi e anziani, di qualunque nazionalità, colore, religione. Qualunque divisa indossino. Oggi è tempo di dire di nuovo che le donne sono, siamo, libere. Che stiamo nel mondo. Perché non tornare nelle strade di notte, insieme?

  • Michele Costanzo

    Temo che la situazione sia ben più complessa del quadro offerto dall’articolo sul “femminicidio” di Lecce.
    I numeri non dicono tutto. A me capita, da uomo, di cogliere con maggiore frequenza avidi sguardi maschili che inseguono donne per strada; si tratta di atteggiamenti che possono preludere ad azioni ben più gravi, ma che contengono già, come dire, in nuce, tutta la violenza dell’atto vero e proprio.
    La “formazione” dei giovani maschi non è affatto cambiata; il modello è sempre quello patriarcale nel quale è insita la sopraffazione. Nessuno di noi maschi ne è escluso; siamo tutti passibili di azioni violente nei confronti delle donne. Se queste azioni non vengono messe in atto è solo perché la formazione cattolica repressiva può funzionare da inibitore oppure perché a fatica si è riusciti a prendere un po’ di distanza dal modello patriarcale, attraverso l’esperienza e la riflessione.
    Il fatto è che il modello patriarcale è, come sappiamo, la cellula di un sistema di oppressione più ampio, che ha assunto oggi caratteri inediti.
    Ad uno sguardo anche superficiale alle posizioni di comando in molti paesi europei ci si rende conto che tali posizioni sono occupate da donne, tali solo anagraficamente.
    Di fatto molte di loro perpetuano la tipica gestione maschile del potere, imperniata sulle scelte politiche di sempre. Sono loro i nuovi maschi che il sistema è riuscito ad inglobare, facendo passare per cambiamento rivoluzionario un semplice passaggio di consegna con lo smalto progressista della scelta di una donna al posto di un uomo.
    E, purtroppo, spesso le donne hanno profuso uno zelo anche maggiore nel ribadire le tradizionali aberranti scelte politiche degli uomini. Un esempio per tutti: il ricorso alla forza come strumento di soluzione dei conflitti. Se si possono uccidere impunemente esseri umani e fra questi, tante donne, sotto la guida di una donna, come si fa a protestare contro gli orribili assassini perpetrati in un angolo sperduto del nostro paese?
    Un ripensamento sulle scelte politiche di fondo appare urgente. Non bisogna rinunciare all’ottimismo, anche se stigmatizzato come ingenuità, perché fondato sulla convinzione che i connaturati valori femminili dell’accoglienza, della rinuncia alla violenza alla fine prevarranno.
    Michele Costanzo.