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ExtraTerrestre

La carne di pollo non aiuta le foreste

I consumatori britannici stanno passando dal consumo di carne bovina o suina al pollame, spinti anche dalle grandi offerte promozionali; in un anno il consumo di cosce di pollo è cresciuto del 158 per cento e quello di petti del 46. Nel Regno unito si macellano ormai un miliardo di polli all’anno, quasi interamente prodotti in allevamenti intensivi (dove, fra l’altro, secondo alcuni studi, l’esposizione dei lavoratori a diversi virus potrebbe spiegare tassi di cancro più elevati rispetto alla media della popolazione).

L’impatto ambientale della produzione industriale di carne bianca inglese è al centro del recente rapporto di Greenpeace Winging it: Jow tje UK’s chicke habit is fuellin the climate and nature emergency. Per nutrire con mangimi industriali gli animali negli allevamenti intensivi, soprattutto di polli, il paese importa annualmente da Argentina, Brasile e Paraguay ben 3 milioni di tonnellate di soia, per coltivare le quali occorrono circa 1,4 milioni di ettari. Così, ampie aree di foresta e savana vengono sacrificate.

Greenpeace ha preso in esame 25 marchi alimentari, compresi supermercati e catene di fast food, chiedendo notizie sulla provenienza della materia prima utilizzata nell’alimentazione dei polli che vendono. Nessuna compagnia contattata è riuscita a dimostrare la quantità e l’origine della soia nella catena di approvvigionamento. Frequenti sono gli acquisti da giganti come Adm, Bunge e Cargill, coinvolti nella distruzione delle foreste e di altri habitat nel Cerrado brasiliano, la savana più ricca di vita selvatica al mondo. Nessuna delle compagnie esaminate ha potuto garantire una soia deforestation-free. McDonald’s, Kfc, Burger King, Nando’s e Subway hanno rifiutato di fornire informazioni. Alcuni supermercati si sono vantati di usare soia sostenibile ma, in realtà, hanno fatto ricorso all’acquisto di crediti d carbonio.
La soia rappresenta il 47% della «impronta di deforestazione» dell’Unione europea, mentre l’olio di palma è al 10% e l’espansione dei pascoli al 14%.
La ricetta di Greenpeace è semplice ma non facile: i marchi legati all’alimentazione degli inglesi (e degli altri popoli) devono «darsi l’obiettivo della trasparenza nell’origine della materia prima ma anche rispondere all’emergenza climatica aiutando i consumatori a passare a diete più vegetali. Il loro modello di business è adesso incompatibile con la protezione del pianeta. Sono compagnie sempre più ad alto rischio».


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