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Editoriale

Il vecchio e il nuovo

Parlamento. Una senatrice berlusconiana, Elisabetta Casellati, veterana di palazzo Madama ne conquista la presidenza. Un quarantenne pentastellato, Roberto Fico, diventa presidente di Montecitorio. L’antico, il potere, l’establishment da una parte, il nuovo, l’antagonista dall’altra. Ora la palla passa a Mattarella, che avrà bisogno di ricorrere a tutte le sue doti di cautela e prudenza

Il Quirinale

Rapidamente, con vincitori e vinti, l’elezione dei presidenti di Camera e Senato ha chiuso ieri la prima tappa parlamentare di un percorso che ora si avvia verso la formazione del nuovo governo. Una senatrice berlusconiana, Elisabetta Casellati, veterana di palazzo Madama ne conquista la presidenza. Un quarantenne pentastellato, Roberto Fico, alla seconda legislatura, diventa presidente di Montecitorio.

L’antico, il potere, l’establishment da una parte, il nuovo, l’antagonista dall’altra. Due mondi, come è emerso anche dai brevi discorsi pronunciati al momento della proclamazione e dell’insediamento. Naturalmente accomunati dai riferimenti ai capisaldi della repubblica antifascista e alla necessità di ricucire i fili tra istituzioni e società, ma all’opposto nelle biografie e negli accenti che, per semplificare potremmo definire, come ormai non va più di moda, di destra e di sinistra.
Fico, ha insistito sulla salvaguardia della «centralità del parlamento» contro chi «cerca di influenzarne i tempi e le scelte a proprio vantaggio personale», ha parlato di tagli ai costi della politica «senza tagliare quelli alla democrazia».

Ha ricordato la sua militanza di base per i beni comuni, riportandoli all’impegno parlamentare per fare scelte che «guardino al bene comune e non solo di una piccola parte». Quanto questo poi collimi con il de profundis pronunciato da Casaleggio junior sulla fine della democrazia rappresentativa, è un altro discorso.

Casellati ha dedicato un condivisibile passaggio al ruolo delle donne nella costruzione della Repubblica, ha toccato con toni compassionevoli temi sociali, del lavoro e della povertà, ha parlato di riforme istituzionali, ma ancor prima, nelle battute iniziali, dopo il «riconscente saluto» a Mattarella, ha chiesto «legittimazione per tutti» (leggi Berlusconi), concludendo con un classico, risorgimentale «viva l’Italia».

Con l’elezione dei due presidenti della XVIII legislatura, Salvini e Di Maio hanno dunque raggiunto il primo, comune obiettivo. Sono i vincitori delle elezioni e portano a casa il governo del parlamento. Salvini ha confermato la sua leadership nel centrodestra, Di Maio quella nel M5Stelle. Non altrettanto può dire Berlusconi che ha sì ottenuto per Forza Italia la seconda carica dello stato, ma appare delegittimato sia dagli odiati 5Stelle che gli hanno bocciato il candidato Romani, sia indebolito rispetto all’alleato leghista con il quale ha consumato uno strappo. Quanto reale e quanto apparecchiato da un gioco delle parti lo vedremo nei prossimi giorni al momento della scelta del governo reclamato da Salvini a nome del centrodestra.

Essere il capo di una coalizione, seppure incollata con la sabbia, e essere il capo di una coesa forza di maggioranza relativa, rende questi due giovani leader, nello stesso tempo, vincenti e concorrenti. Nessuno dei due può facilmente cedere all’altro il ruolo di futuro presidente del consiglio. Sicuramente non può farlo chi si presenta avendo in dote il 32% dei voti degli italiani, rispetto a chi ha raccolto il 17% dei consensi. E d’altra parte la Lega senza la guida del governo (e senza poltrone istituzionali) renderebbe assai difficile la vita della legislatura, a cominciare dalla sua durata.

Nella partita per il governo torna in primo piano il responso delle urne, dunque quella cartina dell’Italia con il plebiscito dei pentastellati al Sud e il centrodestra alla guida del Nord. Larghi consensi raccolti grazie a ceti sociali e bandiere elettorali difficilmente sovrapponibili. Chi per primo le mettesse da parte, per un compromesso di governo al ribasso, sarebbe sonoramente fischiato dai propri elettorati di riferimento. Il famoso bacio tra i due vincitori, sarebbe piuttosto di addio.

Se il presidente incaricato fosse Salvini potrebbe non mettere all’ordine del giorno l’abbassamento delle tasse ai più ricchi, non rivendicare il lepenismo che lo ha portato al successo? Se l’incarico per palazzo Chigi dovesse riguardare proprio i 5Stelle, potrebbe Di Maio non mettere al primo punto del programma il reddito di cittadinanza, l’abolizione del jobs act, il ripristino dell’articolo 18, gli investimenti pubblici, la lotta alla corruzione, solo per citare alcuni punti della piattaforma pentastellata?

L’ex segretario del Pd, Bersani, va ormai ripetendo come un disco rotto che ora i 5Stelle devono decidere verso chi girare lo sguardo per formare una maggioranza parlamentare e una squadra di governo. Ma è evidente che il Pd renziano, confinato in questa partita parlamentare al ruolo di comparsa, indebolito dal tonfo elettorale, senza un segretario, lacerato dalle correnti, potrebbe accettare un’eventuale proposta pentastellata solo al prezzo di spaccarsi e decretare la propria fine. Una condizione senza via d’uscita, anche perché dietro l’angolo di un esito negativo nella formazione del governo, ci sarebbero le elezioni anticipate, magari per un election-day già nel 2019 quando arriveranno le elezioni europee. Una prospettiva esiziale per il Pd, un’ulteriore tappa del confronto per Salvini e Di Maio, a quel punto in campo per raggiungere l’agognata maggioranza, magari dopo una riforma elettorale.

Ora la palla passa al presidente Mattarella, che avrà bisogno di ricorrere certamente a tutte le sue doti di cautela e prudenza. Ma forse soprattutto dovrà armarsi di «coraggio», la parola con cui ieri, forse proprio pensando già alle prossime consultazioni, il neopresidente Fico ha concluso il suo discorso.