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Editoriale

La Grecia torna sul mercato aspettando il 2018

La Grecia è l’unico Paese, in ambito Ue, che non può fallire, se non per mano della stessa Ue. Perché? Semplice: perché il suo debito pubblico (sarebbe meglio parlare di debito estero) non ha niente a che fare con quello che generalmente si intende con tale espressione. Non obbligazioni, titoli in mano ad investitori ma, per la gran parte, prestiti da restituire alla stessa Europa (e in minima parte al Fmi). Quei soldi che sono serviti a liquidare i privati, le banche (tedesche e francesi, soprattutto), facendo rimanere il Paese imbrigliato nella rete imbastita dalla Troika. Poco più di 300 miliardi in tutto (179% del Pil), di cui solo una fetta sottilissima è costituita da titoli di Stato, a breve e media scadenza (10% circa). D’altro canto, non è un caso che fino a qualche anno fa Atene pagava, mediamente, tassi d’interessi più bassi del 50% rispetto all’Italia, in linea con quelli tedeschi.

Ora, a distanza di tre anni dall’ultima emissione di bond, il governo ellenico avrebbe deciso di ritornare sul mercato, con un titolo a media scadenza, il cui rendimento è stato stimato intorno ai quattro punti e mezzo. Tra 2 e 4 miliardi il volume complessivo dell’operazione, un test per sondare l’atteggiamento dei mercati in vista di un ritorno alla normalità a partire dall’anno prossimo (termine programma d’aiuti). Il dilemma è: nel 2018 il Paese sarà nelle condizioni di camminare da solo o sarà necessario un nuovo programma di assistenza finanziaria? Chiariamo: senza una moratoria sul debito, non basterà certo il 3,5% annuo (nel 2016 già raggiunto il 3%) di avanzo primario (attivo di bilancio al netto degli interessi sul debito), previsto nell’accordo, per restituire i soldi all’Efsm, alla Bce e al Fmi. Finanziarsi sul mercato per ripagare i debiti con l’Europa, dunque? Una prospettiva non certo esaltante. O meglio: un circolo vizioso, più di quanto non lo sia quello attuale. Di cosa parliamo? Del fatto che l’Europa presta soldi alla Grecia, che a sua volta li utilizza per rimborsare i prestiti precedenti. A luglio sono state rimborsate obbligazioni per un valore di 6,8 miliardi alla Bce e al Fmi, utilizzando gran parte dell’ultima tranche di aiuti, erogata a giugno da parte delle stesse istituzioni creditrici. In compenso, la Grecia ha conseguito, in sette anni, l’obiettivo del pareggio di bilancio: da un disavanzo del 15,1% (2009) si è passati a un avanzo dello 0,7% del Pil. Primi della classe, chiusura della procedura di infrazione, promozione anche da parte di Moody’s, che ha alzato il rating da Caa3 a Caa2 (scarsa qualità e alto rischio, comunque).

Intanto, i segnali che provengono dall’economia non sono rassicuranti. Tra i Paesi europei, la Grecia è stato l’unico che ha fatto registrare nel primo trimestre di quest’anno una crescita negativa (-0,1%), dopo il ritorno in recessione nel 2015 e la crescita zero registrata nel 2016 (+0,4% da gennaio a marzo). Dati che destano preoccupazione, in vista della scadenza dell’anno prossimo. Al di là delle dichiarazioni di rito, sia ad Atene che a Bruxelles si chiedono se l’ipotesi di un prolungamento del programma d’assistenza sia veramente da escludere, viste le difficoltà che incontra il Paese, con la sua economia che stenta a prendere il largo.   «Siamo tutti d’accordo – ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble – che il terzo programma greco (2015-2018) sarà l’ultimo con la partecipazione del Fmi». Quindi, senza la partecipazione del Fmi un altro programma sarà possibile? Ovviamente, a Bruxelles non si chiedono minimamente se proprio tali programmi siano alla base della bassa o mancata crescita; se proprio l’austerità, quella che fa migliorare i conti pubblici, non sia la causa degli attuali problemi economici del Paese. La verità è che non ci sono alternative a una cancellazione o a una drastica riduzione del debito. Bisogna spezzare la spirale dei prestiti che servono a rimborsare altri prestiti. È la stessa logica che, nel settore privato, ha mandato a carte quarantotto il sistema dieci anni orsono. L’Europa, salvando la Grecia, ha semplicemente salvato le sue banche, il suo sistema finanziario. Insomma, ha salvato se stessa. Ora si tratta solo di riconoscere questa banale verità.

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