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Editoriale

Il sacco di Roma e il frutto amaro della deregulation

Il Campidoglio

La vicenda di Roma sta assumendo contorni che rischiano di far smarrire la gravità inedita di quanto avvenuto. Assistiamo ad una serie di interviste dei responsabili politici dell’ultimo ventennio che nel tentativo di salvarsi dal moto di indignazione che dilaga, tentano di derubricare lo scandalo a pochi malfattori o addirittura – il Foglio di Ferrara – a patetici millantatori all’amatriciana.

Siamo invece di fronte ad uno scandalo di portata ben maggiore di quello di Tangentopoli degli ’90. In quel periodo si cercò di costruire un sistema di regole in grado di arginare il malaffare diffuso. Da quel momento l’ondata di riflusso è stata così imponente che non solo è riuscita a cancellare quelle leggi, ma ha demolito la pubblica amministrazione. La legge sull’elezione diretta dei sindaci ha fornito loro un potere immenso senza alcun contrappeso di controllo; le leggi Bassanini di riforma della pubblica amministrazione hanno introdotto uno spoil system senza controlli esteso ad ogni funzione pubblica; la cultura della privatizzazione ha infine imposto che molti servizi che prima venivano svolti all’interno delle pubbliche amministrazioni venissero esternalizzati. Roma raccoglie i frutti amari del ventennio della deregulation.

La questione delle nomine

Sulla base del potere «monocratico» senza alcun contrappeso di legge, i sindaci hanno potuto imporre nei comuni e nello Stato personaggi impresentabili. Alemanno ottiene la nomina di suoi uomini nel Cda di Finmeccanica e – dall’altra parte – Odevaine viene messo a capo della struttura del ministero dell’Interno che si occupa degli immigrati. E poi, Panzironi a capo dell’Ama e Mancini a presidente dell’ente Eur. Quei ruoli istituzionali sono stati piegati a interessi di parte senza che esistesse nessun organismo terzo in grado di denunciare la discrezionalità delle nomine e degli atti conseguenti. Oggi la figura del controllore coincide con quella del controllato e questa patologia va guarita al più presto con tutta l’energia necessaria. Il fatto che siano state indicate persone di malaffare, infatti, aggrava soltanto una situazione istituzionalmente inaccettabile. In quei ruoli si usa denaro pubblico; si decide la vendita di immobili pubblici; si assume personale senza concorso. Si sente spesso affermare – e Renzi è tra i primi – che «la burocrazia frena lo sviluppo del paese». In realtà la burocrazia è stata cancellata dallo spoil system e a capo di molte attività pubbliche ci sono uomini che hanno l’unica qualità di far parte della cordata politica al momento vincente. E’ ora di chiudere questa fase.

La questione degli appalti

Ora si sente affermare con la solita intollerabile retorica che si verificheranno tutte le gare d’appalto, ma anche persone eccezionali come Cantone e il suo pool si areneranno di fronte allo smantellamento legislativo di questi anni. Gli appalti sotto la soglia dei 500 mila euro possono essere affidati per legge con procedure discrezionali. Per le cifre maggiori c’è la collaudata autostrada inaugurata con la Legge obiettivo di Berlusconi-Tremonti. Completa il quadro la cultura dell’emergenza che leggiamo nelle intercettazioni romane: demolisco i campi di famiglie rom per poter attivare la procedura di emergenza ed affidare i lavori a chi mi pare. Nessun appalto viene affidato attraverso forme fraudolente: sono tutte conformi con le regole approvate nel ventennio della deregulation. In un appalto romano, l’impresa scalzata dalla solita azienda malavitosa fa giustamente ricorso al Tar. Con lo Sblocca Italia di Renzi si tenta di limitare anche questo diritto giuridico in nome della velocità. Non servono commissari, servono nuove regole.

La cultura della privatizzazione

Sono venti anni che tutte le amministrazioni pubbliche hanno praticato l’ideologia della costruzione di società di scopo che hanno comportato la privatizzazione dei servizi pubblici e l’aumento dei costi per la popolazione. Paghiamo l’aliquota più alta di tassazione alle imprese e ai redditi individuali perché dobbiamo ancora giustificare un’ideologia che ha portato al fallimento il paese. Le funzioni pubbliche devono ritornare nelle amministrazioni e non affidate alle imprese amiche.
Pochi giorni fa il premier Matteo Renzi ha lanciato la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, un evento che produrrà inevitabilmente un’ulteriore overdose di deroghe e discrezionalità nella capitale, al pari della sconcertante vicenda dello stadio della Roma. Il plauso alla proposta è stato bipartisan: dal sindaco Marino ad un grande esperto di procedure di deroga come Malagò. Ripetiamo, il solo modo per ripristinare legalità e moralità è quello della costruzione di istituzioni di controllo delle azioni pubbliche. Gli eventi straordinari e le deroghe servono solo alla malavita e ad una politica senza futuro.