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Europa

Incontro a Londra tra serbi e albanesi. Ma resta lo stallo

Kosovo. La premier serba Brnabic e il suo omologo kosovaro Kurti fanno prove di dialogo. Ma manca ancora un intento comune, nonostante la pressione statunitense. E Bruxelles tenta di nominare un inviato che si occuperà della questione

La premier serba Ana Brnabic

La premier serba Ana Brnabic

La premier serba Ana Brnabic e il suo omologo kosovaro Albin Kurti si sono incontrati per la prima volta ieri a Londra durante il vertice della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo con i leader dei Balcani occidentali. Un incontro atteso in cui i due hanno affrontato il nodo dei dazi imposti dal Kosovo sulle merci provenienti dalla Serbia (e dalla Bosnia), primo scoglio da superare per il riavvio del dialogo Pristina-Belgrado.

Brnabic ha insistito sull’importanza di abolire le tariffe introdotte dal governo precedente, guidato da Ramush Haradinaj (ex leader Uck), sostenendo che il commercio è la chiave della sicurezza regionale. Kurti, il premier ribelle, a capo dell’esecutivo kosovaro da poche settimane, si è detto d’accordo a condizione che vi sia reciprocità, «non una vendetta» ha specificato, ma «noi ci sentiamo discriminati».

Prove tecniche di dialogo quindi ma per ora la vicinanza fisica dei due non si è tradotta in vicinanza d’intenti, nonostante la pressione internazionale proveniente soprattutto da Washington. Che, a corto di successi in politica estera, proverà a portare a casa «un accordo storico» nei Balcani, che non esclude scambi di territori e popolazioni come quello proposto dalla Casa bianca nell’estate 2018 e che aveva incontrato la risoluta opposizione della cancelliera tedesca Angela Merkel.

Allora però l’Europa si mosse in ordine sparso, con Londra e Berlino decisi a impedire l’accordo e con l’Alto rappresentante Federica Mogherini favorevole allo scambio. I negoziati, condotti dal presidente del Kosovo Hashim Thaqi (ex leader Uck), l’omologo serbo Aleksandar Vucic e il premier albanese Edi Rama, si sono arenati proprio a causa dei dazi sulle merci.

Nella fase di stallo il no all’avvio dei negoziati per l’adesione all’Ue di Macedonia del Nord e Albania nello scorso ottobre ha lasciato ampio margine di manovra nella regione ad altri attori internazionali: Turchia, Russia, Cina e soprattutto Stati Uniti.

Che Washington voglia ritagliarsi il ruolo di mediatore, lo si è visto con le lettere d’intenti per il ripristino dei collegamenti aerei e ferroviari tra Kosovo e Serbia. Pochi giorni dopo è stato lo stesso rappresentante speciale per il dialogo Pristina – Belgrado, l’americano Richard Grenell, a specificare che l’Europa non aveva avuto alcun ruolo nell’intesa raggiunta. Come a dire: d’ora in poi nell’area decide Washington.

Bruxelles è corsa ai ripari con la nomina, ancora da formalizzare, di un inviato che si occuperà della questione. Eppure a sabotare l’iniziativa di Washington potrebbe essere la stessa amministrazione americana. L’obiettivo di parte del cosiddetto deep state è di mantenere lo status quo nei Balcani almeno fino alle elezioni presidenziali Usa.

È su di loro che conta Kurti per scongiurare un accordo foriero di conseguenze negative per la regione e per mettere fuorigioco Thaqi. Il momento per farlo sarà l’anno prossimo, alla nomina del suo successore alla presidenza: il nome che circola è quello di Vjosa Osmani, presidente del Parlamento del Kosovo. Fino ad allora Kurti dovrà resistere. Lo scudo si chiama reciprocità.