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Non assegnato

La guerra in Libia e le operazioni di ricerca e soccorso in mare che non possono attendere

Internazionale. Ci sono tre fatti che spiegano in maniera plastica il legame fra quel che sta accadendo in Libia e la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo

Ci sono tre fatti che spiegano in maniera plastica il legame fra quel che sta accadendo in Libia e la necessità di rimettere al centro dell’agenda politica adesso, senza attendere oltre, la questione delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR, dall’inglese search and rescue) nel Mar Mediterraneo.

Fatto numero uno: la situazione in Libia è assolutamente fuori controllo. Tra l’evoluzione delle questioni militari sul campo, la partita Russia-Turchia, il ruolo marginale e contraddittorio dell’UE e tanto altro, quel che sta succedendo sfugge ad ogni previsione e ad ogni rassicurazione. Questa situazione alimenterà nuovi flussi migratori per due ordini di ragioni. In primo luogo, in maniera piuttosto intuitiva, perché, come ogni altro conflitto, anche quello libico sta creando e creerà profughi e persone disposte a lasciare tutto pur di scappare da un paese che sprofonda ogni giorno di più verso il baratro. In secondo luogo, perché il conflitto non sta risparmiando i centri di detenzione per migranti, teatro oramai anche di stragi (basti ricordare quella del luglio scorso a Tajoura), oltre che di soprusi di ogni tipo, soprattutto a causa dei raid aerei, come riportato ancora qualche giorno fa da UNHCR.

Fatto numero due: un paese fuori controllo non può in alcun modo essere considerato un porto sicuro. Ora, che la Libia non potesse essere considerata tale anche per altre ragioni lo si dice chiaramente ormai da anni e da ogni fronte (esclusi quelli governativi, si intende). Ma se anche la si fosse voluta ancora considerare un porto sicuro, chiudendo non uno ma entrambi gli occhi – e le orecchie, non ascoltando gli appelli e i moniti di organizzazioni internazionali e non governative – di certo adesso, con un paese in piena guerra civile e con potenze internazionali che si fronteggiano per procura su questo terreno, ogni briciolo di finzione non può che venir meno. L’arrampicata sugli specchi del Presidente del Consiglio Conte nella conferenza stampa di fine anno, non più tardi di un paio di settimane fa, è un ultimo (si spera) maldestro tentativo di negare l’evidenza.

Fatto numero tre: il Mediterraneo è sguarnito. Il decreto sicurezza-bis blocca in porto diverse navi delle Ong. La cui presenza, per quelle che sono libere di muoversi, è ulteriormente scoraggiata dalla linea complessiva tenuta negli anni dai governi Gentiloni, Conte I e Conte II sulle operazioni di ricerca e soccorso, tra codici di condotta, porti chiusi, direttive e decreti legge. Ma la verità è che, da sempre, quel che le Ong hanno fatto è stato supplire al peccato originale di tutta la gestione delle operazioni SAR da parte dell’Unione europea: ovvero, la scarsezza, a tratti trasformata in mancanza assoluta, di meccanismi di soccorso in mare da parte dell’UE e/o dei suoi stati membri, Italia inclusa. In questo senso, la responsabilità dei governi europei è duplice, perché non solo hanno abdicato a quello che sarebbe stato un loro preciso dovere (stando, almeno, alla retorica del ‘salvare vite’ imperante negli ambienti di Bruxelles), ma hanno anche colpito e impedito di operare a chi di fatto stava facendo quello che loro avevano rinunciato a fare.

In questo contesto, la vicenda dell’Operazione Sophia – il meccanismo militare UE finalizzato alla lotta al traffico di migranti ed ai traffici illeciti, che aveva contribuito a partire dal 2015 anche a salvare migliaia di vite – è emblematica e paradossale.

Emblematica perché, approvata come operazione militare, Sophia è stata di fatto sottratta dagli stati membri dell’UE a qualsiasi scrutinio da parte del Parlamento europeo e della Corte di giustizia dell’Unione europea. E si è risolta in un gioco intergovernativo tra stati che è saltato nell’aprile scorso, dopo una serie di rinnovi sempre più tirati, su precisa volontà del governo Conte I e di Matteo Salvini: nessuna imbarcazione a pattugliare il Mediterraneo in assenza di un piano di ricollocamento dei migranti in deroga al regolamento di Dublino. Quindi sì al rinnovo di Sophia, ma senza navi. E anche adesso che, da qualche mese, un accordo sul ricollocamento si è trovato ed è operativo, le navi restano in porto. Ed è qui che la situazione diventa paradossale, perché un’operazione che prende il nome di “European Union Naval Force” di navale non ha più nulla, impiegando appena sette velivoli per la ricognizione e 580 unità per l’addestramento della cosiddetta guardia costiera libica.

In una simile situazione, il governo italiano è chiamato ad agire su tre fronti. In primo luogo, deve mettere in atto tutti quelle azioni necessarie a garantire alle Ong di potere tornare in mare e, per quelle che già ci sono, di potere condurre le proprie attività in piena serenità. In questo senso è importante ricordare la campagna “Adesso basta, basta una firma!” lanciata da Mediterranea nelle ultime settimane per chiedere al governo di autorizzare il ritorno alla navigazione delle imbarcazioni sotto sequestro. Quanto trapela in merito alla revisione dei decreti sicurezza, però, non lascia presagire alcun cambio di passo significativo su questo fronte.

In secondo luogo e ancor di più, il governo deve porre la questione del SAR a livello europeo. Nel passaggio da una legislatura all’altra, in un tema che ha sempre visto il Parlamento europeo e la Commissione essere più sensibili (almeno in parte) rispetto ai governi nazionali, si è creato un vuoto nel dibattito europeo, e anche quel poco che questi due organi potevano fare, in una materia di fatto sottratta al loro intervento, è venuto meno. Ma non si può attendere oltre. Né tantomeno si possono aspettare i negoziati per il rinnovo, a marzo di quest’anno, dell’Operazione Sophia, stavolta si spera con nuove regole di ingaggio che includano anche il ripristino di mezzi navali.

Nei giorni scorsi a Bruxelles, in effetti, si è tornati a parlare di Sophia, ventilando finalmente un possibile ritorno in mare delle navi, e in queste ultime ore la presidente della Commissione von der Leyen ha ricordato come la palla sia nelle mani degli stati membri. Italia in primis. In questo senso, però, il Consiglio straordinario Affari esteri e le dichiarazioni a margine del ministro Di Maio non lasciano presagire nulla di promettente né rispetto ad una ripresa delle operazioni navali, né rispetto ad un impegno deciso dell’Italia in questa direzione.

Intendiamoci: Sophia non è l’operazione ideale, per diverse ragioni legate essenzialmente alla sua natura di missione militare e non umanitaria, e perché risponde alla logica imperante della protezione dei confini europei. Ed in chiave futura va assolutamente superata, al pari delle altre operazioni, gestite invece da Frontex. Ma ad oggi è lo strumento esistente che forse più di ogni altro sembra in grado di fornire un contributo diretto al salvataggio di vite umane, essendo già operativo e avendo bisogno soltanto del ripristino immediato delle unità navali e delle funzioni SAR. Probabilmente più facile, per ragioni di policy-making europeo, rispetto alla modifica del mandato dell’altra operazione UE attiva nel Mediterraneo centrale, ovvero Themis, che resta a ridosso delle acque territoriali italiane.

Infine, in terzo luogo, il governo non può non guardare in casa propria e fare i conti con l’assoluta impossibilità, nei fatti, di proseguire come se nulla fosse con l’Operazione Mare Sicuro, che, macchiata dallo stesso spirito di fondo delle missioni europee, è diventata addirittura un’operazione di aperto supporto alla cosiddetta guardia costiera libica, sulla cui reale natura è stata oramai fatta luce da tempo. Un segnale forte e, soprattutto, decisivo per il salvataggio di vite umane sarebbe l’immediata riassegnazione delle unità navali ad esclusiva e vera attività di ricerca e soccorso, tagliando ogni ponte con i libici. Perché l’imperativo categorico, tanto nel caso di Sophia quanto in quello di Mare Sicuro, deve tornare ad essere il rispetto del principio di ‘non respingimento’ verso un paese che, proprio per le ragioni sopra richiamate, non può in alcun modo essere considerato un porto sicuro, adesso ancor più di prima.

E con quello che sta succedendo in queste ore dall’altra parte del Mediterraneo, nessuna di queste tre azioni può più attendere.

L’autore è ricercatore, attivista ed ex assessore alla cultura di Messina

[email protected]

E dopo tante parole,

passiamo ai fatti.