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Editoriale

Il referendum si vince o si perde tra la gente

Riforme costituzionali. L’offensiva mediatica con la retorica della buona riforma, non consente contorsionismi accademici, va invece disinnescata sul terreno della mobilitazione politica

Quando sarà esaurito il procedimento parlamentare, l’ultima parola sulla riforma della Costituzione toccherà ai cittadini chiamati a pronunciarsi con un referendum.

Una prova che appare sin da oggi ardua e destinata a lacerare quell’articolato arcipelago di forze politiche, culturali e sociali che nel giugno del 2006 si era unanimemente schierato contro la consanguinea riforma voluta dal governo Berlusconi. Né potremo confidare nella libera informazione.

L’omologazione strisciante ha come protagonista il sistema mediatico (in particolare quello radiotelevisivo).

Specialmente la televisione è impegnata in un’offensiva culturale così pressante da essere riuscita, in poco tempo, a sortire nel senso comune la percezione che la riforma sia oggi necessaria per ottenere “flessibilità dall’Ue”, “liberare il paese dalla casta”, “ridurre gli sprechi della politica”.

La mistificazione del reale alla quale stiamo assistendo ci conferma che non è più tempo di contorsionismi accademici. La retorica della riforma va disinnescata sul terreno della mobilitazione politica. Il referendum si vince o si perde fra le gente. Lo ha compreso il capo del governo che gioca tutte le sue carte sulla consultazione referendaria, sottoponendo questo istituto a una torsione demagogica senza precedenti. Lo ha compreso meno il fronte referendario, schiacciato sulla difensiva e spesso incapace di connettersi con la realtà sociale e le sue trasformazioni.

Poniamola in questi termini: a un giovane precario, senza prospettive di futuro che vede giorno dopo giorno svanire i propri diritti cosa risponderemo quando ci obietterà che la sua condizione e quella dell’intero paese sono peggiorate vigendo la Costituzione repubblicana, la più bella del mondo, quella fondata sul lavoro e che pone al primo posto la dignità sociale delle persone? Una domanda scarna, essenziale alla quale siamo tenuti a dare una risposta, la cui efficacia discende dalla nostra capacità di riuscire a ribaltare le parole d’ordine del fronte avversario, rompendo l’assedio.

Bisognerebbe, in altre parole, far comprendere, soprattutto nelle aree più disagiate del Paese, che l’attacco alla Costituzione è alla base dell’ecatombe sociale che si è in questi anni abbattuta su milioni di lavoratori (privati dei loro diritti), sulle famiglie più povere (alle prese con un sistema sanitario divenuto economicamente inaccessibile), sui giovani precari e su tanti studenti espulsi dalle Università in ragione di costi divenuti proibitivi.

La controriforma della Costituzione è parte di questa storia perché punto di condensazione di un processo erosione delle garanzie democratiche e dei diritti sociali che ha avuto nell’egemonia liberista la sua matrice. Un ordine che oggi non si contenta più di eludere, sospendere, piegare l’interpretazione delle norme costituzionali ai propri interessi come è avvenuto per lungo tempo. Ma che spingendosi oltre ogni limite intima agli Stati di intervenire direttamente sul testo delle Costituzioni per modificarne l’impianto.

Collocata in questo contesto la lettera Draghi-Trichet (5 agosto 2011) non fu soltanto un minuzioso compendio di macelleria sociale (privatizzazioni su larga scala, adeguamento dei salari e delle «condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende»; controriforma del sistema pensionistico e della P.A. con «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego e … stipendi»). Ma anche un raffinato trattato di riformismo costituzionale (pareggio di bilancio, riforme strutturali, superamento delle Province …).

Ciò a cui stiamo oggi assistendo è, in altre parole, una vera e propria offensiva contro gli ordinamenti democratici europei le cui «costituzioni – si legge nella nota della JP Morgan (28.05.2013) – mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». Una sorta di vizio genetico dal quale la banca d’affari fa discendere talune fra le più gravi “perversioni” del costituzionalismo democratico: «Esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti e delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi».

Ma dalla nota apprendiamo anche qualcosa in più. Qualcosa che ci riguarda direttamente: «Il test chiave sarà l’Italia, dove il governo ha l’opportunità concreta di iniziare riforme incisive».

Come è andata a finire lo sappiamo: smantellamento dello Statuto dei lavoratori; verticalizzazione della decisione politica (dalle scuole al governo della Rai), leggi elettorali a rappresentanza compressa … E ora il disegno Boschi-Renzi che normativizza (in combinato con la legge elettorale) il primato dei governi su regioni e parlamento.

Da questo scenario possiamo ricavare tre conclusioni:

  1. l’attacco sferrato in questi anni ai diritti sociali rischia oggi di estendersi ai diritti politici e alle libertà;
  2. l’Italia è divenuta, in termini gramsciani, il terreno privilegiato di sperimentazione del nuovo sovversivismo delle classi dirigenti;
  3. questo accade non perché l’ordine neoliberista è troppo forte, ma perché inizia a essere troppo debole. E per difendersi ha bisogno di alzare muri (contro i migranti), blindare il sistema ricorrendo a leggi elettorali contraffatte (Italia), rafforzare i poteri di emergenza attraverso modifiche della Costituzione (Francia), “commissariare” la volontà democratica dei popoli (Grecia).

Le classi dirigenti europee sono oggi allo sbando. E ai partiti tradizionali, per continuare a governare, non resta che coalizzarsi, erigendo partiti della nazione o dando vita ad alleanze che fino a poco tempo fa avremmo giudicato innaturali (Germania).

È questo il fronte conservatore oggi in azione. E il terreno di sfondamento prescelto in Italia per portarne a compimento il disegno è la controriforma costituzionale.

Ecco perché il governo ha deciso di trasformare il referendum nella madre di tutte le battaglie. Ecco perché siamo chiamati a difendere la Costituzione repubblicana.