«Ho pianto e pregato tanto per questa foto». Il papa si riferisce all’immagine che ritrae Fati Dosso e sua figlia Marie, morte abbracciate nel deserto tra Libia e Tunisia, mentre tiene in mano la foto che Mbengue Nybilo Crepin in persona, il marito di Fati Dosso e padre di Marie, anche detto Pato, gli ha appena consegnato. 

Pato è arrivato in Italia il 6 novembre, quasi quattro mesi dopo la morte della moglie e della figlia. Originario del Camerun e di fede cristiana, ieri ha incontrato papa Francesco, sotto esplicita richiesta di quest’ultimo. Ha difficoltà a parlare mentre tra le lacrime prende le foto delle persone più importanti della sua vita per porgerle al Papa. «Ho scoperto che erano morte dopo che questa foto è circolata sui social», spiega Pato. Le due donne sono morte in seguito alla deportazione dei migranti sub-sahariani dalla Tunisia verso il confine con la Libia da parte del governo Saied. Contemporaneamente, con lo stesso governo, Giorgia Meloni siglava un memorandum d’intesa. 

La redazione consiglia:
«Nel deserto ho perso moglie e figlia, adesso sogno di ricominciare»

Tra le foto anche una lettera, scritta da Pato per il papa mentre si trovava in Libia. «Non mi sarei mai immaginato che la potesse leggere», dice ora emozionato. È un uomo forte per aver vinto la sua lotta, ora è vivo ed è in Italia, ma appare piccolo dentro la maestosità delle stanze del Vaticano. 

«Siamo appena tornati da un viaggio in Tunisia, la situazione lì è terribile, sta diventando la nuova Libia»  racconta Tiziano Schiena, membro di Mediterranea Saving Human, ong presente all’incontro di ieri. «Accanto alla sede dell’Unhcr dove le persone migranti dovrebbero trovare aiuto, speranza e supporto, abbiamo trovato, sia a Tunisi che a Zarzis, persone abbandonate che vivono sotto alberi d’ulivo, non hanno neanche una tenda, gli piove in testa, mangiano solo perché ogni tanto qualche passante tunisino gli dà un pezzo di pane o una scatola di lenticchie. L’Italia ha fatto degli accordi con Kais Saied per bloccare i migranti alla frontiera, similmente a quello che ha fatto con la Libia. Noi speravamo che l’Unhcr potesse fare qualcosa, ma così come a Tripoli – dov’è nato il movimento Refugees in Libia – anche qui non fa niente. Chiediamo da parte sua un messaggio alle organizzazioni internazionali per i migranti affinché tengano fede al loro mandato», conclude Schiena. Anche il movimento Refugees in Libia era presente ieri, con il suo portavoce, David Yambio, e Mohamed Daoud. Insieme a loro pure alcuni studenti liceali. 

«Noi abbiamo la possibilità di vivere, di studiare, ma questo privilegio che noi abbiamo è un dovere, è un debito, dobbiamo rimettere in servizio alla società questo privilegio. E quello che fate voi con i migranti è questo. Quello che voi fate non è un in più, è un dovere. Andate avanti così», ha detto Bergoglio agli attivisti di Mediterranea. Agli studenti, invece, ha lanciato un messaggio di speranza: «Non mollate mai, avanti avanti avanti, tenete duro perché voi giovani fate miracoli!». In seguito ha ringraziato tutti i presenti: «Grazie, quello che mi piace di più di voi è che vi lega l’umanità. Quello che vi tiene insieme è essere uomini e donne, con sentimenti umani. Non perdete mai l’umanità, che tante volte viene persa per interessi economici». 

Verso la fine dell’incontro Suor Geneviève, residente a Spin Time, si è inginocchiata ai suoi piedi. «Non farlo – le ha detto il papa – in un solo momento della vita è lecito guardare una persona dall’alto verso il basso ed è il momento in cui ti pieghi per aiutarla. È l’unico momento in cui diventa umano guardare una persona dall’alto verso il basso». 

L’incontro si è concluso con una preghiera del pontefice per chi sta «lavorando per gli altri, per le persone che non sono potute venire, per chi si trova nei campi di detenzione e per i tanti che soffrono». Bergoglio ha aggiunto che ogni giorno prega per i bambini di Gaza, da più di un mese sotto le bombe israeliane. Poi è tornato nelle sue stanze mentre gli altri presenti, tra laici, cristiani e musulmani, sono scesi in strada. Qualcuno è tornato nel proprio appartamento, altri all’occupazione abitativa di Spin Time, dove vivono, Pato nel suo centro d’accoglienza a Fondi. «È stato un momento indimenticabile», ha detto commosso, ringraziando tutte le persone che l’hanno reso possibile.