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Il virus dei nostri «ma anche no»

Quando il telegiornale preferito (confesso: quello di Mentana) abolisce quasi del tutto ogni altra notizia e si dedica interamente, marotenescamente, a informarci degli sviluppi dell’emergenza coronavirus, subiamo un effetto di straniamento. In che mondo siamo improvvisamente capitati? O meglio: che mondo imprevisto e inquietante ci investe? Conte e Renzi non fanno più notizia?

Scorriamo con animo diverso le informazioni che pure continuano a moltiplicarsi sui siti on line e sulle pagine dei quotidiani. E forse ci colpiscono di più le news che hanno un sapore di imprevista eccezionalità.

Un bizzarro signore americano ha perso la vita – certo si continua a morire per molte cause diverse dalla nuova influenza arrivata dalla Cina – schiantandosi con un razzo costruito da lui stesso in giardino. Voleva autoelevarsi di più di un chilometro per potere fotografare la Terra e dimostrare così che in realtà è piatta. Pare però che non fosse un convinto «terrappiattista»: l’avrebbe fatto credere per farsi un po’ di pubblicità. C’era un po’ di senno nella sua follia?

Altra notizia da non credere, il premier britannico Boris Johnson avrebbe problemi di concentrazione: non riesce a leggere un testo che parli di pubblica amministrazione (il suo mestiere) per più di qualche pagina. I suoi collaboratori ordinano sintesi assai brevi: non più di due cartelline A4.

Questi fatti strani ci parlano di altre due contraddittorie malattie del tempo: l’ossessione per lo spettacolo e la pretesa che possano essere ridotte a semplicità e facilità cose complesse e difficili. Il tutto condito dalla frenetica fretta che ci trascina di qua e di là.

Il discorso pubblico sul virus – una cosa, appunto maledettamente complicata – non fa eccezione.

É poco più di una semplice influenza, o una specie di peste nera? Servono misure draconiane, o è sufficiente lavarsi più spesso le mani? (E qui fanno impressione i litigi sgarbati sui social e in tivù tra scienziati nelle cui mani ci sentiamo inesorabilmente consegnati). L’epidemia sarà la definitiva tomba della globalizzazione (che già non se la passa bene), o ci convincerà finalmente tutti che non esiste ormai rimedio a nessuno dei nostri mali se non in un’ottica globale e cooperativa?

Il virus può produrre panico, autoisolamento e aggressività, «ma anche no». Potrebbe invece spingerci alla responsabilità e alla solidarietà. Dallo psicanalista Massimo Recalcati al giurista e amministrativista Sabino Cassese, si moltiplicano i richiami al senso civico dei cittadini per reagire razionalmente e costruttivamente all’emergenza.

Certo i buoni sentimenti e il senso dei doveri collettivi sono cose possibili, ma anche no, come sappiamo bene. Forse per tranquillizzare gli animi bisogna fare appello a sentimenti più oscuri e a qualcosa che risvegli egoistiche considerazioni sui vantaggi a portata di mano.

Per un interessante paradosso ci sorprendiamo a consolarci dei rischi del coronavirus pensando che centinaia, migliaia di concittadini muoiono “normalmente” ogni anno per la solita influenza stagionale, per un modo assurdo di spostarsi con pericolose autovetture metalliche, o per un’organizzazione del lavoro che spesso dimentica i più elementari criteri di sicurezza.

Si potrebbe poi ragionare sul fatto che qualche settimana di quarantena sarebbe una ottima occasione per provare una buona volta a vivere un po’ meno freneticamente, riflettere su quello che ci capita, passare più tempo con le persone a cui vogliamo bene, leggere testi che eccedano le due cartelle A4.
Insomma, non dico votarsi all’ozio e alla decrescita felice, ma anche sì a un rallentamento salutare del nostro stare al mondo.