closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il solletico alla corruzione

Corruzione o confusione? L’onda maleodorante lambisce palazzo Chigi e il Pd di governo, ed è debole rispondere che si tratta del partito di ieri. Il rapporto 2014 della Guardia di Finanza fotografa un paese gravemente malato: solo per i reati contro la pubblica amministrazione 3.700 presunti responsabili e miliardi di euro bruciati. Si scatenano analisi, suggerimenti e proposte. E tuttavia un passo avanti, uno indietro, uno di lato.
Prescrizione lunga sì, ma non troppo, e men che mai scelte drastiche come escluderla dopo la condanna di primo grado. Legge Severino sì, forse, magari con limature. Soprattutto su incandidabilità, ineleggibilità e partecipazione a organi di governo andiamoci piano. Privacy sì, anche i politici hanno diritto, forse un po’ meno degli altri, ma è una questione di civiltà. Anche se per la sicurezza peschiamo con lo strascico nei computer di sessanta milioni di italiani. Intercettazioni sì, ma non esageriamo. E soprattutto evitiamo con ragionati bavagli che se ne parli sui media. Con buona pace dell’opinione pubblica, della responsabilità politica e del controllo sociale, pilastri della democrazia. Quanto ai magistrati, è avviata la normalizzazione con le norme sulla responsabilità. Lo voleva l’Europa? Falso. Al più, chiedeva la responsabilità dello stato, non quella civile del singolo magistrato.

In ogni caso, indaghiamo partendo dalle cooperative. Poi mettiamo sotto torchio le fondazioni. E i politici che frequentano abitualmente Confindustria? Fanno cultura?
Nelle platee di Cernobbio e Ambrosetti nessuno avrà mai dato o ricevuto mazzette, case, viaggi all’estero, regali, consulenze, occasioni professionali, o avrà mai saputo, taciuto, tollerato?
E perché cooperative e fondazioni? La corruzione le ha come forme giuridiche favorite? Le società per azioni non ci interessano? E le associazioni non profit che gestiscono col sostegno pubblico servizi di rilievo sociale? Fingiamo di non vederne la frequente strumentalità verso il consenso per questo o quel politico? Non a caso fioriscono nel governo locale.
Una cosa è esternalizzare la manutenzione delle fotocopiatrici e dei computer. Ben altra esternalizzare l’assistenza agli anziani o ai disabili, magari a cooperative di ex-disoccupati o ex-detenuti. O ancor più privatizzare l’acqua.
Allora facciamo gestire gli appalti da soggetti indipendenti doc, scegliendone i componenti per sorteggio. Ma come definiamo la platea dei sorteggiandi? E chi custodisce i custodi? Poi, basta chiedere agli universitari per sapere che il sorteggio non cancella nepotismi e clientele, ma li rende al più erratici e casuali.

A chi vuole fare impresa vera un consiglio: lasciate perdere, datevi al lotto e al gratta e vinci.
Ma alla fine è il denaro che corteggia la politica o la politica che corteggia il denaro? Una demagogia pusillanime ha cancellato il finanziamento pubblico. Una campagna elettorale anche banale arriva a sei cifre.
I partiti hanno le casse vuote, mentre la preferenza unica esaspera la competizione al loro interno. Tutti contro tutti, e le primarie raddoppiano i costi. Attrarre contributi è per i candidati vitale, e non si chiedono ai poveracci.
Combattere la corruzione richiede una strategia globale e coerente, volta a prevenire e ostacolare l’attività criminosa giorno per giorno, in ogni luogo in cui si gestisce la cosa pubblica.
Riforme costituzionali ed elettorali che favoriscano la rappresentatività e le new entries, e tendano a ripristinare gli strumenti della responsabilità politica e istituzionale. Questo si ottiene abbattendo le soglie, riducendo al minimo gli incentivi maggioritari, evitando l’ipertrofia degli esecutivi a danno delle assemblee elettive.
Riforme che contengano i costi della politica, ad esempio scegliendo il collegio piuttosto che il voto di lista e preferenza, e parallelamente ripristinando un finanziamento pubblico ragionevole, rigoroso, a prova di imbroglio.
Una legge sui partiti che garantisca la democrazia interna e i diritti degli iscritti, rendendo al soggetto politico la capacità di reggere responsabilità pubbliche, e superando il populismo demagogico delle primarie aperte.
E ancora riforme della pubblica amministrazione, che riportino all’interno dell’organizzazione pubblica un sapere tecnico che eviti al massimo il ricorso a competenze esterne nella forma di consulenze, organismi tecnici, nuclei di valutazione o altro.

Riforma del rapporto tra politici e dirigenti, che temperi la sudditanza del dirigente verso il politico cui deve la propria nomina o la permanenza nell’incarico.
Ripristino di forme essenziali di controllo di legittimità degli atti. Piena visibilità, escludendo garanzie di privacy, per le responsabilità penali, civili, amministrative, contabili di chi opera nel pubblico o a contatto del pubblico.
Alla fine, e solo alla fine, sanzioni penali incisive per corrotti e corruttori.
Poco o nulla del genere è nei propositi del governo, che anzi va in senso largamente opposto. La vastità del compito esalta la mancanza di un disegno. Ma esalta anche la pochezza delle risposte degli oppositori.
La classe dirigente rottamata e in via di estinzione ha commesso un errore decisivo con le primarie aperte, consegnando il partito e il paese a Renzi. Ma è stato solo l’ultimo di una lunga serie di errori dovuti in buona misura alla accettazione subalterna di una cattiva cultura politica e istituzionale, estranea alla tradizione della sinistra.
Un punto rimane. Di certo Renzi e i suoi hanno rottamato il vecchio. Per quel che fanno, non costruiranno il nuovo. Se avremo fortuna, saranno solo un transitorio.