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Isabella Rossellini, una vita sperimentale

Intervista. Gli autorevoli genitori, gli eccentrici mariti, l'attuale bestiario d'amore

Scena da  «The Innocent» (1993) diretto da John Schlesinger: Isabella Rossellini e Anthony Hopkins

Scena da «The Innocent» (1993) diretto da John Schlesinger: Isabella Rossellini e Anthony Hopkins

«Visage-souvenir», volto proustiano, l’ha definita la Cinémathèque Française de Paris, che a Isabella Rossellini ha dedicato un denso omaggio a Toute la Mémoire du Monde, di cui è stata la madrina. Accolta da un’entusiastica standing ovation alla proiezione inaugurale di Blue Velvet, suo primo film con David Lynch nell’86, oggi di culto, l’attrice apre a uno dei suoi grandi sorrisi la ‘faccia di luna piena’ (altra definizione francese) e si lascia andare al torrente d’aneddoti e ricordi, che snocciolerà alle presentazioni di film, suoi e dei genitori, dagli immensi Europa ’51, Angst, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini al polpettone-capolavoro di Michael Curtiz, Casablanca.

Isabella, come ha conosciuto Lynch?
Ci eravamo incontrati al ristorante, lui al tavolo con Dino De Laurentiis, io con la seconda moglie del produttore. Dopo il disastro di Dune, stavano pensando a un film low cost e di durata normale (la Cinémathèque ha anche programmato The Lost Footage, le sequenze tagliate per riportare Blue Velvet sotto le 2 ore, dalle 4 iniziali). ‘Somigli a Ingrid Bergman’, aveva esordito Lynch, suscitando l’ilarità generale. Poi mi ha chiesto il telefono di Helen Mirren, prevista come protagonista: la conoscevo, vivendo in Usa da quando avevo 18 anni. Il giorno dopo, invece, ricevo, a sorpresa, lo script.

Reazione?
Una bella scossa. Violenza, sesso, nudità. Ha rischiato di far saltare il contratto con Lancôme, di cui sono stata modella e testimonial dall’83 al ’95. Ho incasellato la protagonista nella sindrome di Stoccolma, nella dipendenza masochista dell’ex-sequestrata. E per la scena in cui sono nuda, helpless, indifesa, tutt’altro che sexy, mi sono ispirata alla famosa foto della bambina vietnamita in fuga dal napalm che l’ha denudata e choccata. L’ho poi conosciuta: era stata salvata da soldati canadesi. È venuta a trovarmi alla ‘prima’ a Montreal.

Con Lynch, di cui è anche stata compagna, c’è poi stato il bis: «Wild at Heart».
Altro personaggio intrigante. In Blue Velvet, avevo fatto di Dorothy, la cantante di cabaret, una specie di bambola, una maschera che nasconde sé stessa, con trucco e parrucca bionda. In Wild at Heart, ho voluto rendere omaggio a Frida Khalo, artista d’un fascino repulsivo. Volevo anche farmi i baffi, come li aveva lei, ma il regista non ha voluto esagerare. È il film dove ho ritrovato Laura Dern, oggi mia grande amica: la prima volta che ci siamo incontrate, dopo averla vista a Los Angeles nel ruolo perfetto d’una cieca, la trattavo come una non vedente, finché non m’ha avvertito: «Guarda che ci vedo!».

Da Lynch a Guy Maddin: chi, dei due, il più matto?
Ora si sono raggiunti: entrambi folli. Nei loro film non si capisce niente: ma sono pieni di emozioni. David mi ripeteva sempre: «Di una situazione, non m’interessa la descrizione narrativa, ma l’atmosfera». Guy sta a Winnipeg. Nord Canada, inverno a -40°. Arrivo: neve dappertutto, ricami di ghiaccio forgiati dal vento. Non si può aprire la portiera dell’auto, perché la pelle vi rimane appiccicata. Accolta dall’annuncio di Guy che suo padre è morto tre mesi prima e da allora è in attesa di sepoltura, impossibile per la terra ghiacciata e per un rigurgito di fango, che ha sballottato il cadavere di qua e di là, ora da recuperare non si sa dove.

Versante cinema, un po’ meno confusionario?
Mah. Nel 2003, ho interpretato il suo The Saddest Music in the World. Equipe minuscola, dove tutti fanno tutto. Il che, dopo i mega-set hollywodiani, mi ha conquistato subito. Guy è affascinato dalla degradazione delle immagini in pellicola. Il contrario di Martin Scorsese, mio primo marito, alla testa del benemerito movimento, con Lucas e Spielberg, per il restauro. Il suo primo film, Guy l’aveva rigato tutto, come se fosse un rudere cinematografico. Il tecnico che glielo ha montato, il giorno della prima gli annuncia: «Guy, sarà soddisfatto del risultato, gliel’ho completamente restaurato»…

Come mai è divenuto coautore del suo primo film, «Mio padre ha 100 anni»?
È proprio l’estetica dell’opaco, del logoro che mi ha attratta. Sarà perché da bambina vedevo tutte le immagini girate da mio padre nel dopoguerra che andavano impallidendo, scolorandosi, sparendo. Guy è interessato all’ectoplasma cinematografico.
Gli ho chiesto perciò se potevo prendere in prestito la sua estetica per raccontare mio padre nel cinema: nel 2006, quando avrebbe avuto 100 anni. Mio padre secondo me: l’ho raffigurato come un enorme pancione, su cui mi inerpicavo da piccola.

S’è così fatta notare da Robert Redford, che l’ha incoraggiata a girare i «Green Porno»?
Sì ! E adesso sono al lavoro su una nuova serie ! Redford, produttore superglamour (ride), che con la Sundance Tv produce e aiuta i giovani talenti e tipi strambi come me, ha intuito che YouTube sarebbe stato un nuovo mercato per i cortometraggi, in Usa inesistenti: i più brevi sono di 20’, che con la pubblicità arrivano a mezz’ora. E i super-corti, magari comici, alla Méliès, tipo gli 8 di Green Porno, prima serie che ho scritto e interpretato nel 2008, dedicati a riproduzione, tecniche seduttive e comportementi materni degli insetti?
Sono seguiti Seduce me nel 2011 e, prodotti in Francia, Mammas nel 2013. L’anno dopo, Jean-Claude Carrière ne ha scritto una versione scenica, Bestiaire d’amour: mio primo monologo teatrale, che recito in Europa e in Usa, in francese e in inglese. Vengo da 3 mesi di tournée in California.

Perché regista? E perché gli animali?
Quando noi belle donne invecchiamo non troviamo più lavoro come attrici. Mi sono sempre interessata agli animali : vocazione ‘scientifica’ che ho ereditato da mio padre. Insieme al sense of humour, che mi ha spinto, da ragazza, nella banda-Arbore, con le corrispondenze dagli Usa in L’altra domenica e la partecipazione a Pap’occhio nell’80.
A 60 anni mi sono iscritta all’Università, dipartimento etologia, per studiare il comportamento animale. A New York ho una fattoria, con galline (che non allevo per le uova), montoni, maiali. Amo la biodiversità, come nei fiori.

Come concilia la personalità cinematografica di Rossellini con quella di Lynch o di Maddin?
In comune con mio padre, hanno l’originalità, il gusto della sperimentazione, il coraggio di esplorare il nuovo. Anche Peter Greenaway, di cui ho interpretato The Tulse Luper Suitcases. Con Guy, ho girato 7 film: nell’ultimo, interpreto Federico Fellini, in omaggio al centenario. L’abbiamo girato in due ore. La semplicità, alla base anche dei Green Porno, è un’altra lezione appresa da mio padre : scene e costumi accurati, ma tecnica semplificata al massimo. Niente effetti speciali, che rischiano di allontanarti dallo spirito di fondo, facendolo svanire nell’esteriorità.

E una lezione imparata da sua madre?
Anche lei amava la sperimentazione, ma in ambito più classico. Ho cominciato tardi, dopo i vent’anni, a fare l’attrice, e con mille timori, essendo ‘la figlia di’, anche se il mio primo set è stato, a zero anni, con lei: ero nella sua pancia durante le riprese di Europa ’51! Son nata a giugno dell’anno dopo a Roma.
Mi ha dato un consiglio fondamentale, da lei messo in pratica in Casablanca, dove, nella sequenza finale, non le avevano detto se sarebbe partita con il marito o con Rick (Humphrey Bogart): e ciò in vista delle proiezioni-test, con la produzione pronta a cambiare il finale. «Quando rivedo per la prima volta Rick nel suo bar – aveva domandato al regista – devo mostrarmi innamorata di lui o di mio marito ?» «Fai tra i due», era stata la risposta. E io non ho fatto nulla. Perché, dopo, ci sarebbe stata la musica che avrebbe deciso per me, facendo capire agli spettatori chi amavo di più».


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