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Internazionale

Il regime di al Sisi non sente pressioni: Zaki resta in cella

Prossima udienza il 7 marzo. La mobilitazione internazionale senza precedenti non basta, detenzione rinnovata e attacchi omofobi per lo studente egiziano

Patrick George Zaki resterà dietro le sbarre per altri 15 giorni. Lo ha deciso ieri la Procura del Mansoura-2, nella città natale di Patrick, a circa 120 km dal Cairo. Il ricercatore è comparso al palazzo di giustizia con i capelli rasati, l’udienza è cominciata intorno alle 11 ora italiana ed è durata meno di un’ora. In aula erano presenti anche Peter Salling, funzionario della delegazione dell’Unione europea, e alcuni rappresentanti dell’ambasciata statunitense. Patrick manca dall’Italia ormai da due settimane, da quando il 7 febbraio scorso appena atterrato al Cairo è stato sequestrato e torturato. Su di lui pendono accuse pesanti, tra cui propaganda sovversiva e istigazione al terrorismo.

Non sono bastate le pressioni internazionali, dalle dichiarazioni di vari esponenti politici e di governo italiani alle decine di piazze europee riempite in queste settimane fino alla curva del Bologna che a Patrick, tifoso e appassionato di calcio, ha dedicato uno striscione.

SECONDO UNA FONTE VICINA al team legale di Patrick in questi giorni la Sicurezza di stato avrebbe fatto diverse telefonate a persone impegnate per la liberazione dello studente copto, chiedendo di tenere un profilo più basso e di non esporsi con i media internazionali. Non è chiaro se si tratti di una mossa mirata a placare le polemiche per poi liberare Patrick alla prossima udienza senza troppo clamore, o se invece sia un tentativo per far smobilitare la campagna e far cadere anche questa storia nel dimenticatoio. Il rinnovo della detenzione è una formalità che per molti detenuti politici in Egitto si ripete anche decine di volte senza un rinvio a giudizio e senza che l’indagato venga messo davanti a prove o testimonianze.

Patrick George Zaki (Ap)

La frustrazione è tanta tra gli amici e i solidali della campagna, che ha visto una mobilitazione senza precedenti per un prigioniero egiziano. Ieri in molti si aspettavano che il regime avrebbe ceduto di fronte all’opinione pubblica internazionale e alle pressioni politiche. «Sono stanco, mi sento impotente e inutile», ha twittato Amr Abdelwahab, amico di Patrick in esilio a Berlino, tra i promotori della campagna social.

IN QUESTE SETTIMANE in risposta alla mobilitazione internazionale in Egitto si è intensificata anche la campagna di attacchi denigratori sui media pro-regime. «L’argomento degli studi di Patrick Zaki sono i “diritti dei gay” e lui è un attivista per i diritti dei gay e transgender. Questo mette a tacere tutti coloro che lo difendono e che vogliono farlo apparire come vittima» ha scritto il sito Akhbar el-Yom, sfruttando la diffusa omofobia per legittimare un arresto politico.

Intanto l’Eipr (Egyptian Initiative Ffor Personal Rights, l’ong con cui Patrick aveva collaborato) ha presentato un ricorso per chiedere che venga aperta un’inchiesta sulle violenze subite dal giovane nelle prime ore del fermo. La prossima udienza per il rinnovo della detenzione è prevista ora per il 7 marzo, ma secondo l’Eipr il procuratore ha il potere di decidere in qualsiasi momento il rilascio di Patrick.

«LO STATO EGIZIANO pensa che nessuno possa chiamarlo a rispondere delle sue azioni» scrive Abdelwahab. «Ora non c’è più tempo per discorsi e dichiarazioni vuote – dice riferendosi alle iniziative delle istituzioni italiane ed europee -. Avviare immediatamente un’escalation di pressioni sull’Egitto: richiamare gli ambasciatori, interrompere i rapporti economici, fermare l’esportazione di armi». La campagna ora deve prepararsi a una mobilitazione di lungo periodo.

Ed è emblematico che, sempre nella giornata di ieri, mentre Patrick era in manette trattato da terrorista, i due figli dell’ex dittatore Mubarak, Alaa e Gamal (a piede libero), venivano assolti da una corte del Cairo per una spregiudicata speculazione in borsa risalente a oltre 10 anni fa.