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Editoriale

La casta “umana”

Raffaele Fitto

Quando i sedicenti “lealisti” alla Raffaele Fitto, “i rapaci da voliera” alla Daniela Santanchè o i “mediatori con trappole in saccoccia” alla Maurizio Gasparri santificano fedeltà e riconoscenza nei confronti di el Supremo (il cacicco da repubblica delle banane Silvio Berlusconi), paiono davvero convinti di promuovere l’idea di una più alta moralità pubblica. In effetti, evidenziano soltanto l’imbarbarimento della politica, acceleratosi negli ultimi decenni.
Nata come terapia dei guasti prodotti dall’interminabile fase agonica della Prima Repubblica, tra orrori terroristici dalle matrici plurime e l’indecenza collettiva di Tangentopoli, la Seconda presenta un bilancio di chiusura ancora più regressivo del quarantennio precedente (che – comunque – segnava al proprio attivo una crescita economica che fu definita “miracolo” e su cui abbiamo continuato a campare, conquiste civili rilevanti sul terreno della laicizzazione quali divorzio e aborto, lotte del lavoro che conseguirono anche importanti successi sociali formalizzati in statuto). Insomma, il processo di modernizzazione nazionale ha drasticamente operato un’inversione di marcia facendo riemergere, sotto forma di comportamenti e mentalità, lasciti di tempi remoti che si riteneva definitivamente sepolti.

Una summa di questo non encomiabile ritorno al passato ce la fornisce la recente liaison Cancellieri-Ligresti, in cui l’arcaicità del familismo amorale (i figli so’ piezz ‘e core, per cui bisogna ricambiare il favore a chi gli elargì cinque milioni per solo un anno di lavoro) si è mescolata al pregiudizio castale dell’intoccabilità (palesemente incompatibile con il principio di diritto “la legge è uguale per tutti” che dovrebbe campeggiare sul Ministero di Giustizia).

Non che le pratiche familistiche e/o di casta fossero state definitivamente rimosse dal costume nazionale. Soltanto che per pudore le si teneva sottotraccia, percependone l’inammissibilità. Ora vengono palesemente ostentate, rubricandole “umanità”.

Infatti le trasformazioni culturali e sociali ribaltano i criteri di apprezzabilità, riportandoci a epoche in cui i rapporti erano regolati dal vincolo feudale con relativo omaggio. Ma mentre nell’età di mezzo la struttura a piramide corrispondeva alla recezione di paradigmi teologici nell’ordinamento civile, con effetti di protezione del contraente più debole nella relazione vassallatica, l’attuale subordinazione tendente al servile discende esclusivamente dai privilegi di status e monetari elargiti dal Signore ai propri cortigiani. Sicché, un ceto politico selezionato in base a tali criteri deve sacrificare all’omaggio ogni velleità di indipendenza. Una regola che si impone nei cosiddetti “partiti personali”, secondo le varie declinazioni che vanno da quelli “di plastica” agli “aziendali”. Ed è anche per questo che – soprattutto nel caso berlusconico – tale personale viene reclutato tra persone senza storia politica o personaggi che se ne portano appresso una altamente compromessa: ossia, interlocutori a cui è facile imporre la cavezza; che dovranno costantemente riconfermare la propria totale sottomissione per non vedere messa a repentaglio la riconferma dei propri privilegi.

Insomma, “il medioevo prossimo venturo”, ormai fattosi condizione vigente, non è altro che l’apoteosi del servilismo nei confronti del ricco/potente; in cui yes-men/women imbellettano l’immiserimento con valori di devozione che non hanno alcun senso e che riducono la politica alla svendita di massa della dignità, alla sincope dell’intelligenza.
Fermo restando che anche le controparti portano acqua al mulino della mistificazione, se è vero che i “governativi” di Angelino Alfano hanno una sola ossessione: non andare alle elezioni senza una lista in cui ricandidarsi con garanzia di rielezione. Fermo restando che l’americanata delle primarie cara al Pd sta riportando in auge la compravendita delle tessere in una logica che assomiglia molto ai mercanteggiamenti di un foro boario. Ancora, fermo restando la regressività delle tesi grilline sul mandato parlamentare obbligatorio, che rende gli eletti burattini del tandem Grillo-Casaleggio, in quanto incarnazione dello spirito della rete.

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