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Editoriale

In pensione a settant’anni: un giusto «sacrificio» anche per i giudici

Un nuovo focolaio di guerra è scoppiato tra governo e magistratura con la pasticciata riforma che riporta indietro a 70 anni, con effetto immediato e alcune eccezioni, l’età pensionistica dei giudici. Qualche considerazione preliminare non guasta, anche per ricollocare il caso nei suoi giusti limiti.

È tempo di sacrifici per tutti ma non per tutti equamente distribuiti: le ricadute sociali per alcuni sono tollerabili e per altri sono semplicemente drammatiche.

C’è forse un equilibrio tra la condizione degli esodati o delle molte donne costrette, anch’esse con effetto immediato, a restare «in servizio» per altri sei anni e la collocazione in pensione qualche anno prima per magistrati? L’altro spauracchio che si agita è quello di un ulteriore tentativo di normalizzazione del potere giudiziario da parte della politica.

Mai come in questi ultimi tempi la magistratura si è ripreso il suo ruolo di supplenza nell’immenso scenario della corruzione politico-amministrativa e mai il potere politico è stato così pronto a lodarne ed assecondarne le inchieste e i conseguenti provvedimenti: semmai potremmo parlare di un tentativo di normalizzazione della politica.

È ovvio che, governo prima e parlamento dopo, hanno il potere di regolare l’amministrazione della giustizia dettando norme anche per i limiti temporali nella permanenza negli uffici o per l’età pensionabile dei giudici, evitando comunque sconquassi ulteriori nella già sconquassata macchina giudiziaria. Mettere avanti, sempre e comunque, l’attentato all’indipendenza della magistratura è fuorviante e in ciò i giudici dovrebbero muoversi con maggior prudenza e senso di autocritica.

Basta ricordare la drammatizzazione dei sette anni di permanenza nelle procure distrettuali antimafia: proteste, appelli, raccolte di firme affinché questo limite non fosse rispettato per alcune sedi «strategiche» pena la perdita della c. d. «memoria storica», come se la professionalità fosse un dono di natura personale e non un metodo, una prassi da trasmettere ad altri successori, implicitamente giudicati incapaci di acquisirla.
Lo stesso può dirsi oggi per la riforma pensionistica e per l’uscita di scena di qualche centinaio di magistrati. Un gradualismo si impone per non creare vuoti improvvisi, ma il ricambio fisiologico in magistratura c’è sempre stato e la stessa non ne ha certo subito danni irreparabili. Figure storiche ci sono sempre state e alle stesse sono subentrate altre di pari valore: seminare panico è semplicemente ridicolo.

Se il Csm ci si mettesse di buzzo buono i ricambi sarebbero abbastanza rapidi e non traumatici. I precedenti però non lasciano ben sperare e l’organo di autogoverno dovrebbe pensare più alla funzionalità del sistema che al Cencelli delle correnti. Per nominare l’allora procuratore di Reggio Calabria Pignatone, per esempio, ci volle un anno e mezzo, un tempo enorme con una procura strategica lasciata senza capo. Le nomine per gli uffici, più o meno importanti, vengono gestite come un mosaico: per mesi e mesi non si compone il quadro se la spartizione correntizia non accontenta tutti, e la giustizia, o meglio, i cittadini possono solo aspettare.

Ancora una volta la magistratura si sta rivelando strategica per la tenuta democratica del paese: questa è la realtà, mentre la tanto agognata prevenzione rimane, per ora, solo una speranza. Delle tante autorità di controllo per ora registriamo solo i fallimenti e questo sistema di potere corrotto a tutti i livelli si attrezzerà senza dubbio per neutralizzare anche il commissario Cantone e la sua equipe. Speriamo che non sia così, che ce la si faccia e che i magistrati continuino ad operare con lo stesso zelo, anche se gli si impone il «sacrificio» di andare in pensione a 70 anni.