closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

In piena depressione

Politica economica. In queste condizioni il governo sarà costretto a inseguire il pareggio di bilancio con manovre correttive sempre più difficili da realizzare. Il problema non è il debito in quanto tale, piuttosto il rapporto debito-Pil.

Per descrivere la situazione economica del paese e la capacità interpretativa della compagine governativa, in primis di Renzi, occorre ricorrere ad una vecchia storiella. Un ubriaco, una notte dopo molti bicchieri, perde la chiave di casa, e si mette a cercarla curvo sul suolo.

Un passante si ferma e si offre di aiutarlo. Dopo qualche minuto di vana ricerca, il passante chiede: «Ma è proprio sicuro di averla persa qui, sotto il lampione, la sua chiave?». L’ubriaco risponde: «No, non sono sicuro, ma è qui che c’è la luce!».

La storiella non suoni troppo blasfema, ma come possiamo reagire diversamente alle argomentazioni di Renzi? Il ministro Padoan, invece, evita di manifestare ottimismo o facili battute. In questo caso il Presidente della Repubblica, almeno una cosa è stata fatta per bene, ha evitato che un ministero così importante cadesse in mani renziane. Il primo ministro ricorda sempre al ministro dell’economia che alla politica economica ci pensa il suo gruppo. Padoan è stato silente, ma non potrà farlo per troppo tempo. Purtroppo parlano le persone di una sola parte. Se qualche altro economista “liberal”, diversamente da Boeri, ricordasse la differenza tra politica economica e ragioneria non sarebbe male. Questo è il Paese.

Come molti commentatori economici sostengono, il 2014 sarà un anno di non crescita. Ma l’assenza di politica economica del governo, per non dire di peggio, ci consegna un 2015 che potrebbe passare alla storia.

Perché nel 2015 il Paese dovrebbe ritornare a crescere? Qualcuno ha registrato qualche riforma di struttura del governo? Se il primo ministro Renzi associa la riforma costituzionale ad una riforma di struttura, grazie alla quale sarebbe possibile presentarsi in Europa e chiedere delle agevolazioni, assicuro che nemmeno io concederei una licenza. La mia risposta sarebbe: «Primo Ministro, noi chiediamo riforme per far crescere il vostro Paese, magari facendo vostro il progetto Europa 2020, rafforzando la ricerca e sviluppo e riorganizzando la macchina pubblica a favore dei cittadini. Scusi, ma la riforma del Senato non era e non è in nessuna raccomandazione».

Immagino la risposta di Renzi: «Commissario, abbiamo abbassato le tasse, dato 80 euro alle famiglie, costretto i sindacati a migliori e miti atteggiamenti. Nessuno ha fatto quello che abbiamo fatto noi».
Sarebbe troppo facile rispondere: «Scusi, lei ha dato 80 euro una tantum e non abbiamo idea di come potrà rifinanziare per il 2015 la misura. Invece di riformare la Pubblica amministrazione ha previsto risparmi di spesa futura, al netto di qualsiasi spiegazione di come e cosa dovrebbe fare il pubblico. Anzi, anticipa dei provvedimenti che trovano la loro copertura in misure di risparmiamo futuri che si aggiungono a quelle già suggerite da altri suoi colleghi. Ormai siete arrivati alla spropositata cifra di quasi 20 miliardi di risparmi da realizzare in un anno. Noi chiediamo di governare la spesa rispetto ad un certo obbiettivo. Nessuno ha mai detto che dovete tagliarla. Il punto principale è far crescere il vostro Paese. Se fate delle azioni coerenti, in Europa ci sono Stati nelle stesse condizioni e potremmo anche immaginare di adottare parte del programma del nuovo Commissario. Ma per dio…fate qualcosa che modifichi la vostra struttura produttiva». Dialogo finito.

Come direbbe un ricercatore di belle speranze (Nicolò Franceschin) il populismo ha tante facce, ma sono unite dal pessimismo verso il futuro e sono capaci solo di creare delle tempeste in un bicchier d’acqua per confondere e creare caos. Non si governa in questo modo la peggiore crisi del capitalismo. In pochi lo ricordano, ma questa crisi è più lunga e profonda di quella del ’29, e alle porte non si intravvede nessuna soluzione coerente alla sfida che attende l’Italia e l’Europa.

La situazione dei conti pubblici italiani non è grave perché si spende troppo. Boeri forse non conosce la spesa pubblica italiana che, al netto del servizio del debito, è tra le più basse dei Paesi di area euro. Il problema dei conti pubblici e persino del così detto debito pubblico è interamente legato alla dinamica del Pil che nel corso degli anni è diminuito di oltre 10 punti. Altro che assenza di crescita. Il Paese è in piena depressione.

In queste condizioni sarà costretto a inseguire il pareggio di bilancio con manovre correttive sempre più difficili da realizzare. Il problema non è il debito in quanto tale, piuttosto il rapporto debito-Pil. Se non cresce il denominatore, dove vogliamo andare?

L’aspetto drammatico e amaro delle politiche di Renzi è proprio il vuoto che le circonda. Quando intervengono sul lavoro, le politiche industriali e l’industrializzazione della ricerca sono un sentiero troppo ardito: si prefigurano misure che agiscono sempre dal lato dell’offerta e del costi del lavoro, come se un’impresa potesse assumere o fare investimenti in questa situazione non appena vede ridurre il costo del lavoro che, per inciso, è tra i più contenuti a livello europeo.

Il 2014 sarà un anno di crescita negativa; il 2015 potrebbe essere persino peggio se il governo continuerà a giocare con le battute. Non chiediamo politiche rivoluzionarie o tardo keynesiane; almeno il buon senso lo esigiamo. Tra due mesi il governo dovrà presentare il nuovo Def e la legge di stabilità. La ricreazione è finita.