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Editoriale

Forconi allo sbaraglio

L’immagine antica della jacquerie era apparsa poco appropriata fin dall’inizio. I presidi dei caselli non ricordavano neanche lontanamente l’assedio dei castelli. La giornata di ieri ha poi lasciato svanire ogni residuo dubbio in proposito. Eppure del movimento dei forconi o del “9 dicembre”, come ha preferito definirsi per indicare un allargamento e un rinnovamento rispetto alla mobilitazioni siciliane del 2012, diversi aspetti ce li può indicare. Non è uno “tsunami”, neanche un “onda”, ma una scossa di avvertimento nettamente registrata dal sismografo sociale, questo sì. E, come tale, la stampa le ha riservato un rilievo decisamente superiore alla stessa consistenza che questo movimento è stato effettivamente capace di mettere in campo. Perfino Giorgio Napolitano, fra molteplici inviti alla disciplina e alla legalità, ha invitato le forze politiche a non sottovalutare la profondità e l’intensità della sofferenza sociale che serpeggia in tutta Europa. Ben guardandosi, tuttavia, dal contemplare una qualche breccia nel rigore delle ricette economiche neoliberiste. Comunque sia, il livello di allarme riguardo al magma che ribolle sotto il coperchio delle politiche di austerità è in visibile crescita.

Vi è uno scarto (che la scarsa partecipazione di piazza sottolinea) tra le motivazioni oggettive della mobilitazione e le soggettività che vi partecipano e ne elaborano le parole d’ordine e il linguaggio. Comuni le prime, plurali e talvolta contraddittorie le seconde.

Non vi è alcun dubbio che una fortissima pressione fiscale disgiunta da qualsivoglia criterio di equità, il peso spropositato dell’indebitamento, il ricatto che incombe sul lavoro precario, nonché sistemi di obblighi e di regole calibrati su standard proibitivi rispetto alle risorse e alle possibilità effettivamente disponibili nella società attanagliata dalla crisi, costituiscano una radice comune. Ma le risposte soggettive alla intollerabilità di questa condizione restano generiche, semplificate, ambivalenti, e per questo esposte a ogni sorta di manipolazione ideologica, come quella tentata dall’estrema destra o da Grillo e, più insidiosamente, dallo stesso Berlusconi. Si va dalla mitizzazione di un ritorno salvifico della Lira e dal distacco sovranista dall’Unione europea al ritornello del “che se ne vadano tutti” rivolto (comprensibilmente) all’intera classe politica italiana, dal rifiuto di una tassazione tanto pesante quanto evanescenti sono i benefici futuri che ne dovrebbero derivare alla reazione contro l’evidente accanimento delle agenzie di riscossione. Nulla di tutto ciò prende, tuttavia, la forma di una argomentazione politica compiuta, sia pure finalizzata all’esercizio di un potere destituente, se non decisamente da destra.

Questo scarto tra le condizioni oggettive della sofferenza sociale e l’indeterminatezza delle risposte soggettive alimenta il discorso nazionale e con esso molteplici pulsioni autoritarie. Quel “noi siamo gli italiani”, quello sventolio di tricolori e risuonar dell’inno di Mameli che lascia svanire le linee di frattura e le contraddizioni di interessi che separano non l’Italia dall’Europa, ma i governanti dai governati, le vittime della crisi dai suoi beneficiari, i subalterni dai dominanti, in Italia come in tutti gli altri paesi del vecchio continente. La pulsione nazionalista che vede “al servizio di Bruxelles” ciò che in primo luogo è al servizio di interessi e privilegi tutti italiani apre uno spazio decisivo (come è accaduto in piazza del popolo a Roma) all’estrema destra organizzatasi come interprete di un disagio sociale che, se pure non vi si identifica consapevolmente, non è affatto insensibile alle tonalità emotive che da essa promanano.

Né tumulto, né insorgenza, il “movimento 9 dicembre” è subito andato incontro alla più classica delle divisioni (che generalmente interviene in un secondo momento quando i movimenti hanno già espresso una forza inaggirabile): quella tra trattativisti e massimalisti. Questa precoce divisione ne rispecchia tanto l’eterogenea composizione sociale quanto la differente percezione della “militanza” che caratterizza le sue varie componenti. Tolti gli esponenti e i militanti dell’estrema destra, che una idea di società, per quanto detestabile, la posseggono, è uno stato d’animo ad accomunare tutti gli altri.

Ma chi sono costoro? Due figure mi sembrano alimentare principalmente le file del movimento. La prima è “l’uomo indebitato” ben descritto nei due libri dedicati da Maurizio Lazzarato a questo argomento (La fabbrica dell’uomo indebitato e Il governo dell’uomo indebitato, DeriveApprodi). E cioè quel soggetto trasversale alle classi, alle età, all’ occupazione, che i dispositivi della finanziarizzazione hanno rinchiuso nella gabbia di un debito inestinguibile e posto alla mercé dei creditori e delle loro ferree regole. Inchiodati a un rapporto di dipendenza costrittiva che la crisi ha sospinto oltre ogni limite di sopportazione. Laddove lo strumento dell’imposizione fiscale si è trasformato in uno dei meccanismi fondamentali di estrazione del valore a favore del capitale finanziario. La seconda figura sono gli “imprenditori di sé stessi” (talvolta con qualche dipendente) finiti in una bancarotta generalizzata. Tanto quelli che a questa promessa “innovativa” dell’ideologia neoliberista avevano creduto e aderito, quanto quelli che fin dall’inizio la avevano considerata una truffa, un mascheramento del lavoro precario e ricattato, un feroce dispositivo di autosfruttamento. Con una netta prevalenza dei primi sui più politicizzati secondi. Va da sé che entrambe queste figure se pure rispecchiano una condizione ormai maggioritaria non sembrano in grado di esprimere una strategia politica nemmeno a breve termine. E, tuttavia, costituiscono un problema irrisolto, un esteso bacino di possibile insubordinazione sociale, ben più rilevante di qualche presidio sulle vie di comunicazione. La grande enfasi conferita dalla stampa alle modeste mobilitazioni di questi giorni è segno che la preoccupazione comincia a farsi strada. Non è escluso che un acuirsi della protesta possa trasformare questa preoccupazione in paura e la paura in correzione di rotta.