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Ilva, Eni, Kuka. Tre casi esemplari della grande privatizzazione

Dal pubblico al privato. Dopo la stagione degli novanta torna a ridiventare strategica la funzione dello Stato, ma emerge nella sua nettezza la contraddizione tra questa necessità e il profilo di una sinistra segnata dal ruolo avuto nel processo di privatizzazione degli anni di fine secolo

La crisi significa rischio, il rischio chiama protezione, la protezione chiama Stato, la più alta forma di organizzazione sociale. La crisi del 2007 non fa eccezione. La destra cambia rapidamente e disinvoltamente spalla al fucile: dalla spalla del mercato che si autoregola alla spalla dello Stato interventista (Trump).

La Sinistra resta spiazzata, afona, in ordine sparso e la spiegazione sta negli anni novanta – la stagione della Grande Privatizzazione – e il ruolo che vi ha svolto la sinistra – o per meglio dire, l’ala dei privatizzatori diventata maggioritaria all’interno della sinistra e restata comunque in sella anche dopo, tranne che in Inghilterra.

La privatizzazione significa molte cose: va dal colossale passaggio di proprietà dal pubblico al privato, alla trasformazione del risparmio previdenziale in risparmio finanziario, (fondi pensione, sanitari ecc); dalle esternalizzazioni generalizzate dell’apparato pubblico alla stessa privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, individuata come la “via contrattuale” alla riforma dello Stato. Alla crescita dirompente infine della diseguaglianza.

Innanzitutto, la Grande Privatizzazione ha prodotto un generale indebolimento dello Stato, della funzione pubblica invece della sua riforma. Emblematica la vicenda antitetica della ex Italsider oggi Ilva e dell’Eni; c’è emblematica la vicenda di Kuka, come annunciatrice di una nuova stagione.

Ilva. Scomparsa della politica industriale, la politica industriale la fa il Mercato: passaggio di mano dell’Ilva a prezzi stracciati; ridimensionamento drastico della ricerca; contraddizione alle stelle tra produzione e ambiente, fino al limite della incompatibilità; declassamento della presenza industriale; sconfitta politica, nel tempo, della sinistra in tutte le città dell’acciaio. Perfino a Piombino, Terni, ecc.

Eni. L’Eni, sopravvissuta alla furia privatizzatrice, annuncia di essersi dotata ad Erbagnone di uno dei primi supercomputer al mondo. Millecinquecento tra ingegneri e tecnici che attraverso la matematica algoritmica, la potenza di calcolo, consolidano la posizione dell’impresa nella competizione mondiale.

Kuka. La ricomparsa della politica industriale. L’acquisto di Kuka, fabbrica tedesca di avanguardia a un prezzo al di fuori di ogni valutazione di mercato, da parte dei competitori cinesi, rappresenta un allarme e uno spartiacque per il capitalismo europeo.

La competizione cinese – la competizione che viene da Oriente – spinge a cambiare missione alla Commissione europea, oggi a guida tedesca: non più guardiana della concorrenza (alla von Hayek), ma artefice e costruttrice dell’impresa a scala europea, di campioni di impresa europei/mondiali.

Torna la politica industriale, cioè la strategia politica come al tempo del progetto Airbus, oggi leader mondiale, ma scartato a quel tempo dall’Italia, per sudditanza atlantica, a favore della Boeing americana. Ma a livello europeo, in un contesto in cui, anche a causa della Grande Privatizzazione, l’Italia è quasi priva di grandi imprese. In tale contesto, torna a ridiventare strategica la funzione dello Stato, ma emerge nella sua nettezza la contraddizione tra questa necessità e il profilo di una sinistra segnata dal ruolo avuto nel processo di privatizzazione degli anni di fine secolo.

Per ricostruire il Paese bisogna ricostruire lo Stato. Lo Stato innovatore per dirlo con le parole di M. Mazzucato. Qui sta il nodo centrale del futuro della sinistra: la contraddizione tra il ruolo di ieri ed il compito di oggi. Il primo passo, a mio giudizio, il primo banco di prova nella attuale situazione, è dato proprio dall’Ilva, dalla definizione della sua natura pubblica che non può esaurirsi in una presenza simbolica dello Stato, se non altro per il fatto di affrontare la questione centrale del nostro tempo, cioè il rapporto tra produzione e ambiente.

Il secondo passo, ma già implicito nel primo, è una sequenza in tre atti: la costituzione di una Agenzia Nazionale della Ricerca (oggi le competenze sono disperse in una ventina di enti e addirittura in sette ministeri), come avviene in tutti i paesi che guidano i processi innovativi.

Una Banca pubblica di investimenti per capitali pazienti, come ormai si dice sulla scorta di Mazzucato. Oggi la Cassa Depositi e Prestiti sembra il negozio del rigattiere, un luogo in cui viene concentrato alla rinfusa ogni tipo di situazione sulla spinta delle necessità del momento. Il contrario di un centro propulsore dello Stato innovatore.

Infine, la riapertura della Alta Scuola di manager pubblici, la cui chiusura porta a situazioni persino ridicole, in cui l’azione dello Stato si riduce alla ricerca di un nuovo padrone al posto del vecchio, se non a consegnare la direzione di imprese ad avvocati e persino a commercialisti.

La nuova fase dei ‘campioni europei’, impone la definizione di una strategia di lunga durata, e per questo la costituzione di un cervello strategico che solo il Pubblico, la politica possono organizzare. Che implica a sua volta organizzazioni, in primo luogo sindacati e partiti strutturati e capaci di pensiero strategico. Oggi in gran parte – come diceva il grande Saramago – al di sotto del compito.


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