closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il tempo dei podestà

La rottamazione degli elettori. La gestione dei fondi del Giubileo per allestire il nuovo blocco sociale verso le prossime elezioni

Ignazio Marino

La giornata dei lunghi coltelli è finita nel modo in cui era prevedibile che finisse: rottamando il sindaco – ormai ex – Marino. Ma al tempo stesso a Roma è stata rottamata la democrazia perché un’ombra scura, pesante è calata ieri sulla capitale. Con un atto politico grave, e perfino grottesco, è stata colpita e affondata l’amministrazione della città che ora sarà governata da una squadra di commissari: del Giubileo, del Comune, del Pd. Qualcuno già li chiama i nuovi podestà. Con il primo podestà d’Italia che abita a palazzo Chigi.

Possiamo esprimere i giudizi politici che vogliamo – in parte negativi come abbiamo scritto ieri – su Marino, ma il modo scelto per mandarlo a casa rivela l’escalation dirigistica e centralistica che sta colpendo il paese fin dalle sue fondamenta costituzionali.

Come diciannove piccoli indiani, i consiglieri del Pd romano, a colpi di firme con notaio al seguito (che pena) e con l’aiutino di Alfio Marchini e di altri consiglieri raccattati alla spicciolata evitando gli impresentabili di Alemanno (che disastro politico), hanno sciolto il consiglio comunale. Così un partito che a Roma conta qualche migliaio di iscritti ha mandato a casa un sindaco eletto da più di seicentomila cittadini. E senza neppure l’ombra di una discussione pubblica nell’aula solenne del Campidoglio.

È un inedito nella nostra pur malconcia repubblica: non solo un esempio perfetto di azzeramento della democrazia per via burocratica, ma di schizofrenia politica con un partito che fa fuori il suo candidato per una storia di scontrini (sui quali farà chiarezza l’indagine della magistratura). Altro che riportare la crisi romana dentro l’aula Giulio Cesare.

Le firme dal notaio chiudono l’esperienza della sindacatura di Ignazio Marino come era persino difficile immaginare, e aprono la fase della grande abbuffata giubilare sotto il controllo del capo del governo, per interposto commissario. Naturalmente con la supervisione dello stato Vaticano. Non a caso, oltre all’avviso di garanzia della procura romana, la giornata ha regalato al sindaco il benservito del capo dei vescovi. Il cardinale Bagnasco ci informa di essere molto preoccupato per le sorti della capitale, dice che «Roma ha bisogno di un’amministrazione, della guida che merita specialmente in vista del Giubileo»: Bagnasco può stare tranquillo, il governo del commissario sarà di suo gradimento, lo stato italiano farà un ottimo lavoro al servizio e all’ombra del cupolone, nessun «diritto incivile» turberà la processione giubilare.

Siamo certi che Renzi sarà soddisfatto per l’esito della vicenda visto che può manovrare le briglie come più gli conviene con l’aiuto dei poteri che lo sostengono. Come segretario del Pd purifica il partito fino a togliere di mezzo i sindaci che non gli sono mai piaciuti o che non gli piacciono più. Come presidente del consiglio li sostituisce con nuovi dream-team prefettizi da gestire con il ministero degli interni. I parlamentari dissidenti li ha già epurati (è arrivato a sostituirne dieci tutti in una volta da una commissione parlamentare), ora con le prossime elezioni amministrative tocca ai primi cittadini. Dopo aver ricostruito un blocco sociale con i soldi del Giubileo per tirare a lucido la città, sarà uno scherzo chiamare al Campidoglio un candidato che nemmeno avrà bisogno del marchio ammaccato del Pd.

Ma è proprio nel suo partito che la vicenda romana rischia di trasformarsi in un boomerang, perché essere riusciti a azzerare Marino mettendo da parte i suoi principi (si chiama pur sempre partito democratico), come il rispetto delle elementari regole per l’appunto democratiche, è una vittoria di oggi che può contribuire domani ad affossare la sua storia, la sua pur sbiadita identità.

Di fronte a quanto sta avvenendo, stupisce, con qualche eccezione che conferma la regola, il silenzio/assenso della cosiddetta minoranza del Pd. Forse perché il virus dell’autodistruzione del partito l’ha contagiata. O forse perché spera di poter trarre qualche minimo vantaggio futuro. Come se Renzi e minoranza non si rendessero conto dell’emorragia di consensi che ha già colpito il Pd (come è accaduto nelle ultime elezioni regionali). Per tutto questo la prossima campagna elettorale a Roma carica di responsabilità chi pensa di costruire un fronte democratico e di sinistra largo e convincente per quei romani che non vogliono rinunciare all’esercizio del voto.