closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Il primo editoriale: Siamo di fronte ad una fase nuova

Il manifesto ha 50 anni. Si è lontani dalla chiarezza teorica e dalla capacità di mobilitazione necessarie per dare a tutta la sinistra una nuova dimensione politico-operativa. Ma favorire questo processo in modo aperto, con alcune scelte pregiudiziali, anche individuali, è già azione politica. In questo spirito, non certo con la presunzione di un «richiamo alle origini» e al grido di battaglia del 1848, abbiamo chiamato questa rivista «Il Manifesto»: per sottolineare il bisogno, che sentiamo presente nei sentimenti e nella ragione di tanti compagni e di tanta parte della società contemporanea, di un riferimento ideale, nella ricerca di quell’unità di ispirazione delle forze rivoluzionarie oggi per tanti aspetti compromessa

Il primo numero della rivista

Il primo numero della rivista "Il manifesto"

Questa pubblicazione nasce da un convincimento, che pensiamo non solo nostro: il convincimento che la lotta del movimento operaio, la storia stessa del movimento, sia entrata in una fase nuova; che molti schemi consacrati di interpretazione della realtà e molti modi di comportamento siano saltati senza rimedio; che la crisi sociale e politica che ci circonda non possa essere vissuta e fronteggiata con la normale amministrazione. In Italia, come nel mondo, le vicende sconvolgenti di questi anni, e quelle che è ragionevole attendersi, dimostrano che il sistema di potere del capitalismo è combattuto in profondità da un movimento impetuoso, che aspira a una società radicalmente diversa. E tuttavia dimostrano che questo movimento fatica a darsi un ordine e una prospettiva e soffre di divisioni e insufficienze, teoriche e politiche, che crescono col crescere della tensione rivoluzionaria.

È spiegabile che così sia. I problemi che abbiamo di fronte non sono infatti particolari e minori, ma generali e essenziali: si tratta di cogliere la natura della crisi che scuote il capitalismo maturo; le ragioni della frattura del movimento operaio e comunista; le vie di una transizione al socialismo in una società «avanzata» com’è la nostra; le possibili condizioni di una saldatura tra le spinte maturate in questi anni e una tradizione di mezzo secolo. Di così grandi problemi, nessuno può pretendere di possedere tutti i termini, e tanto meno di influenzare la soluzione con formule logore o con improvvisazioni avventate.

Né il ripiegamento dogmatico né la fiducia nella spontaneità, né l’indulgenza per le proprie abitudini né la presunzione di gruppo, possono aiutarci. La via che le cose stesse suggerisccono è piuttosto quella di una dialettica aperta all’interno di tutto il movimento, di un massimo di circolazione delle idee, per modeste che siano, di un più vero lavoro collettivo, senz’altra limitazione che quella imposta dalla responsabilità e dalla coscienza di ciascuno. Una via da percorrere ritrovando tutto il senso della milizia politica, al di fuori dei condizionamenti tattici e degli equilibri di potere, senza cedere allo scoraggiamento per la disparità tra i compiti che si affrontano e le forze di cui si dispone.

Su un terreno generale, ricco di implicazioni teoriche, avanza oggi il quesito se sia maturo il superamento del capitalismo come sistema mondiale, del suo modo di produrre e di consumare, di pensare e di far pensare, di organizzare la vita collettiva e i rapporti tra gli uomini: così come Lenin lo pensava maturo, su scala europea, cinquant’anni fa. La irrazionalità economica, l’impotenza politica, lo smarrimento ideale del capitalismo sviluppato, la sua disumanità, ma anche la tragedia del sottosviluppo, la crisi produttiva e politica dei paesi socialisti europei, la rivoluzione culturale cinese, ripropongono in forme diverse un’unica questione: la necessità di un sistema sociale non più legato allo sfruttamento in qualsiasi forma, alla divisione del lavoro, alla atomizzazione della vita collettiva e alla solitudine individuale; la necessità e l’attualità di quella che Marx chiamava società comunista.

Per i condizionamenti storici che si conoscono, il movimento operaio e le ideologie che è andato elaborando, la IIa Internazionale e il riformismo, ma anche la IIIa Internazionale e lo stalinismo, non hanno affrontato, o hanno poi abbandonato o oscurato questa tematica. Si è venuto perdendo il senso della rivoluzione come rottura e rovesciamento dell’ordine di cose esistente. È astratto e intellettualistico riproporsi questa prospettiva in tutta la sua ampiezza? O non è vero invece che quanto succede nel mondo, e le stesse conquiste del passato, inducono a ritenere che siano presenti le condizioni perché il discorso teorico di Marx si trasferisca sul terreno della concretezza storica e dell’attualità politica, con tutta la forza del suo radicalismo originario?

Senza risalire a questi nodi e ritrovare questo respiro, non solo ai filosofi ma a ogni semplice militante riuscirà sempre più difficile leggere e comprendere in modo unitario la storia mondiale, vivere l’azione rivoluzionaria di ogni giorno, spezzare le incrostazioni opportunistiche e burocratiche che si perpetuano separandosi dalla vita e generando nuovi poteri oppressivi, o sfuggire alle lusinghe del revisionismo socialdemocratico, o ai nuovi miti romantici e ribellistici, o ai meccanici ritorni al passato.

Su un terreno più direttamente politico, avanza con forza il problema di una verifica e di un rinnovamento coraggioso degli schemi strategici, della pratica politica, dei moduli organizzativi del movimento operaio. Un rinnovamento stimolato dalle grandi esperienze rivoluzionarie che si compiono in altre parti del mondo, ma dettato dal carattere che lo scontro sociale assume oggi nell’occidente capitalistico.

La sinistra rivoluzionaria occidentale è ancora vittima di una debolezza storica di fronte al capitalismo sviluppato. La sua critica al sistema non ne ha investito la natura ma le insufficienze produttive, le sue piattaforme di lotta solo di rado hanno superato l’orizzonte rivendicativo o quello parlamentare, la sua interna struttura è rimasta centralizzata e gerarchica. Questi caratteri negativi hanno segnato sensibilmente il movimento di classe. Per superarli, non una semplice modifica di linea è necessaria ma una innovazione profonda nell’orizzonte teorico, nel modo di essere e di operare delle organizzazioni che la classe opeaia ha finora espresso.

Il nostro paese gode di un privilegio forse unico: d’essere teatro di esperienze, lotte, spinte originali non dissimili da quelle che corrono per tanta parte dell’occidente, generando nuovi e autentici protagonisti dello scontro sociale; e d’essere sede in pari tempo del più robusto movimento di massa del mondo capitalistico, di un Partito comunista non chiuso a uno sforzo di superamento dei propri limiti e condizionamenti storici. Un dialogo tra passato e futuro è così aperto nella realtà ancor prima che nelle intenzioni. Una saldatura non superficiale tra quel che la storia e la lotta della classe operaia ha già prodotto, e quel che la lotta di classe sta producendo di nuovo, si presenta come chiave di volta e molla di un salto di qualità e condizione della vittoria. Purché si abbia chiaro che a un rinnovamento di questa natura non si può approdare in modo indolore, con una crescita naturale; ma solo con una nostra « rivoluzione culturale », capace anche di mettere in discussione un patrimonio consolidato.

Una rivoluzione culturale, non una battaglia di idee tra stati maggiori intellettuali. Il pericolo opportunista non nasce da uno smarrimento delle coscienze o da un tradimento degli « apparati », ma come fenomeno sociale, effetto della complessa realtà moderna che soffoca i veri protagonisti del processo rivoluzionario e gli operai per primi. E come fenomeno sociale va dunque combattuto, con una estensione e un rilancio della lotta di classe a tutti i livelli, con un rifiuto operaio e di massa di tutte le ineguaglianze e le oppressioni direttamente patite nella vita produttiva e associata.

Questi problemi, queste esigenze, questi interrogativi, esistono in un modo o nell’altro nei sentimenti e nella mente di chiunque viva, da poco o da gran tempo, nella lotta politica. Proporseli apertamente, contribuire bene o male ad affrontarli, vorrebbe essere il nostro scopo; col rischio e la preoccupazione di un’alta percentuale d’errore, ma anche senza farsi di questa preoccupazione un alibi. In ogni caso vuol essere, questo, un modo di riaffermare le ragioni di una milizia, dell’impegno che ci si assume quando si entra nell’organizzazione politica di classe.

In condizioni nuove e con i mezzi disponibili: anche con una rivista, che nasce per portare avanti con qualche continuità un discorso politico già avviato, offrendosi come possibile strumento di confronto a chiunque avverta le stesse esigenze, e augurandosi di coinvolgere un arco di esperienze più vasto di quanto il proprio impianto non lasci sperare.

Non ci pare esistano strade più sicure e più rapide. Si è lontani dalla chiarezza teorica e dalla capacità di mobilitazione necessarie per dare a tutta la sinistra una nuova dimensione politico-operativa. Ma favorire questo processo in modo aperto, con alcune scelte pregiudiziali, anche individuali, è già azione politica. In questo spirito, non certo con la presunzione di un «richiamo alle origini» e al grido di battaglia del 1848, abbiamo chiamato questa rivista «Il Manifesto»: per sottolineare il bisogno, che sentiamo presente nei sentimenti e nella ragione di tanti compagni e di tanta parte della società contemporanea, di un riferimento ideale, nella ricerca di quell’unità di ispirazione delle forze rivoluzionarie oggi per tanti aspetti compromessa.

***(L’editoriale, senza firma, era titolato “Un lavoro collettivo”)