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Editoriale

La barricata di Poletti e confederali contro il reddito minimo

Nuovo Welfare. Non vanno d'accordo su (quasi) nulla, tranne che sull'opposizione ad una misura universale contro povertà e disoccupazione. Il ministro del lavoro e Cgil-Cisl-Uil preferiscono un sussidio contro la povertà assoluta. Ma in parlamento e nella società cresce la mobilitazione per un "reddito di dignità"

Sono venuti al pettine i nodi sulla questione del reddito minimo garantito/reddito di cittadinanza, secondo le diciture dei due disegni di legge (Sel e Cinque stelle) in discussione al Senato. Con il Ministro Giuliano Poletti che esplicita la sua posizione contraria e anticipa un «piano operativo nazionale per l’inclusione sociale».

È il Reddito di inclusione sociale gestito da sindacati e Terzo settore, che pare limitarsi al pur nobile obiettivo di contrastare la povertà assoluta nel nostro Paese, magari creando lavoro camuffato per quelle stesse strutture. La solita ottica paternalista, pauperistica e caritatevole che tramuta il Welfare in Workfare.

Nulla a che vedere con quanto si discute nelle audizioni presso l’Ufficio di Presidenza della Commissione Lavoro. Lì, tra qualche difficoltà e fraintendimenti, si sta prendendo coscienza della necessità di introdurre un reddito minimo garantito come architrave di un Welfare universalistico che il nostro Paese non ha mai avuto e che l’Unione europea «ci chiede» di prevedere dal lontano 1992. Si tratta di un nuovo diritto sociale fondamentale, che dentro l’impoverimento di larghi strati della società restituirebbe fiducia, autonomia e benessere alle persone: contro i ricatti di povertà e malavita, per investire sulle aspirazioni delle persone e su una nuova idea di Paese e società.

È una piccola rivoluzione copernicana che fa breccia anche tra senatori e senatrici inizialmente scettici, dando seguito alle indicazioni dell’Europarlamento del 2010: «I sistemi di reddito minimo adeguati debbano stabilirsi almeno al 60% del reddito mediano dello Stato membro interessato», per garantire un’esistenza libera e dignitosa. E non si dica che non ci sono i soldi; quando basterebbe partire da una razionalizzazione delle spese sociali esistenti sulle indennità di ultima istanza (spesso inique e fonti di abusi) che ammontano a oltre 30 miliardi di euro l’anno.

Anche nella società cresce la mobilitazione per un «reddito di dignità», che mette insieme associazionismo, come Libera e BIN Italia, insieme con reti sociali. Residenza, individualità dell’erogazione, congruità delle proposte di impiego, sufficienza e proporzionalità della misura: questi i princìpi inderogabili che cominciano ad essere condivisi.

È in atto un doppio movimento, parlamentare e della società, che può fare a meno delle mentalità corporative, clientelari, burocratiche e vessatorie che ammorbano questo Paese da troppi decenni. È grave constatare che un Ministro del Lavoro e sindacati confederali possano trovarsi sullo stesso lato della barricata: quello sbagliato.