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Editoriale

Il terzo mondo a domicilio

La tragedia operaia dei cinesi di Prato illumina, per qualche ora, le condizioni di vita e di lavoro in un pezzo d’Asia italiana, «la più vasta area di lavoro nero d’Europa» – parole del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi – in quell’«Italia di mezzo» generalmente additata come modello di buen vivir nostrano. La Grande Crisi europea e la recessione c’entrano poco o niente, in questo caso: nei capannoni della Chinatown toscana, a lavorare per sottomarche low cost e grandi griffe del mercato globale, sono passate due generazioni di cinesi, senza che la politica, i sindacati, la società civile muovessero un dito non per arginare il fenomeno, come piacerebbe a vecchie e nuove destre, bensì per portarlo nell’alveo del riconoscimento di diritti e protezione sociale. Della cittadinanza, in buona sostanza.

Quello toscano non è l’unico caso e neppure un’eccezione. Il «terzo mondo» di casa nostra è una realtà che colpevolmente facciamo finta di non vedere. Tutte le mattine nella piazza principale di Villa Literno si svolge un mercanteggiamento che ha per oggetto una merce particolare: braccia umane, africane soprattutto ma da qualche tempo anche rumene, da sfruttare in agricoltura come i ragazzini messi in vendita ogni 15 agosto nella piazza del Duomo di Benevento e raccontati da Corrado Alvaro. Nella cittadina del casertano la chiamano «piazza degli schiavi», e mai come in questo caso la vox populi è riuscita a trovare le parole giuste per descrivere la realtà.

Nella Terra di lavoro campana vive e lavora in condizioni terribili la più ampia comunità africana d’Italia. L’Italia si indignò solo quando, nel 2008, un commando dei Casalesi sterminò sette persone in una rappresaglia di stampo nazista.

Chi si trovasse a percorrere, sul far dell’alba, la via Pontina dalle parti di Sabaudia, potrà incrociare centinaia di ciclisti con i turbanti. Sono i bufalari sikh della «little India», dove le bufale non si chiamano più cantando, come faceva il Cosimo Montefusco incontrato da Rocco Scotellaro in Contadini del sud. «Un’immigrazione silenziosa e operosa», come l’ha definita il sociologo Marco Omizzolo, che fa notizia solo quando qualcuno di loro finisce vittima di un pirata della strada, meritandosi al massimo una breve nelle cronache locali.

Qualche giorno fa, a Rosarno, un africano è morto di stenti. Nelle campagne calabresi i raccoglitori di arance e mandarini vivono e lavorano in condizioni disumane, come ai tempi di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. La situazione è talmente precaria che Emergency ha aperto per loro un ambulatorio come in Afghanistan o in Sudan. Neppure la rivolta del 2010 è riuscita a modificare la loro condizione: quando le acque si sono calmate, sono tornati invisibili come il Garabombo di Manuel Scorza.

Si potrebbe continuare menzionando i «clandestini» dell’industria del falso che alimentano i roghi della Terra dei fuochi, o ricordare come, mentre si festeggiava la vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006, un rogo in un materassificio ricavato in uno scantinato, in provincia di Salerno, uccise due operaie italiane che lavoravano al nero per due euro l’ora. Una di loro era anche minorenne e per questo la politica si commosse per qualche ora e poi passò a parlar d’altro.

I morti di Prato sono cinesi e non votano neppure alle primarie del Pd, ma come gli africani di Rosarno e i bufalari pontini sono indispensabili a far girare la ruota di un sistema economico che nessuno si sogna di mettere in discussione dalle fondamenta. Se ne parlerà meno e forse è persino preferibile. Almeno evitiamo eccessive ipocrisie.