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Sicurezza e sorveglianza, l’accoglienza ai tempi del Covid-19

Lavoro. «Perché voi potete muovervi e noi no?»: questa una delle tante domande che le/gli ospiti dei centri rivolgono a operatrici e operatori in questi giorni. Richiedenti asilo e rifugiati/e hanno colto la natura discriminatoria dell’applicazione delle disposizioni ministeriali e sono preoccupati per l’andare e venire di lavoratori e lavoratrici, potenziali vettori di contagio. Meno tutele e più controllo: è la funzione di sorveglianza, delegata a chi opera sul campo, a rendere «essenziale» il servizio nell’accoglienza

Un centro di accoglienza per richiedenti asilo

Un centro di accoglienza per richiedenti asilo

La nuova mobilitazione di lavoratrici e lavoratori del mondo dell’accoglienza evidenzia le incongruenze delle misure emergenziali per far fronte all’epidemia in questo particolare settore. Mentre la necessità di limitare i contagi porta a nuove disposizioni a livello nazionale, il settore dell’accoglienza rientra in quelli considerati «essenziali», nonostante manchino indicazioni chiare sull’organizzazione del lavoro all’interno dei centri che ospitano richiedenti asilo e rifugiati/e.

Centri che, per la loro stessa natura di luoghi di assembramento, possono esporre maggiormente al rischio tanto chi vi risiede che chi li attraversa. Poiché le «Leggi Sicurezza» hanno prodotto l’estensione del modello «campo» a discapito dell’accoglienza diffusa, organizzata in appartamenti con un numero ridotto di ospiti, la maggior parte dei richiedenti asilo si trova oggi ad abitare in grandi centri da 30 persone in su, dormendo in camerate e disponendo di spazi sempre e comunque condivisi.

Facile intendere che la distanza di sicurezza sociale non è strutturalmente possibile in tali agglomerati e che le indicazioni procedurali assumono un’importanza centrale per chi vi presta servizio. Nonostante ciò, lavoratrici e lavoratori continuano ad essere inviati a lavorare nei centri anche quando non sono stati garantiti i fondamentali dispositivi di protezione (Dpi e sanificazione periodica dei luoghi di lavoro).

Anziché promuovere la riorganizzazione del lavoro in modo da consentire il più possibile lo smart working, viene richiesta la presenza quotidiana di operatori e operatrici nelle strutture di accoglienza, demandando a loro la responsabilità del controllo e della prevenzione sanitaria.

Tuttavia, in un momento in cui le attività lavorative usuali (accompagnamenti sanitari, insegnamento dell’italiano, supporto a percorsi di formazione e inserimento lavorativo) sono sospese, la ragione di tale presenza sembra essere quella della sorveglianza piuttosto che della tutela effettiva della salute di ospiti e lavoratori.

Le stesse misure emergenziali di sicurezza si traducono in modo differenziato per ospiti e operatori/trici: mentre ai primi è vietato di uscire se non per motivi di imprescindibili necessità lavorative o di salute, ai secondi viene richiesto un costante spostamento per reperire i materiali necessari alle strutture e raggiungerle quotidianamente. Mentre agli/alle utenti viene intimato di non usare i mezzi di trasporto pubblico, molti lavoratori/trici usano gli stessi mezzi per andare al lavoro.

Gli stessi committenti, Prefetture e Comuni, fanno agli enti gestori richieste ambivalenti: se da un lato suggeriscono, in linea con le indicazioni ministeriali, di favorire il telelavoro, dall’altro richiedono di implementare misure ulteriori per contenere e controllare gli spostamenti delle e degli ospiti dei centri di accoglienza.

Gli strumenti sanzionatori di cui gli enti gestori fanno generalmente uso (riduzione del pocket money e lettere di richiamo) costituiscono solo il primo livello del sistema di accoglienza/sorveglianza ai tempi del Covid-19. A questi si aggiunge la richiesta di segnalazione dei movimenti non autorizzati, fino a provvedimenti di diffida emanati dalle stesse Prefetture.

Poche possibilità, dunque, di passare allo smart working per le lavoratrici e i lavoratori dell’accoglienza, che si devono affannare da un negozio all’altro per reperire dispositivi di protezione e igienizzanti, per poi recarsi nelle strutture, dove le/gli ospiti sono sottoposti a nuovo regolamento che vieta le uscite considerate «ingiustificate».

«Perché voi potete muovervi e noi no?»: questa una delle tante domande che le/gli ospiti dei centri rivolgono a operatrici e operatori in questi giorni. Se richiedenti asilo e rifugiati/e hanno immediatamente colto la natura discriminatoria dell’applicazione delle disposizioni ministeriali, sono contemporaneamente preoccupati per l’andare e venire di lavoratori e lavoratrici, potenziali vettori di contagio, all’interno degli spazi in cui vivono.

Meno tutele e più controllo: cosa significa – o meglio a chi è rivolta – la «sicurezza»? Paradossalmente, è proprio la funzione di sorveglianza, delegata dalle istituzioni a chi opera sul campo, a diventare l’elemento che sembra rendere «essenziale» il servizio nell’accoglienza. Non solo questa poco coerente gestione dell’emergenza mette in luce la contraddittorietà con cui le misure di sicurezza si applicano, ma testimonia anche dell’ennesima deriva securitaria da cui la stessa «accoglienza» è minacciata.

*Collettivo Lavoratrici dell’accoglienza Ricercatrici autonome