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La centralità del «lavoro di cittadinanza»

Attorno all’idea della centralità del lavoro il centrosinistra sembra recuperare slancio: dal Piano per il Sud del ministro Provenzano alle iniziative in sanità del ministro Speranza al Patto per lo sviluppo che Zingaretti rilancia raccogliendolo dai sindacati.

Tuttavia non si può sorvolare sulla ragioni profonde che di tale centralità hanno ostacolato fin qui l’affermazione e sui modi innovativi con cui essa è riproponibile. Tale abbandono è avvenuto da decenni, da quando il trentennio neoliberista ha soppiantato il compromesso keynesiano del secondo dopoguerra. Il colpo di grazia l’ha sferrato l’adesione alle Terze Vie e al blairismo degli anni ’90, a cui vanno imputate l’enfasi nociva sulla teoria della shareholder value maximisation e le convinzioni secondo cui i ceti medi fossero corposamente entrati nella categoria dei detentori di asset e i rischi del mercato del lavoro non esistessero più. In Italia, dopo la drammatica crisi del 2007/2008, la sola Cgil ha lanciato, fin dal 2013, il Piano del Lavoro, il quale peraltro ha costituito da allora ad oggi l’unica vera proposta di politica economica alternativa a quella delle destre (non potendosi considerare tale la reiterazione della riduzione del “cuneo fiscale” e tanto meno il mantra ossessivo della riduzione delle tasse).

Ora, per avanzare lungo la strada riformatrice segnata dal trinomio “piena occupazione/investimenti/ nuovo modello di sviluppo a base ambientale”, occorre una nuova riflessione sulla stessa concezione del lavoro, andando alle radici, anche filosofiche e antropologiche, di quel processo che da tempo ne ha provocato un’incredibile “invisibilità” sulla scena politica e che la trasformazione tecnologica, facendo dilagare la precarietà, rischia di rafforzare. Non possiamo più lasciare solo a soggetti religiosi – come Papa Francesco, il papa che ha definito il neoliberismo “l’economia che uccide” e che grida “non reddito ma lavoro per tutti” – la sensibilità al binomio lavoro/persona, la quale consente di ribadire con veemenza che il diritto al lavoro è primario, superiore alla stesso diritto di proprietà, e che il rapporto che ha per oggetto una prestazione di lavoro non tocca solo l’avere ma l’“essere” del lavoratore. Vanno recuperati concetti universali come la dignità umana, la giustizia, la verità, l’autonomia, considerando la riflessione sullo sfruttamento e l’alienazione un ritorno alle illusioni, dichiarate “regressive”, di Rousseau, Marx, Fromm e Marcuse.

Ma così si sottace l’enorme significato, anche antropologico, della vitale “inquietudine creatrice”, di cui parlava Marx, sempre soggettivamente racchiusa nel lavoro. Si trascura che il lavoro è fattore vitale dell’identità del soggetto e attribuzione di significato all’esperienza esistenziale, esprime un’intrinseca dimensione di apertura verso il mondo e verso gli altri, contiene relazioni plurime (con il contesto in cui l’attività lavorativa si svolge, con il sapere e l’esperire di chi ha operato precedentemente, con gli altri che lavorano), il suo senso è impregnato di desiderio, quel desiderio che è un moto verso una destinazione mancante, un orizzonte nel quale non si è e al quale si aspira.

Nel momento in cui i populismi dilagano e emergono varie somiglianze con gli anni ’30 del Novecento, qui va collocata la vera sfida odierna: puntare su una radicalità inusitata di progettazione teorica e di critica ideologica proprio sulle questioni del lavoro, mettendo in gioco i fondamenti antripologici e persino filosofici del suo statuto. All’operazione deresponsabilizzante che fanno i sostenitori della generalizzazione dei trasferimenti monetari va preferita un’iniziativa di profilo ideale sul “lavoro di cittadinanza”.

Occorre, infatti, riappropriarsi di parole cadute in oblio, pensare e praticare politiche alternative illuminate da idealità e valori, inventarsi linguaggi nuovi reimparando l’abilità “discorsiva” adeguata suggerita da Tony Judt, il quale non a caso denunziava il carattere di “catastrofe morale in fieri” di molte delle trasformazioni odierne, a partire dalle privatizzazioni.

Il punto è che restituire legittimità alla riflessione sul lavoro consente di reimmettere a monte e al centro dell’analisi la problematica dei “fini”, di gettare luce sul ruolo fondamentale dello Stato e delle istituzioni pubbliche oscurato dal parassitismo dei predoni (Google, Facebook, Amazon, ecc.) specializzati nell’estrazione delle rendite piuttosto che nella produzione di autentico valore, di contrastare l’idea di una ineluttabile convergenza verso un unico modello economico fatto di bolle, droghe finanziarie, dissipazione di beni pubblici.