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Visioni

Kiluanji Kia Henda, i sogni naufragati nel Mediterraneo

Intervista. Parla l’artista angolano, la sua mostra personale sarà al Man di Nuoro fino al primo marzo. «Something Happened on the Way to Heaven» esplora le migrazioni, il territorio, il postcolonialismo

«La migrazione è parte del nostro Dna» – afferma Kiluanji Kia Henda (Luanda 1979, vive e lavora tra Luanda e Lisbona) in piedi al centro della sala del MAN – Museo d’Arte Provincia di Nuoro che ospita la mostra Something Happened on the Way to Heaven (a cura di Luigi Fassi), prima personale dell’artista angolano che nel 2007 ha rappresentato l’Angola alla Biennale d’Arte di Venezia in un museo europeo, realizzata in collaborazione con Fondazione Sardegna Film Commission e Luma Foundation di Arles (fino al 1 marzo) – «Penso anche ai migranti che dal Congo vengono nel mio paese, l’Angola, e alla reazione della gente, ovunque, quando si trova davanti a chi proviene da un altro luogo. Così come rifletto sulle diverse ragioni che spingono i migranti a partire, ai loro sogni, alle aspettative, alle illusioni».

Kiluanji procede per paradossi nel guardare il Mediterraneo da un altro punto di vista: dopo la residenza in due tappe, nell’estate del 2019, durante la quale ha attraversato l’isola in lungo e largo – dalle coste della Maddalena a Sant’Antioco – l’immagine che restituisce attraverso opere fotografiche e scultoreo-installative tra cui The Geometric Ballad of Fear, Ludic Island Map, Mare Nostrum, Bullet Proof Glass – Mappa Mundi è quella di una terra mozzafiato, scenario di conflitti e contraddizioni.

In Sardegna la bellezza struggente del paesaggio non può non fare i conti con speculazioni e drammi solo in parte celati. Anche per questo progetto, in cui sono presenti anche fotografie della serie Wall and Politics e Cold War – Collateral Effects (2006) che segnano l’inizio della sua carriera artistica è espressa la sua «attitudine alla circolazione e alla creazione». L’artista analizza elementi della società contemporanea – l’essere umano in rapporto al paesaggio naturale, alla storia, alla geopolitica, all’identità, al colonialismo e post colonialismo – con uno sguardo critico in cui l’immaginazione si carica di humor.

L’arte non è mai fine a se stessa: una dichiarazione d’intenti è certamente un’opera come Double Head Flag (Escalaplano), in cui l’artista dopo aver visitato il poligono di Salto di Quirra propone una diversa interpretazione della bandiera dei quattro mori, simbolo della regione autonoma della Sardegna, elaborando un’icona di allerta (gialla e nera come il simbolo del nucleare) con la forma reiterata della testa della pecora bicefala nata negli anni ’90 per via della mutazione genetica causata dalla radioattività presente nel territorio. Del resto il titolo della mostra «è successo qualcosa sulla via per il paradiso» allude ad una realtà inquietante in cui è fondamentale avere gli strumenti giusti per poter decifrare i diversi livelli di lettura del territorio.

La Sardegna non più crocevia tra mondi, lingue e culture diverse come nell’antichità, ma pedina all’interno del confine militarizzato disegnato nel Mediterraneo. Un’area geografica dalle contraddizioni evidenti con le bellezze naturali sotto tutela ambientale – tra queste la zona di Punta Rossa a Caprera dove sorge anche la garitta fatiscente da cui Kiluanji Kia Henda ha osservato il panorama naturale incontaminato al di là della lastra di vetro crivellato dai proiettili (Bullet Proof Glass – Mappa Mundi) – e, contemporaneamente, come si vede in Ludic Island Map la presenza inaccettabile di circa 35mila ettari di servitù militari, oltre alle basi Nato ereditate dalla guerra fredda. Un business che continua ad alimentare le casse dello stato italiano, malgrado le commissioni parlamentari, che si sono alternate nel tempo denunciando l’inquinamento radioattivo e i veleni che incrementano le patologie tumorali per via dell’attività del poligono sperimentale di addestramento interforze di Salto di Quirra (attivo dal ’56) ed altri tra cui Capo Frasca, Capo Teulada, Monte Romano e Cellina Meduno, affittati per esercitazioni militari che vedono anche l’impiego di munizionamenti all’uranio impoverito e il sospetto di interramento del Napalm.

Alla ripetizione del pattern geometrico – qualcosa di costruito e razionale – è collegata l’idea di gabbia, anche in riferimento alle paure e ai preconcetti, oltre che alla perdita di libertà, che sembra essere il fil rouge della mostra, soprattutto in opere come «The Geometric Ballad of Fear», «Hotel Flamingo» e «Reliquiario di un sogno naufragato»…
Volevo che la geometria delle recinzioni fosse molto presente nel lavoro; soprattutto in The Geometric Ballad of Fear doveva essere allo stesso livello del paesaggio. La geometria è costruita dall’uomo, contiene l’idea di perfezione che non c’è in natura dove, piuttosto, è presente l’irregolarità. Ho scelto la fotografia in bianco e nero perché se il paesaggio fosse stato a colori, l’elemento grafico avrebbe perso la sua forza. Inoltre, come il linguaggio stesso del bianco e nero, anche in queste immagini non c’è un riferimento specifico al tempo, la referenza può essere al passato o al presente. Attraverso la geometria, il modulo e la forma, le informazioni contenute all’interno della fotografia diventano più chiare e all’idea nostalgica che abbiamo del mare, come luogo di vacanze e svago, si sovrappone quella di un luogo geografico critico che diventa politico, il Mediterraneo compreso tra due continenti. Questo tipo di recinzioni ha a che fare con la relazione che abbiamo con la costa, presente in molte città in cui ci sono i porti e c’è il mare. Il mare non è soltanto il paesaggio naturale, bello e blu, colorato come i pesci che ci nuotano dentro, ma parla di storia – la storia dell’uomo – e porta con sé anche tanta tristezza che fa parte della storia in sé. L’altra faccia della medaglia è proprio questo mare come luogo di violenza e morte.

Anche «Hotel Flamingo» che fa da contraltare a «Migrants Who Don’t Give A Fuck», un’opera incentrata sull’immagine simbolo dei fenicotteri (la specie dei pink flamingos) presa da cartoline vintage e associate alle parole che formano il titolo dell’opera «migranti a cui non frega niente», è attraversata da una componente più «leggera» con la scritta al neon rosa…
È una componente più «divertente», ma allo stesso tempo triste. In tutta la mostra c’è il paradosso tra elementi e momenti diversi che parlano di migrazioni. Siamo tutti consapevoli di quello che sta succedendo nel Mediterraneo e in altre aree di conflitto. Hotel Flamingo e Migrants Who Don’t Give A Fuck sono una di fronte all’altra per evidenziarne i contrasti. La struttura d’acciaio, la grata di Melilla, insieme a Ceuta enclave europeo in Africa, sembra una gabbia per uccelli ma implica un’idea di glamour con la scritta rosa «hotel flamingo» che rimanda a qualcosa di accogliente e ospitale. Come dire okay è una merda, ma c’è ancora il fascino per l’Europa come spazio aperto e di libertà, rispetto e umanità. I fenicotteri viaggiano da un continente all’altro – dall’Europa al Senegal e altrove – non tutti sono stagionali, li ho scelti perché sono belli e ovunque vanno portano con sé un senso di eleganza che la gente cattura e assorbe, sono qualcosa di esotico. Sono animali che viaggiano senza aver bisogno di un fottuto passaporto, un documento che esiste solo dalla fine della prima guerra mondiale.

La grata torna in «Reliquario di un sogno naufragato» dove il volto in bronzo dell’attore angolano Osvaldo Sérgio – che è ritratto anche nell’opera fotografica «The Great Italian Nude» esposta in occasione della collettiva «ReSignifications» – è come assopito sulla colonna di sale marino…
Avevo fotografato Osvaldo Sérgio al lido di Venezia nel 2010, sdraiato nudo sul sofà. Realizzai The Great Italian Nude dopo aver visto nella Basilica di S. Maria Gloriosa dei Frari il monumento barocco al doge Giovanni Pesaro di cui mi colpì sia l’aspetto monumentale che il fatto che ci fossero quattro mori rappresentati come elementi portanti che sorreggevano l’intera struttura. Sopra di loro, oltre al doge, ci sono strani animali, draghi, angeli e santi. Ho sentito di dover trovare un’immagine diversa, una nuova narrativa, per restituire dignità a quei corpi neri. Ma c’è differenza tra quel lavoro e questo che è molto più dark sia esteticamente, in termini di luce, che nel concetto di reliquario di un sogno naufragato, come indica il titolo che è molto diretto. Molti sogni sono dentro al Mediterraneo che contiene non solo i corpi, anche le aspettative, le illusioni. La gente va incontro a tutte quelle sofferenze e dolori perché pensa che al di là del mare ci sia qualcosa di più accogliente. L’Europa è vista come un paradiso, un posto sicuro dove la qualità della vita è migliore.


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