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Editoriale

Il reddito minimo secondo il vescovo

Piccoli vescovi, grandi questioni. Monsignor Bregantini audito in senato sul reddito minimo. Per la Cei le persone in cig e con il reddito minimo «non fanno niente», no all'«assistenzialismo»

Il reddito minimo garantito non piace a molti. A volte perché sospettato di aggirare la propria sfera di competenza, come nel caso dei sindacati, a volte perché ritenuto un affronto alle politiche di austerità e uno spreco ingiustificabile. Avversione puntualmente ammantata di motivazioni etiche e luoghi comuni.

E quando si parla di etica la Chiesa non può esimersi dal dire la sua. Come ha fatto, nel corso di una audizione presso la commissione lavoro del Senato, Monsignor Giancarlo Bregantini a nome della Cei.

Per Bregantini un «progetto assistenzialista» quale il reddito minimo garantito, ma anche alla cassa integrazione, vanno intesi come incentivi a «non fare niente». Un pronunciamento vescovile contro l’«assistenzialismo» desta di per sé un certo stupore.

Che anche in questo caso si tratti del timore di una invasione laica di campo?

Ci si aspetterebbe da parte della Chiesa una idea più complessa, più piena, della attività umana, meno succube del «mercato del lavoro» e dei suoi capricci di quella espressa dalle burocrazie ministeriali e dalla dottrina confindustriale.

Monsignor Bregantini dovrebbe sapere che non esiste quasi nessuno che «non faccia niente», che non produca a suo modo rapporti sociali e forme di cooperazione, che non dia il suo contributo alla crescita materiale e immateriale (lui direbbe spirituale) della società. Si può ben comprendere che una logica prigioniera del calcolo costi/benefici, completamente interna ai processi di mercificazione, non contempli in alcun modo questo insieme di attività, ma è davvero sconveniente che una istituzione che pone la «persona» al centro di tutto la identifichi poi con il «lavoratore», quello certificato dalle tabelle Istat, riconosciuto dalle aziende e catalogato da ministeri e sindacati.

Quando si parla di «persona» non ci si può appiattire poi su un banale mansionario, nemmeno quello dei cosiddetti «lavori socialmente utili» che Bregantini non si risparmia di elencare: ridipingere scuole, manutenere aiuole, ripulire strade. Altrettanti compiti sottratti al lavoro meglio retribuito per assegnarli a quello miseramente sussidiato. Secondo Bregantini le istituzioni pubbliche dovrebbero «accompagnare» gli inoccupati verso i luoghi di formazione e di lavoro, mettendo così il principio pastorale al servizio del mercato del lavoro.

Non ce ne voglia il Monsignore, ma l’attività stessa di molti religiosi (con reddito garantito) potrebbe essere malevolmente interpretata, secondo i suoi stessi criteri, come un «fare niente».

La Chiesa, invece di venire in soccorso alle politiche di risparmio dettate dalla rendita finanziaria, dovrebbe occuparsi dei grandi temi.

Uno dei quali è certamente il fatto che il potenziale tecnologico attuale non contempla più, almeno nelle società altamente sviluppate, la piena occupazione come la si poteva immaginare un tempo. E che il lavoro è destinato a occupare una parte decrescente dell’attività umana e del tempo di vita, ma che questo non può andare a discapito delle condizioni di esistenza, dei livelli di reddito e degli equilibri sociali. Delle «persone» appunto.

L’assistenzialismo non c’entra proprio nulla. Deve essere proprio la Cei a trascurare l’importanza di una produzione di ricchezza extraeconomica?

La conclusione è degna delle premesse. Cosa auspica la Cei affinché i giovani possano realizzare le proprie potenzialità e capacità? Il Monsignore invita le banche a concedere più crediti. Tutto si poteva immaginare, ma non che la «persona» fosse il celebre «imprenditore di se stesso», meglio se indebitato.