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In Colombia la paura viola la zona di pace

Colombia. Nel 1997 la comunità colombiana di San Josè si è dichiarata area neutrale contro paramilitari ed esercito. Che ora tentano di distruggerla con omicidi di leader contadini, pizzi e minacce

La comunità colombiana di San Josè de Apartadò

La comunità colombiana di San Josè de Apartadò

Il presidente della Colombia Ivan Duque parla a una platea di impresari dell’industria bananera nella città di Apartadò, in Antioquia, promettendo loro appoggio e fondi per il nuovo porto e l’autostrada per Medellin. È la mattina del 29 febbraio e l’incontro pubblico «Costruendo il Paese» è da poco iniziato: «Ascolteremo gli abitanti per capire le loro necessità», sta dicendo el mandatario.

SIAMO SUL GOLFO dell’Urabà, al confine con Panama. Terra densa, con oltre due milioni di sfollati, dove negli anni ’90 si formava il gruppo paramilitare di estrema destra Autodefensas Unidas de Colombia, al soldo (anche) dei bananeros, fra cui la Chiquita, inquisita e multata nel 2007.

Oggi il Clan del Golfo – come viene chiamata la rete di organizzazioni neoparamilitari urabeñas – ha un controllo capillare del territorio. Circa 1.300 le persone arruolate, dicono fonti dell’intelligence militare. Cifre al ribasso. Sotto il tendone allestito per l’evento, Duque enfatizza l’impegno del governo per la pace: «È stato fatto più ora che negli ultimi 24 mesi», dice.

Quasi nello stesso momento, a pochi chilometri di distanza, a San José de Apartadó sparavano a morte al contadino Amando Torres, 49 anni. I familiari denunciano subito la mano paramilitare delle Autodefensas Gaianistas de Colombia (Agc).

La polizia si rifiuta di andare a recuperare il corpo, raccolto dal figlio Luis Alberto. A poca distanza, anche il consigliere comunale Didian Agudelo – desaparecido da quattro giorni – viene trovato strozzato con la sua camicia.
La famiglia accusa l’esercito: «Lo hanno portato via contro la sua volontà». Duque non fa cenno ai due omicidi, prosegue il suo discorso. «Qualcuno avverta il presidente», twitta il fotografo colombiano Jesus Abad.

CON AMANDO E DIDIAN la cifra degli attivisti assassinati dall’inizio dell’anno saliva a 43, più di 700 dalla firma degli accordi di pace nel 2016. Ma mentre scriviamo le cifre si rincorrono: giovedì 5 marzo viene assassinata la scorta del leader afro Aarley Chalá. In serata, la ex combattente fariana Astrid Conde, a Bogotà.

Poco prima dell’incontro ad Apartadò, Duque aveva rilasciato una dura dichiarazione in risposta alla presentazione del report annuale dell’Onu sui diritti umani, che per voce di Michelle Bachelet e del commissario Onu in Colombia Alberto Brunori, segnalava: «È la peggiore situazione dal 2014».

Duque aveva smentito i risultati del report, parlando di ingerenze inaccettabili; il suo partito, il Centro Democratico, chiedeva la chiusura dell’ufficio dell’Onu in Colombia. Sommerso da critiche internazionali – anche dall’Italia – il presidente aveva smorzato successivamente i toni.

Salvo poi negare il visto per l’ingresso in Colombia al Relatore speciale Onu per i diritti umani, Michel Forst, secondo quanto denunciato dallo stesso, a seguito della presentazione del suo report mercoledì 4 marzo a Ginevra: «La Colombia è il paese latinoamericano con maggiori uccisioni di difensori di diritti umani di tutto il continente», aveva detto Forst. Duque ha negato di aver posto veti.

QUANDO ARRIVIAMO alla Comunità di Pace di San Josè il funerale di Amando Torres è appena terminato. «La famiglia ha voluto che fosse seppellito qui, nel cimitero della comunità», ci racconta German Graciano Posso, uno dei fondatori della Comunità. «C’era molta gente, anche gli indigeni della vicina comunità Embera – ci dice – La figlia ha parlato duramente, mentre sotterravano il padre. Ha avuto coraggio, c’erano molti paracos infiltrati».

San Josè dal 1997 si è dichiarato territorio neutrale. Dopo uno sfollamento forzato, nella notte del 27 febbraio. E dopo aver dovuto raccogliere i resti di giovani e bambini – il più piccolo di pochi mesi – smembrati dai paramilitari, in quella furia senza umanità che caratterizzava le stragi in quegli anni.

San Josè contava ormai 300 morti, tra i suoi. La costruzione di una zona di pace è stata un atto di coraggio per provare a dare un futuro a chi restava. E da allora è diventata un simbolo.

HA GLI OCCHI BASSI, German, e il cappello di paglia pigiato sulla testa. È stanco mentre ci racconta la situazione che questo gruppo di famiglie – circa 130 persone – sta affrontando negli ultimi tempi, assieme alle comunità sparse per il territorio: «Amando è stato ucciso perché non aveva pagato la vacuna (il pizzo) ai paramilitari. Loro controllano tutto: ti dicono quello che puoi fare, se puoi lavorare. Reclutano i giovani, anche di 13/14 anni. Noi della Comunidad de Paz resistiamo, lo abbiamo scelto anni fa. Il 23 marzo festeggiamo 23 anni dalla fondazione. Ma io non vedo prospettive. Stanno mettendo in atto uno sfollamento “goccia a goccia”: ci spaventano, ci uccidono. Sperano che così lasceremo il campo libero alle multinazionali del carbone».

Camminiamo per la Holandita, che della comunità di pace è il cuore pulsante. È pieno di fiori, di animali, «alcuni salvati dalla comunità» ci raccontano, mentre un’asina senza un orecchio ci supera indifferente. El Bole – così lo chiamano – si occupa dei macchinari: ci mostra come producono il miel de caña, il cacao, il riso.

«SIAMO AUTOSUFFICIENTI e i pochi soldi che abbiamo li reinvestiamo per la collettività – ci spiegano la sera in assemblea – così non ci possono chiedere il pizzo. Anche se i paracos ci hanno derubato parecchie volte».

«Da quando le Farc se ne sono andate, il territorio è stato occupato delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia – ci continua a raccontare German, che è stato vittima di un attentato tre anni fa e ha 17 parenti ammazzati – Vivo nella paura, ma vado avanti perché dobbiamo formare le nuove generazioni alla resistenza e alla pace. Il mio incubo è che non mi facciano più parlare. Per un attivista, il silenzio è la vera morte».