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Editoriale

Il Partito della Nazione e la libertà di critica

Negazionismo. Scelta sbagliata anche se gli anni di carcere calano a tre e l’incitazione deve essere pubblica

Vorrei dire grazie alla senatrice a vita Elena Cattaneo, una scienziata, che nell’aula di Palazzo Madama ha detto le parole che andavano dette: «Sono dei ciarlatani, ma voto no».

I ciarlatani sono i negazionisti, coloro che negano che nei lager nazisti sia avvenuto un genocidio, ai danni del popolo ebraico, e stermini di massa di comunisti, sinti, rom, omosessuali, slavi, disabili. Parole sono pronunciate ieri nelle dichiarazioni di voto che hanno preceduto l’approvazione “bulgara” del decreto antinegazionista.

Il presidente Grasso si è detto “orgoglioso” dell’esito (234 sì, 8 astensioni, 3 no), inviando un messaggio al presidente delle Comunità israelitiche, Renzo Gattegna, che dal canto suo non ha mancato di lodare questo passo legislativo, anche se non ha raggiunto i toni di “commozione” del presidente della comunità romana, Riccardo Pacifici.

Molti parlamentari hanno fatto notare che rispetto alla prima formulazione del decreto, si sono avuti dei miglioramenti: in luogo della carcerazione per cinque anni, ora siamo scesi a tre; e il decreto non è una legge a sé, ma una modifica della Legge Reale del 1975.

Il testo licenziato dal Senato prevede che incitare «pubblicamente» (questa una delle modifiche di rilievo), a commettere un delitto sarà più grave se l’istigazione si fonderà sulla negazione della Shoah, dei crimini di guerra o contro l’umanità. In sostanza il negazionismo diventa un’aggravante anziché un reato, come prevedeva il testo precedente (che, in un furore antinegazionista grottesco, inizialmente si intendeva votare addirittura in sede deliberante). Quanto basta per dire che avrebbe «salvaguardato la libertà di espressione» come dicono i commentatori embedded.

Certamente, grazie soprattutto al Gruppo di M5S, il testo è migliorato, ma si tratta di un episodio inquietante, non solo per il fatto in sé, ma per il silenzio con cui è stato accolto. Anni fa, vi fu una mobilitazione corale contro il disegno di legge firmato dall’allora ministro di Grazia e Giustizia, Clemente Mastella. Ma al tempo non solo esisteva una opposizione di sinistra, e in seno ai postcomunisti sulla via di Damasco democratica vibrava un po’ di spirito critico, ma non si era ancora profilato il Partito della nazione, che oggi, con questo decreto trasformato in legge, segna un altro passo avanti. Il partito renziano non ha bisogno di conoscenza storica, rifugge dalla memoria, e soprattutto dal pensiero critico.

Chi la pensa diversamente, va messo fuori, isolato, e fatto tacere. Può parlare, magari, purché in privato, non «pubblicamente». Oggi annuncia che si perseguiranno i ciarlatani che in base a calcoli ingegneristici farlocchi provano a sostenere che Auschwitz è stata una impostura.

Ma domani, a chi toccherà?

Le polemiche che hanno accompagnato il “Giorno del ricordo” sull’esodo e le vittime delle foibe, mi fanno supporre che sarà questo (scommettiamo?) il prossimo banco di prova. Chi, documenti alla mano ridimensiona drasticamente le cifre degli esuli e soprattutto degli “infoibati”, e dimostra che il quadretto che ci è stato ancora una volta servito dai media mainstream e dall’intero arco politico ufficiale ci ha fatto capire che a nessuno interessa la verità storica.

E sempre di più chi, nei limiti delle proprie capacità, esorta, citando Kant, mica Marx, ad «avere il coraggio di servirci della nostra intelligenza», insomma all’uso della ragione critica, e invita a documentarsi, tentando di arginare con ciò le derive unanimistiche, l’altra faccia del nuovo totalitarismo, viene additato alla ignominia, questa sì, pubblica. Se proverà a scriverli, questi concetti, o a esporli ex cathedra, finirà a Regina Coeli? Magari accanto a un negazionista che intanto il sistema avrà trasformato in martire.

Forse, come le leggi all’italiana, anche questa finirà nel dimenticatoio, ma accanto all’esito burlesco, v’è sempre la possibilità che per la denuncia di uomini ben poco pacifici, la farsa diventi dramma. E studiosi e giornalisti, non di corte, avranno i loro guai. Ma anche se nulla del genere dovesse avvenire, anche se nessuno fosse mai punito (del resto anche la Legge Reale alla fine fece poche “vittime”), è un doppio principio che ieri è stato violato, costituzionalmente garantito: la libertà di ricerca e di espressione del pensiero, in ogni sua forma.

Che poi l’Aula abbia approvato il pur lodevole odg di Alberto Airola (M5S), autore di un efficace intervento, che impegna il governo a far studiare la storia, nella scuola pubblica, appare una foglia di fico. Al Partito della nazione la storia fa paura. E all’Unione europea, che da tempo premeva per l’approvazione di una legge in tal senso, la sola storia che piace è quella “statuita” da un manipolo di funzionari, che di storia e storiografia ha poca o nessuna pratica.

  • abel

    Saremo abbastanza tenaci da rovesciare la situazione : invocare la legge ogni qualvolta i ciarlatani faranno uso improprio della storia con protezione mediatica?

  • Roberto

    L’indifferenza per i problemi posti da questo ddl, da parte dei lettori del manifesto – ossia dell’opinione della sinistra reale – è di per sé eloquentissimo segno dei tempi. Forse contiene tracce di un qualche imbarazzo, ma soprattutto vale un applauso all’apolitico plebiscito parlamentare che ha dato il placet a questa bella implementazione della legge Reale. Nessun richiamo al lume del dubbio e della ragione democratica sembra più poter scuotere il torpore sinistro di tante, bene intenzionate coscienze, se l’unica reazione all’articolo di d’Orsi può reclamare la legge contro un “uso improprio della storia”.