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Internazionale

Israeliani criticano attacco governo alla privacy, i palestinesi lo subiscono da sempre

Coronavirus. Si levano voci contro le misure di sorveglianza elettronica dei cittadini israeliani autorizzate dal governo Netanyahu per aiutare a combattere la diffusione del Covid-19. Ma milioni di palestinesi da decenni vedono violata la loro privacy dall'Unità israeliana 8200

Israele. Un annuncio riguardante l'emergenza coronavirus sulla porta d'ingresso di un ambulatorio

Israele. Un annuncio riguardante l'emergenza coronavirus sulla porta d'ingresso di un ambulatorio

Gli israeliani scoprono sulla loro pelle cosa vuol dire essere sorvegliati giorno e notte dal servizio di sicurezza Shin Bet, quindi ciò che vivono da decenni i palestinesi sotto occupazione militare con la motivazione della «lotta al terrorismo». Opinionisti, esperti, giornalisti, politici. Sono in tanti a commentare, con toni preoccupati, il «decreto antidemocratico» che viola il diritto alla privacy con il quale il governo israeliano, con il fine di rintracciare i telefoni cellulari dei pazienti colpiti dal coronavirus e di quelli sospettati di essere stati contagiati, ha autorizzato lo Shin Bet ad usare le cyber tech impiegate abitualmente nei confronti di milioni di palestinesi in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est (e sospettano alcuni anche verso i palestinesi con cittadinanza israeliana). In sostanza attraverso i movimenti dei cellulari agganciati e registrati dalle antenne di telefonia mobile, i servizi di sicurezza potranno stabilire i movimenti degli infetti e delle persone con le quali sono venuti in contatto e segnalarli alle autorità sanitarie per provare a contenere la diffusione del contagio.

È una lesione importante della privacy dei cittadini ma, ha detto Netanyahu, è stata approvata dal governo senza passare per la Knesset allo scopo di aiutare a combattere il virus. «(Netanyahu) Ha assolutamente ragione e cerchiamo di essere chiari: nel momento in cui un governo inizia a usare la sorveglianza contro i propri cittadini, arriviamo a un punto di non ritorno nella violazione dei nostri diritti fondamentali», ha replicato una indignata Eva Blum-Dumontet sulle pagine del quotidiano Haaretz. «Stiamo per consentire al governo di ottenere il controllo assoluto sulla nostra vita – ha aggiunto – e quindi sapere chi siamo, dove siamo stati, quando e con chi e con chi parliamo e quando senza alcuna forma di consenso o restrizione». Stesso sdegno è stato espresso da altri commentatori.

Soldati dell’Unità 8200

Gli israeliani difendono la loro privacy ma ai palestinesi nei Territori occupati questo diritto è negato sistematicamente. Cinque anni fa proprio 43 riservisti israeliani rivelarono l’esistenza e le attività dell’Unità militare 8200 di sorveglianza elettronica, incaricata di raccogliere informazioni su palestinesi allo scopo di ricattarli e usarli come spie. L’allora ministro della Difesa Moshe Yaalon li definì «criminali». Il premier Netanyahu li accusò di «calunnia nei confronti delle forze armate». Ciò che i riservisti spiegarono in modo molto chiaro è che in realtà questa sezione dell’intelligence ha ben poco a che fare con la difesa e la sicurezza di Israele. Il suo scopo, dissero, è quello di «controllare ogni aspetto della vita palestinese». La maggior parte di coloro che vengono messi sotto controllo sono persone qualsiasi. L’Unità 8200 se ne occuperebbe per isolare qualsiasi dettaglio «dannoso» alle loro vite – preferenze sessuali, problemi finanziari, malattie e relazioni extraconiugali– e servirsene, a tempo debito, «per estorcere o ricattare le persone, costringendole a diventare dei collaborazionisti». Tra le telefonate intercettate con più regolarità ci sarebbero proprio quelle a sfondo sessuale. I dati raccolti servono in molti casi a ricattare alcune persone per farle diventare spie dell’occupante, minacciando di rivelare fatti personali delicati. Tutto ciò non ha mai provocato, ad eccezione di qualche voce isolata, lo sdegno di tanti intellettuali e opinionisti israeliani oggi preoccupati dalle picconate di Netanyahu al diritto alla privacy. La «lotta al terrorismo» è la foglia di fico dietro alla quale i difensori israeliani della democrazia trovano rifugio per giustificare abusi e violazioni a danno di milioni di palestinesi.

La destra guidata da Netanyahu ieri ha dato altri colpi alle istituzioni usando come pretesto il Covid-19. Il presidente uscente della Knesset, Yoel Edelstein (Likud), ha impedito di fatto l’avvio dei lavori della nuova legislatura basandosi sulle restrizioni sanitarie appena approvate per combattere il virus. Ha sostenuto l’impossibilità di formare una importante commissione parlamentare poiché il numero dei componenti, 17, avrebbe superato quello massimo di 10 persone che possono trovarsi adesso nello stesso ambiente. Edelstein ha così aggiornato i dibattiti a lunedì suscitando le critiche anche del capo dello stato Rivlin oltre che dell’opposizione guidata da Benny Gantz (Blu Bianco) che lunedì ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo. Un tentativo che difficilmente avrà successo mentre Netanyahu punta apertamente a nuove elezioni e a restare a capo del governo ad interim.

Intanto sono saliti a 433 i casi positivi in Israele che oggi introduce misure di lockdown sostanzialmente simili a quelle adottate in Italia. Analoghe rigide restrizioni sono state adottate in tre città della Cisgiordania – Beit Sahour, Beit Jala e Betlemme (già isolata a inizio mese) – dove si sono registrati in totale sino a ieri 44 contagi.


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