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Editoriale

Il premier cacciatore

Matteo Renzi a Milano per la campagna di sindaco di Giuseppe Sala

Armato di giacca double-face per i rapidi cambi di scena, un giorno con quella del presidente del consiglio, un altro con quella di segretario del Pd, più spesso con il voltagabbana da esibire dalla mattina alla sera, il presidente-segretario affronta l’ultimo giro di boa elettorale.

Veste i panni del premier davanti ai giovani studenti, a Milano, ai quali dà lezioni sul referendum contro la casta. Come segretario del Pd va a Torino dal sindaco Fassino per bastonare la sinistra della Fiom e di Airaudo che vogliono farlo perdere. Demagogia a go-go.

«Aiutatemi a mandare a casa i politici», «basta parlare male dell’Italia», «chi parla male del negozio in cui lavora andrebbe licenziato». Gli studenti di Milano che lo ascoltavano, futura classe dirigente, avranno preso appunti specialmente per lo stile made in Italy («Abbiamo avuto una classe politica che per fare la “figa” parlava male dell’Italia»).

Tagliare le poltrone e chi ci sta seduto sopra è un gran bel lavoro, che si ispira al riformatore emerito, quel Napolitano che il presidente del consiglio chiama in causa a buon titolo perché «ha detto ora tocca a Renzi, queste sono le cose da fare» e io le sto facendo. Le riforme si fanno anche così, il Quirinale definisce il programma del «governo del presidente» (che la Costituzione non contempla essendo il nostro un ordinamento che prevede il governo parlamentare e non ancora quello presidenziale) e basta chiacchiere.

Via i politici, abbasso i partiti, la critica non serve, anzi gufi e professoroni sanno solo remare contro, non dice (non ancora) «culturame», né «intellettuali dei miei stivali», anche perché lui di professori che dicono Sì nel frattempo ne ha arruolati un centinaio.

Il sommo fastidio per le minoranze già aveva trovato albergo di fronte alla platea del Pd torinese.

È il solito copione della sinistra disfattista «che gode a lamentarsi» e non si rende conto del grande dono di avere un capo del governo come lui e i suoi ministri «che siamo andati a prenderci il palazzo senza chiederlo a nessuno. Se fossi stato un pollo di batteria, oggi non sarei qui». Batteria da intendersi come «ditta», «partito», un ossimoro con chi vuole un referendum su di sé per fondare il partito della nazione.

Lui ha messo la cresta del gallo e i polli della «ditta» li ha spennati con cura. Un lavoro da professionista.

Certo, a sinistra non si può negare la sindrome Tafazzi degli ultimi anni, con le divisioni e tutto il resto. Ma arruolare Marchionne nel riformismo mondiale può giusto dirlo in Italia, già osannarlo Oltralpe, nelle piazze e con i sindacati francesi, avrebbe tutt’altre conseguenze.

E quando il candidato Airaudo gli ricorda «che si elegge il sindaco di Torino, non quello di Detroit», più che una sinistra che si lamenta e gioca a perdere, è la voce di una città che la storia della sinistra ha fatto grande.