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Editoriale

Il romanzo criminale degli orfani di Silvio

Non appena il governo e il parlamento mettono mano a qualche provvedimento che non sia puramente repressivo o persecutorio ecco che i vedovi e gli orfani dell’antiberlusconismo si cimentano in quel terrorismo giornalistico in cui sono maestri. Il capofila, Marco Travaglio, con oculata scelta delle parole, annuncia che il decreto Cancellieri, il cosiddetto “svuotacarceri”, si accinge a «liberare settemila criminali nei prossimi 12 mesi».

Gli onesti cittadini tremano: nonostante i 100 milioni aggiuntivi stanziati per le forze di polizia, il far west è alle porte, il mucchio selvaggio è pronto a colpire.

Secondo lo squisito prosatore del Fatto quotidiano già oggi se la spasserebbeo «affidati in prova ai servizi sociali», la gran parte dei condannati, «visto che in media le pene irrogate dai tribunali, anche per reati gravi, sono inferiori ai tre anni», il tetto (totale o residuo) stabilito dalla legge Gozzini per il ricorso a misure alternative al carcere. Se ci si aggiunge l’indulto di 3 anni per i reati commessi prima del 2006 e ora l’innalzamento del tetto a 4 anni e dello sconto di pena per buona condotta da 45 a 75 giorni a semestre ci troveremo ben presto con Jena Plinski nella tenebrosa città di Fuga da New York.

Rimane tuttavia un mistero da chiarire: come mai in un paese dove quasi nessuno va in galera e chi ci va ne esce rapidamente ci sono 67.000 detenuti su 47.000 posti nominalmente disponibili e 40.000 effettivi? Una situazione barbarica che dovrebbe essere sanata prima di subito non perché l’Unione europea ci rimprovera e ci multa, ma semplicemente perché è barbarica, né più né meno delle scene aggiaccianti filmate nel “centro di accoglienza” di Lampedusa. Che come conseguenza non avranno lo smantellamento di quel sistema disumano, ma la punizione di qualche aguzzino subalterno.

Il fatto è che le misure alternative alla carcerazione piacciono poco, appaiono troppo complicate e laboriose, troppo attente alla singolarità dei casi e delle situazioni, rispetto alla “certezza della pena” e alla fede nell’infallibilità della magistratura. Meglio allora un narrazione adatta anche alle menti più ottuse: i detenuti sono criminali, i criminali rimessi in libertà compiono crimini. Punto e basta. Con il che il problema è risolto alla faccia di qualsivoglia statistica sull’andamento effettivo dei reati e sui comportamenti di chi esce di galera. Ma, si sa, le statistiche sono una cosa assai noiosa e di cui è bene diffidare.

C’è poi un secondo effetto che non è chiaro se Marco Travaglio paventi o suggerisca. Siccome le leggi permissive e le misure di clemenza garantiscono l’impunità dei criminali, le vittime finiranno col farsi giustizia da sé: «Se si rischia così poco, la prossima volta non lo denuncio, gli spacco direttamente la faccia». Forse l’editorialista del Fatto quotidiano pensava a quei signori in mimetica e basco che a Piazza del popolo minacciavano di aspettare i politici sotto casa uno per uno.

Se davvero Silvio Berlusconi dovesse scomparire definitivamente dalla scena politica, dove si volgerà l’inestinguibile sete di punire che anima i moralizzatori di casa nostra e ne garantisce l’audience in assenza di qualunque ragionamento minimamente approfondito?