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Politica

Il Pd: «Uniti, basta picconate al governo». E Renzi abbassa i toni

Pentola a pressione. Zingaretti: no avventure solitarie, sulla legge elettorale resta l’accordo siglato, no al sindaco d’Italia. La Rai? «Non è un citofono». La neopresidente Cuppi: io non ero di questo partito, ora camminiamo tutti insieme. Il leader di Italia viva: no al voto. Emergenza virus, mettiamo le polemiche interne in quarantena

Nicola Zingaretti, segretario Pd

Nicola Zingaretti, segretario Pd

Il primo pensiero di Nicola Zingaretti è per le vittime italiane del coronavirus – a ieri mattina due -, il primo applauso della platea è quello che elegge (previa votazione) Valentina Cuppi, giovane sindaca di Marzabotto, a presidente dell’assemblea dem, simbolo del «Pd aperto». Lei, emozionata, spiega: «È arrivato il tempo di camminare insieme in tante e tanti, capaci di svestirci di pregiudizi, di vestirci di rispetto per le storie politiche e personali di ognuno. Io non appartenevo a questo partito, ma appartengo a questa strada, sulla quale si cammina da troppo tempo senza riuscirsi veramente ad incontrare». Cita Liliana Segre, Berlinguer, don Milani, le sardine e Sara Gama, la capitana della nazionale calcio femminile che combatte i pregiudizi. Le rose che le consegna Zingaretti nel pomeriggio le porta sulla tomba di Nilde Iotti, «esempio per la lotta delle donne».

L’AUDITORIUM della Conciliazione, a Roma, è preoccupato per la pandemia – dal palco interviene il professor Ippolito, direttore scientico dell’Ospedale Spallanzani, e il ministro Guerini è a Lodi per l’emergenza, della città è stato sindaco – ma celebra l’orgoglio dem contro le scelte corsare di Matteo Renzi. Che pure Zingaretti, nella sua relazione, non nomina mai. Il segretario vanta l’unità ritrovata nel Pd (peraltro ha composto una segreteria e un caminetto con dentro quasi tutte le correnti), un Pd in salute, e leale con il governo, ma a Conte ora chiede una «scossa». Il congresso «tematico» evapora, o almeno slitta in avanti. Zingaretti lancia «la Costituente delle persone e delle idee», a cui mette a capo il sindaco di Firenze Dario Nardella – nella sua città si terrà la kermesse del «nuovo Pd» – e immagina una «rete civile e democratica». Indicazioni vaghe, per ora. MA È LA POLITICA il core business del suo discorso. Ce l’ha con Salvini, «si vergogni di usare il coronavirus per meschina polemica politica», ce l’ha con la Rai, «non è un citofono», per le prossime regionali chiede agli alleati «di non lasciare il Pd solo contro la Lega». Ma soprattutto ce l’ha con Renzi: «È un errore drammatico picconare sempre, dividere, polemizzare, cercare avventure solitarie che non fanno il bene dell’Italia». Non torna sulla proposta di sostituire nella maggioranza la pattuglia dei renziani, avanzata da Goffredo Bettini – che è già andato via quando Laura Boldrini sale sul palco per bocciarla – ma blinda la riforma elettorale su cui la maggioranza ha già trovato un accordo. La proposta del «sindaco d’Italia» non è sul tavolo, l’accordo già siglato «non può essere oggetto di mediazioni al ribasso».

QUASI CONTEMPORANEAMENTE, in una sala del centro della Capitale, Renzi ribadisce tutte le sue richieste. A parole. Ma in realtà fa alcuni evidenti passi indietro. «In queste ore siamo chiamati a stringerci con medici e persone contagiate, mettiamo in quarantena le polemiche interne», dice sennatamente. Per questo annuncia che chiederà di rinviare il faccia a faccia con il premier Conte previsto per il prossimo giovedì. E alle voci di voto anticipato oppone una citazione del Monopoli: «Sarebbe come tornare a Vicolo Corto senza passare per il via e senza ritirare le 20 mila lire». Tradotto: una scelta inutile. Tornare alle urne senza una nuova legge elettorale fa correre il rischio di essere denunciati «dai cittadini per stalking».

PAROLE MOLTO PIÙ CAUTE di quelle che usa solo poche ore prima a Brescia all’inaugurazione dell’anno giudiziario delle camere penali, parlando di prescrizione. Davanti ha al presidente dell’Ucpi, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, che promette battaglia: «Tutte le garanzie sono state manomesse», «Qui si gioca una partita che non possiamo perdere». Renzi, garantista di recente conversione (quando era premier ha proposto il procuratore Gratteri come guardasigilli) oggi assicura: «La battaglia sulla prescrizione non la molliamo. Siamo certi che non essendoci i numeri anche certe timidezze e ipocrisie di chi si proclama riformista e segue il giustizialismo pentastellato saranno messe alla prova. I numeri in parlamento non consentiranno di andare avanti con la proposta attuale».

MA IL PORTAVOCE di Forza Italia Giorgio Mulé lo sfida: «Renzi trovi il coraggio non di lanciare ultimatum ma di far cascare il governo». E anche Carlo Calenda, che con Iv pure cerca candidati comuni alle regionali contro quelli del Pd, lo critica: «Noi con il mondo renziano non abbiamo rapporti a livello di politica nazionale. Per due motivi: il primo è che sostiene questo governo, il secondo è che non condivido il modo di procedere: sostenere un governo, farlo nascere e poi contestarlo la mattina, il pomeriggio, la sera non è un modo serio».


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