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Europa

Il paragrafo «219a», l’ultimo tabù tedesco sull’aborto

Il caso . Due ginecologhe in attesa della sentenza dopo la condanna per «pubblicità» sull’interruzione di gravidanza pubblicata sulla pagina web del loro ambulatorio, in base a una norma che risale all’epoca del Terzo Reich

Sit in in solidarietà con Bettina Gaber e Verena Weyer

Sit in in solidarietà con Bettina Gaber e Verena Weyer

La sentenza sulla liberalizzazione dell’aborto affidata alla giudice suprema nominata dalla Cdu. Non una buona notizia per Bettina Gaber e Verena Wayernon, le due ginecologhe berlinesi cui si deve il caso giudiziario che ha riaperto l’intera questione giuridica sull’interruzione di gravidanza in Germania.

Dopo aver pagato la multa di 2.000 euro imposta a giugno dal tribunale del Tiergarten, le due dottoresse sono ricorse alla Corte costituzionale contro la condanna per «pubblicità dell’aborto» sulla pagina web del loro ambulatorio, ai sensi del controverso paragrafo “219a” che vieta ai medici di comunicare i metodi utilizzati nelle operazioni.

È l’ultimo tabù su cui in punta di diritto dovrà decidere il Tribunale federale di Karlsruhe che a riguardo, però, è spaccato esattamente in due.

Da una parte il Primo Senato, sezione “liberale” della Corte che in passato si è distinta per giudizi pro-aborto; dall’altro il Secondo Senato che già nel 1975 e poi nel 1993 ha sentenziato in maniera opposta sostenendo la piena legittimità del paragrafo, che nella versione modificata a febbraio 2019 permette ai medici almeno di comunicare se praticano l’interruzione di gravidanza.

Proprio alla sezione “conservatrice” toccherà l’ultima parola sul caso delle due ginecologhe berlinesi, senza neppure bisogno di scomodare il comitato di sei togati previsti da consuetudine dato che in base all’accordo informale tra i giudici (come rivela la Taz) il fascicolo con numero di protocollo 290/20 finirà sulla scrivania della presidente Christine Langenfeld, nominata dai cristiano-democratici.

Un altro ostacolo per la battaglia legale delle due dottoresse condannate in base a una norma che risale all’epoca del Terzo Reich e che impedisce tuttora la semplice informazione sul “come” chirurgico dell’aborto. A denunciarle è stata l’associazione pro-life del quartiere di Steglitz, «indignata» per la descrizione dell’operazione eseguita «senza medicine né anestesia» come si leggeva sul sito del loro ambulatorio. Quattro parole di troppo anche per il paragrafo “219a-modificato” dal Bundestag che ha dato il via libera alla lista pubblica dei medici abortisti.

In attesa della sentenza della Corte suprema, non si ferma la solidarietà a Gaber e Wayernon delle associazioni femministe per il diritto all’aborto che sei mesi fa avevano circondato il tribunale berlinese chiedendo «l’abolizione totale» della norma scritta dai nazisti per proteggere la “razza ariana” e difesa da tutti i governi tedeschi per l’ “effetto deterrente” sul numero di aborti. Una vera e propria discriminazione nella Bundesrepublik che in Europa si vende come faro dei diritti civili e un autentico smacco per la socialdemocrazia incapace di correggere la legge che tuttora prevede tre anni di galera per i medici che non rispettano i tempi dell’interruzione o accettano pazienti non passate attraverso il consultorio. Parola d’ordine: scoraggiare. Anche se vietare, più o meno parzialmente, le informazioni mediche rimane un crimine contro la Salute.


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