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Editoriale

Il voto in Spagna e la paura di nuove elezioni

Fumata nera nell’incontro di ieri mattina durato 45 minuti tra Mariano Rajoy e Pedro Sánchez. Il premier spagnolo uscente ha proposto ai socialisti una benevola astensione nel caso di rinnovo del mandato in cambio di riforme costituzionali comuni e di più miti provvedimenti economici. Il segretario del Psoe ha risposto «No, grazie», sia perché in Spagna – eccetto i primi anni di transizione democratica – popolari e socialisti sono sempre stati alternativi in un sistema politico bipolare e bipartitico, sia perché una soluzione di unità nazionale alla tedesca acuirebbe la crisi del Psoe lasciando più spazio a Podemos. Quest’ultimo movimento – la vera novità delle recenti elezioni – chiede un «compromesso storico» tra le diverse forze politiche a condizione che si faccia una riforma della legge elettorale accompagnata da ritocchi costituzionali in grado di superare definitivamente il sistema bipartitico. Pablo Iglesias chiede inoltre un limpido referendum sul destino della Catalunya, dove non è sopita la voglia di indipendenza.

Ma è molto difficile che pure questo compromesso si realizzi. Il leader socialista ha annunciato ieri che proverà comunque a formare una coalizione di «cambiamento». Iglesias non ha chiuso la porta, limitandosi a commentare che in quel caso il premier dovrebbe essere una personalità «indipendente e di prestigio». Un buon inizio?

La parola d’ordine che ancora non si pronuncia a Madrid è «elezioni anticipate in primavera», prospettiva a cui invece guardano con attenzione e preoccupazione le varie forze politiche. La situazione è infatti in panne. Il 13 gennaio il Parlamento inaugurerà la legislatura, poi il re Filippo VI affiderà probabilmente il primo incarico per formare il governo a Rajoy, leader del partito di maggioranza relativa, che oltre all’astensione di Ciudadanos – altra novità elettorale attestata sull’auspicio di un patto a tre con socialisti e popolari – potrebbe raccogliere il voto di qualche lista regionale non si sa se però sufficiente a garantire una stabile maggioranza di governo.

Sul tavolo, in teoria e nella pratica, c’è anche l’ipotesi di una alleanza di sinistra che sulla carta ha i numeri: Psoe, Podemos, Izquierda unida, liste regionali (per esempio Izquierda repubblicana di Catalunya). Per realizzarla ci vuole volontà politica o costrizione istituzionale (vedi il caso del Portogallo, dove socialisti, comunisti e Blocco di sinistra governano in una insperata unità che ha evitato elezioni anticipate). Podemos e Psoe già governano insieme a Barcellona e Madrid ma sono tuttavia reduci dal duello elettorale per conquistare ogni voto utile. Contro ogni ipotesi unitaria è sceso in campo, con il peso del suo prestigio, perfino Felipe González, premier socialista degli anni Ottanta.

E Podemos non vuole rinunciare alla coerenza che è stata decisiva per varcare la soglia del 20 per cento dei voti. Se unità a sinistra ci sarà, la avremo come frutto di un severo rigore programmatico di cui Podemos è garanzia. Ipotesi dunque assai difficile ma non impossibile quello di un governo di sinistra a Madrid. Il Psoe non è il Pd e Podemos non assomiglia ai 5 Stelle avendo radici e cultura di sinistra.

Quello che si può affermare con certezza è che la Spagna del 2015 è multipolare e non più bipolare. Podemos e Ciudadanos sono fenomeni, a sinistra e a destra, di rifiuto dei partiti tradizionali destinati a durare. C’è bisogno di una riforma elettorale che non penalizzi le forze più piccole e garantisca un’ampia rappresentanza.

Occorre risolvere con urgenza la questione catalana, serve maggiore autonomia delle comunità regionali dallo Stato centrale. A sinistra si è convinti che le politiche europee di austerità non serviranno a invertire la crisi economica. Dopo il voto, la Spagna è un puzzle di difficile soluzione pur con molte idee in competizione tra loro.

Un’avvertenza, infine. Non cerchiamo troppe analogie tra Spagna e Italia: ce ne sono pochissime. Comuni i problemi economici e la necessità di una svolta. Diversi i soggetti politici in campo.

Diversa la capacità dei movimenti di incidere sulla politica (da una costola degli Indignados è nata Podemos). Comuni i problemi di rinnovamento della democrazia e della politica.

Noi siamo tornati al “caso italiano”, questa volta battezzato così non perché il più avanzato in Europa nei rapporti a sinistra come lo eravamo negli anni 60 e 70, bensì per peculiarità non positive: prima Berlusconi, poi Pd e 5 Stelle. Qui da noi la strada della risalita si presenta più lunga e impervia.

  • claudio

    il caso italiano parte dalla compravendita senatori … soccombe prodi, il governo “delle minoranze” giù, renzi può scegliere la via italiana con m5s se vuole crescere … in eccellenza!