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Editoriale

Il Pd e la gallina dalle uova d’oro

Davvero non capisco perché si sia voluto alzare questo polverone. Nessuna delle giustificazioni addotte, sempre a mezzo stampa, regge neanche un po’. Renzi ha detto «contano i voti non i veti». Vero. Molti italiani hanno votato per Renzi, ma io non ho mai posto un veto. Non c’è un solo provvedimento che sia finito «nella palude» per colpa di Mineo o di uno dei firmatari della proposta Chiti. Sfido chiunque a dimostrare il contrario. «Un partito non è un taxi che si prenda per farsi eleggere». Sempre Renzi, e ancora concordo con lui. A tal punto che vorrei i collegi uninominali o le preferenze. In modo che siano gli elettori a scegliere e non i partiti. «Non posso lasciare il futuro del paese in mano a Mineo», questa di Renzi è sublime. Ci mancherebbe! Il Paese ha trovato un premier giovane, volitivo, che sa fare politica e vuol salvare l’Italia. È suo l’onere del governo.

Però questo premier dovrebbe prestare un po’ più di attenzione a chi esprime, liberalmente e lealmente, una critica proprio nell’interesse del governo. E dovrebbe forse fidarsi meno ciecamente di quanti ripetono tout va bien madame la marquise. Di quelli che in Parlamento c’è solo gente che vuol farsi rieleggere, casta di postulanti e che noi (i suoi colonnelli) controlliamo.

Renzi ha sottovalutato la posizione trasparente e generosa di Chiti, Tocci, Casson e altri. Sì alla riforma del Senato, fine del bicameralismo perfetto, fiducia e leggi di bilancio solo alla Camera, riduzione drastica del numero dei parlamentari e dei costi della politica. L’unico punto di dissenso, l’unica raccomandazione accorata, riguardava e riguarda quei beni comuni che non devono finire nella potestà incontrollata di una maggioranza di governo: leggi costituzionali, elezione del Presidente e degli organi di garanzia, dichiarazione di guerra. Se il Senato mantiene, e le mantiene anche nel testo Boschi, tali competenze, non si può poi farne un’assemblea di Sindaci e Presidenti di Regione, già oberati di lavoro e di preoccupazioni, che vestano il laticlavio per un paio di giorni al mese.

E il governo come ha risposto? Sostituendo Mineo dalla commissione competente. Perché in Commissione si dovrebbe rappresentare sempre il Partito e non sarebbe consentito di dissentire. E allora perché mentre si sostituiva Mineo si trasformava Migliavacca da membro supplente (di Chiti) in permanente? Che io sappia il senatore Migliavacca chiede che i senatori vengano eletti, seppure con un voto di secondo grado, e vede come fumo negli occhi la legge elettorale concordata dal premier con B. Perché questo dissenso viene tollerato e l’altro no?

Perché Chiti e Tocci dicono le cose apertis verbis, e questo può urtare, anzi ha urtato, la sensibilità di qualcuno. Perché i vecchi e nuovi politici di professione che si affannano intorno alla gallina dalle uova d’oro non possono essere messi davanti alla realtà. Preferiscono aprire un tavolo con Belrusconi, provar a far pastette con un capo gruppo loro pari, piuttosto che affrontare con pazienza e fermezza una critica costruttiva. Questo sì, caro Matteo, è un comportamento da regime. Da regime in crisi, oltretutto.

Finisco sull’auto sospensione di 14 senatori dal gruppo del Pd. Chiediamo un chiarimento: una discussione franca e senza tabù per ricostruire il rapporto di fiducia tra noi e la presidenza del gruppo. Chiediamo che si argini questo fiume di avvertimenti e minacce a mezzo stampa. Chiediamo di sapere se l’articolo 67 della Costituzione sia da considerare carta straccia e se i partiti (gli stessi che hanno messo in ginocchio questo paese) abbiano il diritto di prevaricare e far tacere ogni parlamentare. Siamo in attesa. Fino a martedì.